mercoledì, dicembre 31, 2008

Stenio Solinas ci aiuta a ritrovare il padre? Mhhhh...
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Con un bel pezzo (di giornalismo) Stenio Solinas prova a spiegare perché ci avrebbero rubato il padre. Quello dallo sganassone facile o quasi. Ma sempre salutare. E non il mammo, se abbiamo capito bene, che porta i piccoli nel marsupio alle manifestazioni pacifiste ( http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=23237 ).
Solinas è un incorreggibile anarchico di destra, e di quelli di origine controllata: buone letture, belle donne, tanti viaggi in lungo e in largo come inviato. Ma sempre con un termometro in tasca per misurare la temperatura di una febbricitante, anche troppo, modernità. Giunta al capolinea delle epoche storiche, come spesso sembra annuire lo stesso Solinas di sotto il curatissimo baffo, ma seminascosto dietro una nuvola di fumo tosco-italiano. Dalla quale ama emergere di tanto in tanto, ma solo su appuntamento.
A suo avviso il padre, eccellente figura pre-moderna, ci sarebbe stato rubato da una modernità disposta a venerare
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“un futuro in cui nulla del passato può più servirci, perché lo abbiamo scomunicato, ma siccome di quel passato siamo imbevuti, per archetipi, letture, sentimenti, tradizioni, radici, esso continua ad esercitare un richiamo e più lo inchiodiamo a una lettura passiva, interessata e demonizzante, più non riusciamo a ritrovare il bandolo per riannodare i fili di un’esistenza che stia insieme in una logica coerente".
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Il che avrebbe provocato
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“un corto circuito intellettuale impressionante, dentro al quale ci siamo tutti, ormai incapaci di recuperare concetti e sentimenti che ci appartengono e che nei secoli fecero grande l’Europa, il tipo umano che la incarnava, le funzioni sociali che la rappresentavano, il combinato disposto di virtù mercantili, guerriere e civili, lo spirito di sacrificio, la fede in un’identità, la difesa di una cultura e della cultura. La ricerca del padre passa anche da qui, le scorciatoie ci consegnano solo caricature atroci".
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Come nell’ultimo film di Salvatores, Come Dio comanda, portato ad esempio da Solinas, dove viene tracciata, caricaturalmente,
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“la fosca figura di un padre nazista, cementato d’odio nei confronti del mondo circostante, il cui unico, profondo legame è con il quattordicenne che ha messo al mondo e che lo venera e lo teme come una divinità”.
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Come se, sciabola ancora Solinas,
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"il Novecento dei totalitarismi si riverberasse sul passato pre-moderno pretendendone di essere l’esito logico nonché il giudice inflessibile: ma il rapporto di causa-effetto non è così matematico e la storia non è un’operazione algebrica”.
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Esatto. O quasi. Perché non ci saremmo mai aspettati, da un giornalista e scrittore più disincantato di due Pessoa messi insieme, una contrapposizione così tagliente tra moderno e pre-moderno. E per giunta, come sembra, rivolta al recupero dei valori pre-moderni. Quali? Dio, patria e famiglia, of course. Perché il “combinato disposto” - espressione che non perdoniamo a Solinas - che fece grande l’Europa su quei valori si fondava… Eh sì. Benché Solinas non vi accenni mai direttamente, buttandola, come si dice dalle nostre parti, "in caciara". Sul “combinato disposto”, appunto.
Crediamo, invece, si debba ripartire proprio dalla modernità. Come scelta di libertà, certo a rischio di femminilizzazione del padre. Ma scelta i-ne-lu-di-bi-le, si sarebbe detto un tempo, gonfiando il torace muscoloso…
Per quale ragione? Perché un padre dopo averlo decostruito derridianamente per anni, lo si ricostruisce solo (ri)partendo da un mondo dove la patria ormai è un brand pubblicitario, dove la famiglia fa acqua da tutte le parti, dove nessuno ascolta più il Padreterno. E soprattutto dove di lavoro ce ne sarà sempre meno.
E in che modo? Mettendo insieme pazientemente i cocci. Con umiltà, giorno per giorno, senza sciaboloni, fanfare e tromboni. Heidegger, talvolta storcendo il naso, la chiamava “cura”.
A noi piace però.

martedì, dicembre 30, 2008

Corruzione. Una malattia italiana?

