venerdì, febbraio 13, 2009

Il caso Englaro e la “metafisica” del diritto (conclusioni provvisorie al termine di una settimana molto lunga...).

Abbiamo seguito con interesse il dibattito sulla vicenda di Eluana, sviluppatosi nel Paese e in particolare su questo blog. E cogliamo l'occasione per ringraziare pubblicamente tutti gli amici commentatori.
Vorremmo ora però fissare alcuni paletti, di "metodo” (come piace a noi) sulla questione del rapporto tra diritto, politica, cultura e società: questione emersa, ma fino a un certo punto, dal dibattito. Ovviamente affronteremo la cosa dal punto di vista sociologico.
Sotto questo aspetto il diritto è una forma di organizzazione sociale. Che riflette, storicamente, le particolari concezioni socioculturali, non solo del diritto, succedutesi nel tempo, sulle quali qui però non ci pronunceremo in termini valutativi.
Riteniamo, con la scuola istituzionalista, quella forse più attenta alla questione sociologica, che il diritto sia un fatto sociale, in quanto fatto organizzativo, e dunque sociale (nel senso che nasce “in società”) e societario (in quanto “organizza la società”).
Tuttavia quando si dice società si dice organizzazione; quando si dice organizzazione si dice gerarchia (quantomeno funzionale); quando si dice gerarchia si dice suddivisione della società in governati e governanti.
Il che significa che il diritto positivo (quello dei codici e delle leggi) consiste da sempre in una certa idea realizzata ( anche se imperfettamente; ma già definirla imperfetta implica un giudizio di valore e di parte…) di organizzazione sociale in base alla visione socioculturale prevalente (poi vedremo come) in un certo momento storico.
Ma - ecco il punto - prevalente fra e su chi? In genere sono le classi governanti, più o meno controllate da quelle governate, a dettare le linee organizzative del diritto, per ragioni di preminenza culturale ed economica. Ovviamente la dominanza non è mai completa, soprattutto nella moderna società democratica, dove prevale un diritto socialmente attivo rispetto a quello passivo delle società premoderne. Di qui il conflitto, più o meno acceso, tra le diverse concezioni socioculturali del diritto e i vari gruppi che le sostengono. Di solito nelle situazioni di conflitto - e questo è un dato che riguarda qualsiasi società - si usa invocare la relazione tra diritto esistente, come “fisica” del diritto, e una qualche costruzione culturale del diritto, come "metafisica", sia in chiave difensiva ( nel senso della perfetta "aderenza" della "fisica" alla “ metafisica” del diritto) sia in chiave offensiva ( come imperfetta "aderenza", eccetera) .
Quando parliamo di “metafisica” del diritto ci riferiamo a una serie di valori che di regola vengono correlati, soprattutto in Occidente, al diritto naturale, nelle sue varie tradizioni e incarnazioni religiose, morali, etiche, lungo un continuum di posizioni che vanno dall' onnipotenza della Natura, di Dio, dell’Uomo e ritorno.
Pertanto - e veniamo finalmente al punto - il conflitto culturale (in senso lato) e politico sul diritto per Eluana, di morire o meno, va inquadrato, almeno dal punto di vista sociologico ( o meglio della sociologia della conoscenza), come una lotta tra opposte concezioni socioculturali del diritto come fattore organizzativo della società, invocanti particolari “metafisiche” contro la “fisica” di un diritto positivo, giudicato come imperfettamente organizzato, da entrambe le parti, e ovviamente, come già notato, sulla base di valori opposti. Tuttavia, in questi casi a decidere in ultima istanza non è il valore veritativo delle "metafisiche" in conflitto, ma la forza socialmente "dirimente" dell’apparato di potere sociale. Apparato che in genere è appetito da tutte le forze in campo (a favore e contro). Ma come mostrano esperienza storica e sociologica, dal momento che non è facile impadronirsi di esso con la sola forza persuasiva della "bontà" delle idee, di regola finisce per vincere ( o comunque è molto favorito) chi detiene il controllo “effettuale” della struttura organizzativa. Un controllo che riguarda non solo l'esercizio del potere nudo (quello che alcuni definiscono biopolitico, di vita e di morte), e ovviamente nelle società democratiche quello organizzativo sui cosiddetti tre poteri, inclusa la magistratura, ma anche il potere, oggi fondamentale, di informare-formare la pubblica opinione. E dunque, come si dice, quello di "dettare l’agenda" e perciò di ostacolare o favorire la marcia del potere nudo.
E così è stato, anche per Eluana.
Alcune conclusioni (provvisorie).
Che anche in questa occasione vi sia stato un conflitto tra concezioni socioculturali, forti di "metafisiche" differenti del diritto, è un indubbio segno di vitalità sociale . Che questo conflitto sia sfociato nella vittoria organizzativa di una delle due parti in lotta è un dato effettuale. Del resto sul piano della vitalità sociale, anche una sconfitta - o una vittoria - è sempre preferibile alla stasi, come totale assenza di conflitti.
Resta però aperta la questione “metafisica” del giudicare se si sia trattato o meno di una vittoria di Pirro.