Il caso dell’imprenditore napoletano Romeo (http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/cronaca/arresti-napoli-2/romeo-verbali/romeo-verbali.html ), presunto corruttore di politici di destra e sinistra, pare prontissimi a farsi corrompere, viene spesso affrontato dai media in termini “autolesionistici”, come sintomo di una profonda malattia, tipicamente italiana. Il che è vero, ma solo in parte.
La corruzione resta sociologicamente legata all’esercizio del potere. E cresce proporzionalmente in base al tasso di vischiosità tra classe economica e politica. Vischiosità che a sua volta è collegata al tasso di regolazione pubblica dell’economia privata. Se il limite di un’economia privata (o privatizzzata) è l’egoismo individuale, quello di un’economia pubblica è la corruzione collettiva. Oggi, tuttavia, almeno in Occidente, non esistono più economie interamente private o interamente pubbliche. Ma economie pubbliche e private al tempo stesso. Di qui il predominio sostanziale di quella sfera tra pubblico e privato, dove non possono non proliferare al tempo stesso egoismo (individuale) e corruzione (pubblica). Due fenomeni che si nutrono vicendevolmente di divieti burocratizzati, legati - piaccia o meno - alla natura inevitabilmente routinier delle istituzioni sociali.
I cui tassi di crescita, certo, sono "anche" influenzati dalle particolari tradizioni socioculturali e politiche (di buon governo, moralità pubblica e di circolazione delle élite) vigenti nelle diverse nazioni. Tradizioni che però -ripetiamo - non sono “la causa” della corruzione, ma “le concause”. Insomma, influenzano ma non determinano.
Inoltre il problema del mix pubblico-privato si ripercuote anche sui cosiddetti controlli di trasparenza ( si pensi al fenomeno della authorities). Dal momento che i funzionari addetti ai controlli in genere provengono dallo stesso gruppo sociale pubblico-privato. Di qui come spesso si nota il conflitto di interessi tra un “controllore”, in precedenza “controllato”, e così via…
Ovviamente, di tanto in tanto, la magistratura interviene, e come si dice, la corruzione viene a galla… Ma la questione di fondo resta. Perché è legata alla natura, al tempo stesso pubblica e privata, delle nostre economie. Un fattore fondamentale che concerne la struttura capitalistica dell’economia, basata sull ambiguo “viluppo” pubblico-privato. Quantomeno attivo a livello di comuni interessi sistemici tra classe economica e politica, finalizzati al sopravvivere, e spesso molto bene.
Pertanto i neo-liberisti che imputano la corruzione a quei vincoli politici che frenerebbero lo sviluppo del libero mercato, costringendo gli imprenditori a corrompere il politico di turno, pur di “lavorare”, scorgono solo un lato della questione. E soprattutto puntano sul rimedio sbagliato: la privatizzazione totale dell’economia. Invisa, tra l’altro, agli stessi imprenditori capitalisti. I quali non vogliono rinunciare agli aiuti di stato, soprattutto nelle situazioni di crisi.
Ma sono in errore anche i neo-interventisti che addossano le colpe agli imprenditori privati: veri diavoli tentatori nei riguardi di "poveri e innocenti politici". E che finiscono per proporre un rimedio altrettanto sbagliato: accrescere, anche in tempi normali (non di crisi), quei controlli pubblici che invece rischiano, come abbiamo visto, di alimentare la corruzione.
Pertanto nelle economie capitalistiche la risposta alla corruzione non può consistente nella privatizzazione, ma neppure in un esteso controllo pubblico dell’economia.
Probabilmente la soluzione è nell’individuazione del giusto mix pubblico-privato. Una scelta che però rinvia alle tradizioni socioculturali e politiche dei diversi popoli: le concause, di cui sopra.
E qui, riguardo all'Italia, gli “autolesionisti” non hanno tutti i torti.