20 commenti:

Stefano Vaj ha detto...

Le tue conclusioni mi paiono impeccabili.

Faccio solo una differenza tra chi pretende che la propria "metafisica del diritto" sia in effetti... metafisicamente fondata, e chi viceversa promuove la propria concezione del diritto, o in pratica il fatto che la legislazione positiva abbia un certo contenuto normativo anziché un altro, semplicemente sulla base di una visione del mondo che resta unicamente l'oggetto di una "proposta", certamente altrettanto in lotta per l'egemonia, ma che non aspira appunto a definire alcun criterio veritativo ultimo, bensì semplicemente a riflettere un'identità e una sensibilità che resta offerta alla nostra scelta.

Carlo Gambescia ha detto...

Il che mi dispiace, Stefano, perché anch'io ho la mia "metafisica"... :-)
Ma cerco di non farla "pesare", anche se non sempre ci riesco.

Sulla pretesa egemonica delle visioni del mondo, credo -sottolineo credo - si debba distinguere il piano culturale da quello politico.
Su quello culturale - piano del ragionamento - se ne potrebbe fare a meno (della pretesa egemonica). Su quello politico (in senso schmittiano) - pensa perfino alla vecchia concezione crociana del liberalismo come pre-partito ( e dunque egemonica) - credo sia impossibile farne a meno, perché qualifica in nemico.
Il che spiega, "anche" la battaglia intorno a Eluana, nei termini di passaggio (necessario?) dal culturale al politico: dal confronto al conflitto.

Carlo Gambescia ha detto...

Chiedo scusa: invece di qualifica in nemico, SI LEGGA, qualifica il nemico.
Carlo

Anonimo ha detto...

Il problema è, invece, a mio parere, quello di alcune metafisiche che dissimulano la propria pretesa di verità, cercando di "far valere" una proposta soggettiva. Ma se tale proposta fosse solo soggettiva, rinuncerebbe sin dall'inizio a farsi valere. Se uno discute un proprio intendimento mira a dimostrarne la verità a colui che la pensa diversamente. Dunque pretende di dire qualcosa che vale anche per l'interlocutore, a prescindere dalle soggettività di entrambi(...la cosa stessa). Tutto ciò non è altro che una pretesa di oggettività universalistica, seppure giocata in un dialogo a due. In tale rapporto si fonda anche la deriva politica del dialogo che può essere gestita in modo radicalmente conflittuale (mors tua vita mea - il politico esistenziale, fattuale, quello che si dà senza mediazioni) o in modo cavallerescamente conflittuale (il politico messo-in-forma, ritualizzato all'interno di un ordine che urbanizza e tempera l'aggressività e la distruttività dello scontro).Se si punta al secondo obiettivo, non si può fare a meno di riconoscersi, e innanzitutto di riconoscere il minimo comune denominatore della discussione, cioè il medesimo tentativo di legittimamente far prevalere la propria prospettiva sull'altra, ottenendo l'ammissione che la propria non sia semplicemente una prospettiva.
Massimo Maraviglia

Stefano Vaj ha detto...

Mah, io in sostanza eredito dalla mia formazione la tendenza a vedere la storia come null'altro che la lotta tra visioni del mondo... :-)

Il che non significa che di tale "lotta" non faccia parte anche il ragionamento civile e pacato, perché se non esistono argomenti "razionali" ultimi che consentano davvero di imporre intellettualmente una conversione all'interlocutore sulle questioni ultime, esistono bensì argomenti persuasivi, per esempio "ex concessis", nonché più modeste convergenze pratiche su conclusioni cui si può anche arrivare da premesse diverse.

E in ogni modo alla peggio la discussione aiuta se non altro a "pensare sino in fondo" ciò che già si pensa... :-)

Stefano Vaj ha detto...

x Massimo Maraviglia

La tua premessa a mio avviso è solo una proiezione. Siamo d'accordo che non vi è nessun discorso, nessuna azione che non si fondi su una qualche scelta di valori e su una qualche visione delle cose.

Ma l'esperienza, e la storia del pensiero, ci mostra che è ben sufficiente che questa sia assunta come la verità di colui che parla ed agisce, senza alcun bisogno da parte di quest'ultimo di prenderla per una Verità con qualche crisma soprannaturale di oggettività. Anzi, è addirittura problematico trovare equivalenti di questo concetto al di fuori del mondo cristiano e post-cristiano e di qualche lapsus platonico...

lycopodium ha detto...

Questo intervento me lo suggerisce quella “vittoria di Pirro” finale.
Parlo leggermente fuori tema, ma non tanto e vorrei davvero conoscere il vostro parere.
Dunque, si potrebbe pensare che, data l’attuale maggioranza, abbia a prevalere la posizione “cattolica”, o comunque filo-cattolica.
Posizione riassumibile nella c.d. “cultura della vita”.
Io invece ritengo che questa espressione sia già una posizione da sconfitti, che quando vince, vince come Pirro.
La sconfitta sta nell’uso del termine “vita” (prima ancora, cioè, di affrontare la battaglia culturale e politica sul “termine vita”.
La posizione culturale autenticamente cattolica non dovrebbe affermare l’astratto “diritto alla vita”, ma il concreto del “diritto del vivente a vivere”.
Perché uso “vivente” e non “vita”?
Seguo un lontano spunto da Ivan Illich, contenuto in “Nello specchio del passato”, nel diffidare del termine “vita”, come entità generalissima e comunissima, a prescindere dall’universale concreto del vivente; si tratta di un essenzialismo inessenziale, che si rovescia facilmente nel suo opposto, come ha dimostrato il dibattito bioetico.
Infatti, alla sacra “intangibilità della vita”, si è contrapposto facilmente, da parte dei laicisti, l’ideale della “qualità della vita”.
Adottando invece la nozione di “intangibilità dell’essere vivente” è impossibile ()a meno di non smascherarsi!) contrapporvi una “qualità dell’essere vivente”.
L’opzione per la “qualità della vita” significa in prima ipotesi “diritto alla qualità della vita”, poi “diritto alla qualità della morte” e, infine, fatalmente “diritto alla … morte”.
Ma la colpa non è del pensiero laicista, ma di quello cristiano, che ha usato un’arma spuntata, un boomerang.
Ma se ci si avvale della nozione di “intangibilità dell’essere vivente”, tale contrapposizione non può essere neppure posta, in quanto svelerebbe il trucco perverso del pensiero laicista.
In effetti se il laicista prova solo ad esprimersi in termini di “qualità dell’essere vivente”, immediatamente si espone al sospetto “razzistico” (su che base, come e perché determini l’essere più o meno uomo?): altro è dire “questa vita è così brutta da non essere degna di essere vissuta”, altro è dire “questo vivente … non è degno di vivere”!
E immediatamente dopo emerge l’inconfessato (nazista, stalinista, eutanasico…): da un “diritto alla … morte” ad un “dovere di … morte”: “questo vivente … non è degno di vivere”, dunque “deve morire”.
Strano che nessuno dei cattolici se ne sia accorto.

Stefano Vaj ha detto...

x Lycopodium:

Anch'io penso che la questione sia far emergere l'"inconfessato" del fronte cjhe non si riconosce (più?) nell'umanismo cristiano - che tu qualifichi nazista, stalinista, eutanasico, facendo ricorso un po' alla intera gamma dei babau consueti, ma che certamente è più di questo.

Tale questione me la pongo d'altronde per ragioni diametralmente opposte, ed esattamente per il fatto che sino a che non si avrà il coraggio di assumere sino in fondo tale "inconfessato", i valori cristiani, foss'anche in forma radicalmente secolarizzata, saranno destinati a restare egemoni.