lunedì, dicembre 29, 2008

La striscia di Gaza e la lezione di Tucidide

La questione palestinese, tornata in questi giorni prepotentemente alla ribalta a causa dei bombardamenti israeliani sulla striscia di Gaza, è politologicamente esemplare dal punto vista della prevalenza della forza sul contratto. E non a scopo deterrente.
Ci scusiamo per il linguaggio criptico. Cercheremo di essere più chiari.
I regimi politici (democratici o meno) sono “attraversati” da due modalità pratiche di conflitto politico: 1) il contratto; 2) l’uso della forza.
In genere il contratto (nel senso della pratica dei trattati) e l’uso della forza (nel senso del ricorso all’uso delle armi) sono complementari. Si usa la forza per costringere a trattare.
Tuttavia quando le dimensioni dei soggetti in conflitto sono diseguali (nel senso della prevalenza militare schiacciante di una parte) il conflitto perde il suo valore deterrente: si usa la forza semplicemente per piegare l’avversario e ridurlo ai propri voleri. Il contratto, al massimo, può divenire un paravento ideologico e retorico. E sussiste il rischio, soprattutto quando il conflitto esclude la presenza di un Terzo in grado di imporre una mediazione, che l’uso della forza cessi soltanto con il completo assoggettamento della parte più debole. Una sottomissione che può culminare nella completa eliminazione fisica e/o materiale (ad esempio mediante deportazione) della parte soccombente.
La storia è piena di esempi del genere. Ci piace qui citare una passo della tucididea Guerra del Peloponneso:
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“Gli ateniesi passarono per le armi tutti i Meli adulti che caddero in loro potere, e misero in vendita come schiavi i piccoli e le donne. Si stabilirono essi stessi in quella località provvedendo più tardi all’invio di cinquecento coloni” (Garzanti, Milano 1984, p. 381)”.
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E i Meli, militarmente inferiori, avevano proposto agli Ateniesi la loro rigorosa neutralità, rispetto alla guerra che Atene conduceva contro Sparta. La quale si guardò bene dall'intervenire in favore dei Meli.
Purtroppo, in ultima istanza, è la forza a decidere. Quella stessa forza che manca ai palestinesi, privi tra l'altro di sinceri alleati. E in una situazione che brilla per l'assenza di un Terzo capace di imporre il contratto. Per giunta i palestinesi pretendono addirittura di fare la guerra ad Israele... E in ciò sono indubbiamente coraggiosi se non temerari.
Di qui però, se non interverranno fatti nuovi, la possibilità che prima o poi vengano sterminati tutti, o quasi. Purtroppo.
Come i Meli, appunto…

mercoledì, dicembre 24, 2008

Buon Natale a tutti i lettori e arrivederci a lunedì 29 dicembre


Le interviste impossibili
Babbo Natale "bastardo"

Caro Babbo Natale mi consenta di ringraziarla per avermi concesso qualche minuto del suo preziosissimo tempo…
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Ma chi è lei? Come si permette? Chi l’ha fatta entrare…. Vigilanza! Vigilanza!
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Stia calmo. Ho un salvacondotto del governo danese
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Buoni quelli. Mi hanno confinato qui in Groenlandia, con un contratto a tempo determinato. Ho la schiena a pezzi. Lavoro tutto l’anno, ma mi pagano solo ottobre-novembre-dicembre….

Certo, non è carino… Ma pensi all’onore di ricevere, da tutto il mondo, le letterine dei bambini…. E poi di leggerle mentre fuori nevica... Pura poesia.

E chi se ne frega….

Come?

Sì, sì, chi se ne frega. Sono stufo di servire questi mostriciattoli… Una volta si accontentavano di un trenino di legno, quattro soldatini di piombo, una bambolina di pezza. Oggi invece vogliono la play station, e altri giocattoli supertecnologici…

E allora?

Allora, allora…. Costano. E non potendo comprarli in Europa, perché gli industriali del giocattolo non mi facevano più sconti da un pezzo, mi sono rivolto ai cinesi. Che però mi vendono sottocosto giocattoli di merda….

Che linguaggio…

Allora, ci tratti lei, coi cinesi. Sembrano buoni buoni… Ma sono certi paraculi…

La prego, si moderi i bambini ci leggono. E poi, scusi, ci sono sempre gli americani…

Ah! Quelli te li raccomando…

Perché?