Rodotà, Veronesi, Severino restano inevitabilmente perdenti rispetto a questi ultimi, perché si muovono all'interno di una logica che non ha il coraggio di rimetterne seriamente in discussione i presupposti.

lycopodium ha detto...

@S.Vaj
Effettivamente la polemica terminologia che ho usato non ha reso un buon servizio alla riflessione che volevo proporre.
Chiedo venia.
Se possibile, volevo un parere sul deficit di cristianesimo insito nell'uso della parola "vita", al posto (o come omologo) di "essere vivente".
Suppongo che, in un'ottica neopagana (se non mi sono sbagliato nell'interpretare il commento), il discorso perde assai interesse, ovvero interessa per ribaltare addosso al cristianesimo non solo le colpe sue, ma pure quelle degli avversari.

Con chi sta oggi il neopagano?
Se sta con l'homo religiosus, deve stare naturalmente "con" (non necessariamente "nel") il cristianesimo, nelle sue tradizioni più ortodosse.
Se sta con l'irreligione, affida la sua battaglia contro l'occidentalismo, il male americano, la distruzione delle identità etc. nelle mani dei suoi nemici.
Posizione -questa ultima- di cui, sinceramente, non capisco il senso.

Stefano Vaj ha detto...

@Lycopodium:

La questione è che la cosiddetta "irreligione" non è in gran parte altro che cristianesimo secolarizzato, così che è ben poco affidabile non solo in termini di "battaglia contro l'occidentalismo, il male americano, la distruzione delle identità", ma anche ed esattamente in termini biopolitici e bioetici, dove la sua emancipazione dalla visione cristiana delle cose è limitata e condizionata da una persistente condivisione dei medesimi valori di fondo.

Vedi, per esempio e per tornare al tema, la pretesa che Eluana fosse "già morta" come unica modo per giustificare il fatto di... sopprimerla. Dato che se fosse stata davvero morta non vi sarebbe stato alcun motivo particolare di non lasciarla attaccata alle macchine a tempo indeterminato, l'argomento si sconfigge da solo.

lycopodium ha detto...

@St.Vaj
L’espressione “cristianesimo secolarizzato” sembra equivalente a “mare inquinato”; io combatto l’inquinamento, tu vorresti abolire il mare; ha senso?
Esistono una bioetica e una biopolitica neopagane? Combattono l’inquinamento o il mare?
Non ho proprio capito cosa legherebbe insieme un Maurizio Mori con un Adriano Pessina; consiglio di non cercare di dimostrarlo all’uno e all’altro, forse troverebbero l’accordo nell’inseguirti con un nodoso bastone …
Comunque, temo non troverò risposta al mio quesito principale.

p.s.
Eluana non era attaccata ad alcuna macchina; era alimentata tramite un sondino naso-gastrico (e da lì sono cominciate le dolenti note che abbiamo sentito). Il considerarla "già morta" nasce dall’idea che la “vera” morte sia quella “corticale”, criterio oggi rifiutato dalla scienza e dalla legge; invece, sempre per legge, un morto non può essere lasciato attaccato ad alcuna macchina, prova ne sia che in caso di diniego dell’espianto, il soggetto dichiarato in “morte cerebrale” (cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, e non della sola corteccia cerebrale) va subito staccato dai macchinari rianimatori e avviato a sepoltura.

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie a tutti.

Lycopodium,
il punto è che fra noi (e mi riferisco agli autori degli ultimi interventi) nessuno userà mai il bastone (nodoso e meno) per combattere l'altro ("pagano" o meno). E di questo va preso atto.
Credo che per noi "metafisici" cattolici ( e mi includo anch'io) siano determinanti due punti, da chiarire:
1) quello del perché "non tutti" siano disposti ad accettare la figura dell'uomo "imago dei", come base antropologica. Se però mi rispondi perché non vogliono convertirsi è inutile continuare a discutere... :-)
2) quello di come conciliare la figura dell'uomo "imago dei" con l'antropologia del conflitto. Se però mi rispondi che il conflitto è frutto del libero arbitrio dell'uomo (libero di commettere il male), anche qui è inutile continuare discutere… :-)
Vorrei risposte sociologiche. Imperfette, quanto vuoi, ma utili per non far impantanare la discussione nel calcistico – ma mica tanto - "pagani" contro "cristiani". Ovviamente, so benissimo – lo vivo tutti i giorni sulla mia pelle di intellettuale “di confine” :-), che esiste anche il rischio contrario, quello dello sociologismo e del relativismo. Ho letto a fondo Del Noce.
Sarebbe però bello "trovare", almeno sul piano della civile discussione (espressione un po’ liberale :-) ), una via di mezzo...

Massimo,
l'idea del conflitto messo in forma è interessante. Ma come conciliare la messa in forma, che rinvia a una accettazione, quanto meno conoscitiva, del pluralismo sociale con l'universalismo monistico, di varia estrazione (laico e religioso), di regola, sociologicamente confliggente ?
Comunque, visto che apprezzo anch'io Schmitt, lo spunto mi sembra interessante e degno di discussione (ma non in termini, per farla breve “dell’universalismo mio è meglio del tuo” ).

Stefano,
Ti ricordo solo, che sul piano politico quello della decisione, il politeismo non aiuta. Storicamente, e sociologicamente, ha dovuto poi sempre chiedere al “cittadino” di bruciare incenso in onore di un qualche entità verticale ( dei della città, eccetera). Di regola cultura e politica non vanno d’accordo.
Però credo che sia possibile trovare sul piano dell’onestà conoscitiva (è un po' quel che qui stiamo facendo), culturale, una via di mezzo... Non credi? Forse, sempre sul piano intellettuale potrebbe aiutarci il vecchio Sorokin con il suo concetto di “idealismo”, come visione integrale della realtà in termini di una sintesi tra livello intuitivo, razionale, empirico. Ovviamente parlo da sociologo delle conoscenza e non pretendo assolutamente di avere ragione. E mi guardo bene dal pronunciarmi sulla effettiva futura ricaduta politica del contenuto delle tesi che stiamo qui discutendo.
Come notava Gaetano Mosca le scienze politiche e sociali servono per conoscere quel che non accadrà mai e non quel che accadrà.


Un abbraccio a tutti.

Carlo

lycopodium ha detto...

@ Carlo.
Io sono partito dall'ipotesi di lavoro di un "deficit di cristianesimo" insito nell'uso della parola "vita", al posto (o come omologo) di "essere vivente".
Un'ipotesi ad un livello già "laico", se non come assunto, almeno come modalità comunicativa.
E proponevo di parlare di “intangibilità dell’essere vivente” (o, se il termine sa troppo di linguaggio sacrale) di "indisponibilità", declinabile più o meno laicamente, in nome della quale qualunque discorso di "qualità della vita", sveli il proprio retroterra (o retrogusto) violento e totalitario.
Va da sè che il resto degli altri discorsi bioetici e biopolitici non cade, ma comincia ad avere una ricentratura.
E non è necessario che sfoci in alcun fondamentalismo.
Si pone a questo livello il discorso medico (medico-legale) dell' "invasività": chi invade chi? qual è il livello di invasività accettabile? chi è autorizzato ad invadere o a rifiutare di essere invaso? ...
Il principio della
“intangibilità/indisponibilità dell’essere vivente”, non è. dunque, senza ulteriori conseguenze.
Infatti implica non solo la presa d’atto della subordinazione di ogni criterio “qualitativo”, ma anche e soprattutto il sobrio e responsabile uso delle deroghe al principio stesso e, ultima ma non irrilevante, la consapevolezza - anche politica – del carattere “preventivo” di tale principio, nei confronti di ogni suo possibile sovvertimento, da parte di istanze individuali, lobbyistiche o statali.
In effetti ciò serve a demitizzare (altra parola laica) il principio dell'autodeterminazione, che non è presupposto illimitato o illimitabile, avendo in sè “vincoli strutturali” che – quando non rispettati – lo possono vanificare nella definizione e nell’esercizio.
Non mi sembra inutile rifletterci.