Mi hanno solo usato per fa crescere i consumi, come mi spiegò un professore universitario, mi pare, un certo Claude Lévi-Strauss. Pensi, negli Stati Uniti, una città dell’Indiana ha perfino ricevuto il mio nome: Santa Claus. Ebbene, la sua attività consiste nella promozione commerciale del suo santo patrono, che sarei io… Da bravi mercanti, i residenti si sono inventati una “scuola” di Santa Claus, che forma dei “Babbi Natale” professionali per i grandi magazzini... Ma vaffan…

Stia zitto, per carità …. Però grazie al genio commerciale americano, lei è diventato famoso in tutto il mondo…

Certo, ma allora fatemi un contratto a tempo indeterminato, pagato anche dal governo Usa.. E invece sto’ cazzo di modello danese, incensato dagli economisti, mi condanna a fare a una vita da precario…

Mi scusi, ma non era olandese il modello che ora piace così tanto agli economisti?

Olandese, danese. Ammazza, ammazza è tutta una razza. E non rompa pure lei, no…. E poi che ci fa lei ancora qui. Vigilanza! Vigilanza!

La prego, solo un’ultima domanda…

Va bene, chieda pure

Qual è il suo più grande desiderio?

Farla finita coi regali di Natale.

Ma poi la mettono in mobilità…

E chi se ne frega. Ho un cognata, già in pensione da un pezzo, che mi ospiterebbe a casa sua. E’ bruttarella e scalcagnata, ma cucina bene…

E come si chiama ?

Befana. E adesso basta. Vigilanza! Vigilanza!

martedì, dicembre 23, 2008

La “settimana corta” di Sacconi. Un’idea non banale.

Il quadro generale è quel che è. Non si potrà uscire dalla crisi solo puntando sulla leva dei tassi di interesse. Servono, da subito, misure organiche. Perciò, considerata pure la nostra allergia verso i blogger che pur di farsi riprendere mitragliano di insulti Berlusconi & co., non abbiamo diffficoltà ad ammettere che la proposta di Sacconi della settimana corta va nella giusta direzione. E che pertanto merita di essere esaminata con grande attenzione, soprattutto dal sindacato.
Ma lasciamo la parola al ministro, intervistato da Repubblica:
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Vuol dire che una persona potrebbe lavorare quattro giorni e gli altri due restare in cassa integrazione?
"Sì: si può andare in cassa integrazione per una parte della settimana e lavorare per la restante. Ma penso anche ai contratti di solidarietà".
I contratti di solidarietà, però, non hanno mai avuto successo. E poi non si deve anche dire che le retribuzioni saranno più basse?
"Vuole dire anche meno salario ma non dimentichiamoci che ci sarà l'integrazione del sostegno al reddito. Alla fine la perdita sarà minima. Quanto ai contratti di solidarietà è andata un po' come dice lei perché nel passato sono stati utilizzati solo quando per l'azienda non c'era alternativa al ridimensionamento. Vogliamo evitare esattamente questo. Per farlo si deve ancorare il lavoro alle imprese".
Come pensate di farlo quando tutte le imprese stanno tagliando i costi, compreso quello del personale?
"Dobbiamo evitare di dare vita a un sistema di self service per la cassa integrazione che non può trasformarsi in un rubinetto sempre aperto. In questo modo l'azienda diventa "irresponsabile" e al primo segnale di crisi fugge dalle proprie responsabilità e taglia anche il suo capitale umano che, invece, è il patrimonio fondamentale per rilanciarsi. Questo sarà il tema centrale del G14 che terremo a Roma il 29 marzo perché si deve guardare alla dimensione umana della crisi non solo agli aspetti finanziari".