Infine.
Non so usare gli smiles, e il mio computer cmq non li visualizza, ma ci tengo a precisare che il nodoso bastone era del tutto metaforico e iperbolico; nè io consigliavo di usarlo: semmai rilevavo che l'allegata coappartenenza del laicismo di Mori e del cattolicesimo di Pessina allo stesso "idealismo" (o "ideazionalismo") risultava molto difficilmente accettabile da chiunque.

Carlo Gambescia ha detto...

Lycopodium,
forse non mi sono spiegato. Prima di discutere della parola vita dobbiamo affrontare una serie di questioni di metodo e trovare un accordo su queste.
1) che l'uomo non è una tabula rasa
2) che ogni decisione umana rinvia a un sostrato socioculturale. Attenzione: che condiziona ma non determina.
3) che la traduzione delle scelte culturali in politica è sempre complicata, conflittuale e imperfetta.
4) detto questo, se ancora desideriamo introdurre il concetto di "intagibilità dell'essere vivente" dobbiamo chiederci preventivamente perché un essere vivente (anche una mosca?) è intangibile. O meglio, perché "deve" esserlo.
Io risponderei, per quel che riguarda l'uomo (ma anche la mosca come "parte" del creato). perché "imago dei".
Ma altri, magari con una visione panteistica o materialistica della realtà che cosa risponderebbero? Altri ancora non sarebbero d'accordo addirittura sul "deve"...
Qui mi fermo e ti rinvio, per il seguito del mio ragionamento a ciò che ho scritto sopra (punti 1,2, eccetera).

Stefano Vaj ha detto...

Nel campo della bioetica cosiddetta "laica", direi che siamo di fronte a due alternative: da un lato quella di chi come Habermas (cfr. I pericoli di un'eugenetica liberale) o Fukuyama o Ferrara, per "irreligiosi" o "antireligiosi" che possano essere, convergono oggi pienamente con l'insegnamento pratico, radicalmente antifaustiano, dei cristiani (in particolare cattolici ed evangelici: non è il caso neppure qui di fare di tutt'un'erba un fascio, cfr. la posizione più articolata dei mormoni).

Altri, invece, recalcitrano davanti alle conseguenze, cfr. Rodotà o Veronesi, ma non osano rimettere davvero in discussione i valori che in tale insegnamento giocoforza finiscono per farci ricadere, come "l'intangibilità dell'essere umano".

Allora, accogliendo l'invito di Carlo, vediamo politicamente e sociologicamente quale potrebbero essere le misure dettate da un approccio diverso. Non certo semplicemente l'eliminazione "anarchica" di norme proibitive (che d'altra parte comporta altrettante proibizioni di interferire con le altrui scelte). Neppure, non fosse altro che perché troppo acqua è passata sotto i ponti, un reazionario rispolvero della mania per misure repressive ed imposte come la sterilizzazione o l'eutanasia di Stato tanto popolari negli USA degli anni venti.

Ma poniamo semplicemente che con un provvedimento venga resa banalmente obbligatoria per le strutture sanitarie la diagnosi prenatale (attraverso amniocentesi, villocentesi o tecniche più moderne), e la diagnosi preimpianto nel caso di procreazione assistita.

Nessuno sarebbe "costretto" ad eliminare il feto o l'embrione difettoso, e i cattolici resterebbero liberi di predicare contro tale scelta. Al tempo stesso, l'effetto di tale misura in una porzione statisticamente preponderante sarebbe chiaro, e si tratterebbe di un effetto nel senso di un'autodeterminazione anche genetica da parte della popolazione interessata...

Qualcuno avrebbe il coraggio di pretendere che vi sia qualcosa di "morale" in una non-scelta, dettata semplicemente dall'ignoranza?

Oppure, prendiamo un caso di fine-vita. Oggi la sospensione crionica comporta una probabilità sostanzialmente imponderabile di rianimazione futura, ma questo è vero anche per interventi chirurgici che scambiano una chance di guarigione o di miglioramenti sostanziali contro il rischio di abbreviare l'aspettativa di vita del malato. Perché mai al paziente dovrebbe essere preclusa la scelta di tale "strada", in sostanza fungibile in moltissimi casi con procedure puramente eutanasiche?

lycopodium ha detto...

@ Carlo,
grazie di essere entrato nel merito del mio discorso, che nasceva dalla necessità di reagire in modo non reattivo ad un'agenda "aliena" al cattoliciesimo (introdottasi di soppiato con la parola "vita").
Quanto alla questione di chi ha il vero potere, io sono convinto che sia del Grande Capitale (o di qualcosa di assimilabile), che sembra servirsi e procedere su due livelli: quello dell'intelligentzia, che promuove un greve laicismo scientista; quello della massa, cui piaccione i colpi di scena di Berlusconi.
Il quale tenta sempre di fare ipertrofia mediatica, anzi saturazione mediatica. Che gli riesce nella politica di corto respiro, ma solo in quella.
Il suo "beau (?) gest" filocattolico serve solo a ricompattare gli avversari sotto la bandiera radicale, con il PD (volente o nolente) come "partito radicale di massa" e serve, ancora più perversamente, a chiedere ai cattolici una delega in bianco, che non gli vogliamo certo dare.

Spero che il discorso continui, non mi piace molto la tua chiusa pessimistica (e neppure la mia).

Un cordialissmo saluto.

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Lycopodium,

Stefano,
il tuo esempio sull'amniocentesi dà per scontato che esista un "cittadino informato", che in realtà è un cittadino mediamente informato" (in valori da 1 a dieci 5: dovrebbe decidere uno che capisce una parola su due; scusami l'estremizzazione ma per capirsi...).
Di più: ma credi veramente che le strutture sanitarie, come ogni istituzione, non siano autoreferenziali? E dunque non dispensatrici di un sapere, in questo caso medico (non mi interessa quale), ben superiore per status sociale a quello del "cittadino mediamente informato"?
In pratica deciderebbero i medici, contrastati soltanto dai fanatici religiosi. E in mezzo tutti gli altri cittadini "mediamente informati", scusami la caduta di stile, con il cappello mano.
Questa sarebbe la realtà...
Ecco - forse non ci siamo capiti - ma affrontare il problema politicamente e sociologicamente, significa fare i conti con quello che politica e società sono e non con quello che dovrebbero essere, secondo le nostre differenti ideologie:la sociologia mi ha insegnato questo
Concludendo: io credo che a questo punto sussistano solo due possibilità:
- o quella di elevare la "preparazione" del cittadino medio. Fermi restando i problemi sociologici di status sociale e cognitivo differente (medici/pazienti). Ma i tempi sarebbero lunghissimi e i costi proibitivi.
- o, intanto, mettere dei paletti, partendo da una posizione condivisa (laici e non laici) su una certa idea, se mi passi l'espressione semplicistica, di "vita umana". Il che non è uno scherzo. Perché la materia è incandescente e la società relativista :-)
E ho lasciato da parte la questione
delle disfunzionalitàistituzionali. Per dirla in parole parole: di quanto funzionino male le nostre istituzioni politiche e sociali. Come dicevo prima, mai scambiare i propri desideri sovrumanisti ;-), con la realtà ipoumanista ;-) , se mi passi la battuta...
Diciamo che tra coloro che auspicano la non "manipolabilità" assoluta e coloro che puntano sulla manipolabilità in quanto tale, mi sforzo onestamente di indicare una terza via. Non contraria, ad esempio, al testamento biologico.

Stefano Vaj ha detto...

Hai ragione. Ma io non immagino affatto una società "senza condizionamenti", in cui un cittadino perfettamente informato farebbe scelte astratte da una qualsiasi influenza socio-culturale (e sulla base di cosa, in tal caso?).

Penso anzi alla traduzione della norma culturale *anche* in paradigma biologico. Chiaramente, il contenuto della prima non mi è affatto indifferente,ma questo discorso è applicabile in fin dei conti a *qualsiasi* forma di sovranità collettiva.

Salvo appunto che a quest'ultima non siano riconosciuti al massimo poteri notarili rispetto a norme "naturali" già scritte e già decise altrove, e che appunto sarebbe magari meglio amministrate dai grandi sacerdoti del mercato, di una tecnocrazia che si illude di evitare la scelta, o da maestri religiosi e laici di principi di political correctness umanista che si assumono eterni ed universali, ma di cui come dice Foucault l'archeologia del pensiero mostra l'origine ben precisa e la relatività storica.

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Stefano della gentile risposta. E come si dice "aggiorniamoci".
Un abbraccio,
Carlo

materials ha detto...

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