Sta dicendo che le imprese approfittano della crisi?
"Dico che non possono rinunciare a fare tutto il possibile per non perdere l'asset fondamentale del capitale umano".
(
http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/economia/occupazione-istat/sacconi-settimana/sacconi-settimana.html)
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Ora, si dovrà vedere come verrà concretamente articolata la proposta. Se riguarderà tutti lavoratori (anche quelli flessibili) e se soprattutto le riduzioni salariali saranno impercettibili o nulle. Quel che va sottolineato - almeno secondo la nostra ottica sociologica - è che il provvedimento contrasta gli aspetti “esistenziali” della cassa integrazione, come unica forma di soluzione: dal momento che il lavoratore in cassa integrazione o semplicemente “sussidiato” considera il proprio stato come una forma di diminuzione sociale. Di qui il ripiegarsi su se stesso: verso l’ interiorizzazione della propria “inutilità sociale”. Un “vuoto psichico” che non può non ripercuotersi sulla qualità della vita familiare e di relazione. Durkheim parlerebbe di anomia.
Può sembrare paradossale, ma dallo stesso punto di vista del capitalismo il lavoratore in cassa integrazione (proprio perché teme per il futuro) è un pessimo consumatore. Pertanto l’introduzione della “settimana corta” più cassa integrazione ( o eventuali altre forme di sostegno sostitutive e/o mixate della cassa integrazione come i contratti di solidarietà, ma ripensati) è un’idea non banale di sostegno psicologico, sociologico al lavoratore e all’economia. Da non liquidare in nome del purismo antiberlusconiano e antisacconiano.
Almeno fin quando resteremo, noi tutti, all’interno del quadro economico capitalistico. E infatti Sacconi nell'intervista parla di difesa del “capitale umano”. Il che non ci piace. Mentre risulta gradito il richiamo del ministro all' "irresponsabilità delle imprese".
Del resto, in attesa della rivoluzione descrescista, crediamo che si debba ragionare sulla proposta di Sacconi. Sempre che non si preferiscano le scelte della sinistra riformista - appiattita sulle posizioni di Confindustria - che vuole la settimana lunga, cavillando sulle difficoltà di applicazione di quella corta… (si veda articolo di Boeri su Repubblica (http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/economia/occupazione-istat/improvvisazionepotere/improvvisazione-potere.html ).
Che bel riformismo... Invocare soltanto la “rimodulazione dell’orario di lavoro” che tanto piace a Confindustria. E quel che è peggio - proprio dal punto di vista di una sacrosanta uniformità dei diritti del lavoro - “azienda per azienda”…
Tuttavia molto dipenderà dalla capacità del governo di raccordare il provvedimento alla difesa del reddito reale del lavoratore e dunque volgerlo, per gradi, verso una politica di vero stimolo della domanda. E sotto questo aspetto, una tantum, siamo d’accordo con Epifani che si è dichiarato interessato:

"alla possibilità di un confronto sulla "settimana corta" purché non siano furbizie (...) . Ben venga l'avvio di un confronto con governo e imprese su tutte le forme di tutela, ed è bene che si sia passati da un'impostazione priva di senso, che prevedeva la detassazione degli straordinari, a questa nuova ottica (...). Ben venga l'avvio di un confronto con governo e imprese su tutte le forme di tutela, ed è bene che si sia passati da un'impostazione priva di senso, che prevedeva la detassazione degli straordinari, a questa nuova ottica"
(
http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/economia/occupazione-istat/epifani-orario-corto/epifani-orario-corto.html ).

Ecco, "purché non siano furbizie". Ma per onestà intellettuale, allo stato dei fatti, non si può non spezzare una lancia in favore di un’idea non banale.

lunedì, dicembre 22, 2008

L’autista di bus “alla cocaina”. Evitare i facili moralismi
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Il tragico caso dell’autista di bus romano (http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/cronaca/roma-bus/roma-bus/roma-bus.html), darà il via al consueto moralismo spicciolo. E sui due versanti: da una parte lo si considererà vittima di una società che costringe il lavoratore a drogarsi per affrontare turni massacranti, dall’altra parte lo si vedrà una specie di scippatore di vite, senza alcuna attenuante morale giuridica.
Entrambi le tesi sono sbagliate. La scelta di drogarsi non è frutto di determinismi sociali. Certo, le proprie condizioni sociali e, come vedremo, gli stereotipi culturali imperanti svolgono un ruolo non secondario. Ma non tutti il lavoratori stressati si drogano. Al tempo stesso però, chiunque lo faccia, per le più varie ragioni (personali e sociali), non può essere giudicato, come nel caso dell’autista romano, un bieco assassino.
Probabilmente la questione di fondo è di tipo sociale. Ma non in senso deterministico, come alcuni ritengono. Perché, in realtà, è comunque in gioco il senso di responsabilità dell’individuo. Da intendere nei due sensi, in modo più sfumato: ci si può drogare perché si sottovalutano le proprie responsabilità; oppure perché le si sopravvaluta, tentando di "rendere di più". Spesso dietro l’assunzione di droghe, sul piano motivazionale, si registra un mix dei due atteggiamenti. Che può sfociare in comportamenti sociali esiziali.
Abbiamo accennato alle “cause sociali”. Perché? La società tardo moderna, a differenza delle società premoderne e moderne, sembra essere costruita sulla tentazione (non in senso teologico). E non contro la tentazione (sempre in senso non teologico). Nella misura in cui fa del desiderio illecito qualcosa di socialmente permesso. A patto però di non intralciare il funzionamento dei ruoli sociali e della divisione sociale del lavoro. Tuttavia il vero problema è che la fissazione del "giusto" mix all'insegna del “lavora e divertiti” - è non potrebbe essere altrimenti in una società individualista, lavorista e divertentista - viene lasciato all’individuo solitario nella folla...
Il quale entra in gioco con le sue doti caratteriale di base. Come dire "socioculturalmente nudo". E tale resta. Allora c’è chi resiste e va avanti, ma in termini di un miracoloso “fai da te morale”. Oppure chi cede in misura totalitaria alle tentazioni “lecite”, così a portata di mano… Dal momento che la nostra società, per partito preso, si disinteressa della formazione morale e caratteriale. E qui gioca un ruolo importante il relativismo, così tipico di una tarda modernità che ha rinunciato ai valori forti del “costruttivismo sociale”. E perciò anche della formazione morale e sociale. Lasciata alla buona o cattiva sorte.
Se tutti i valori sono eguali, chi decide sui più socialmente coesivi? Si deciderà caso per caso...
E, infatti, l’autista romano è stato subito licenziato.
Ma che razza di società è questa? Che prima non si cura della formazione caratteriale e morale dell’individuo, poi gli fa svolgere un lavoro massacrante, e infine lo getta via, come un sacchetto di rifiuti…

venerdì, dicembre 19, 2008

Divagazioni sull’invidia
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Che cos’è l’invidia? Nella dottrina cattolica è addirittura un peccato capitale. Stando ai vocabolari è un sentimento di astiosa irritazione di fronte alla ricchezza, al successo alla felicità, alla fortuna o ad altre qualità dell’altro. Il latino invido (termine da cui deriva invidia) significa “guardare bieco”. Per farla breve, non è un sentimento positivo.
Tuttavia per alcuni sociologi l’invidia è un meccanismo di avvio. Può dare vita a un processo di emulazione dai risultati positivi: tu sei ricco, perché hai fatto tanti soldi, io di conseguenza, invidiandoti, mi metto subito all’opera per farne tanti anch’io. E così via…
Può essere. Anche se il passaggio dall’invidia teorica a quella pratica non è mai sicuro. Spesso l’invidia resta una specie di comodo riparo esistenziale, legato al "restiamo alla finestra"… Ben riassunto da un aforisma di Max Beerbohm: “L’invidia del cretino per l’uomo brillante trova sempre qualche consolazione nell’idea che l’uomo brillante farà una brutta fine”. Insomma, l’invidia teorica può trasformarsi in forza inerziale e non di mobilità sociale.
Ma, tornando all’invidia pratica, possiamo parlate di invidia positiva, se per la fretta di fare quei soldi - parliamo di un sentimento che comunque corrode l’anima - magari si finisca per imbrogliare il prossimo? Può perciò l’invidia essere coltivata come valore sociale? Esistono invidiosi onesti? O solo invidiosi furbi o fortunati?Immaginiamo un mondo - ipotesi limite - dove tutti provino invidia per tutti. Come si vivrebbe, singolarmente, sotto la sfida del continuo astio verso la ricchezza di chi ci sia vicino? Sicuramente male. Oggi, infatti, in una società come la nostra, a invidia sufficientemente diffusa, non si vive bene. Forse meglio rispetto ad altre società storiche. Ma, come dire, si vive più spiando la felicità degli altri che godendo, quando pure vi sia, della propria.
Quanto all’invidioso, secondo la saggezza popolare, si tratta di una persona “fegatosa”. Che soffre di disturbi al fegato. Di qui, come sostenevano i nostri nonni, quel colorito giallognolo tipico di tali persone. Secondo la medicina tradizionale cinese il fegato - punto debole dell’invidioso - , deve favorire l'armonioso fluire del Qi (l’energia individuale) all'interno di tutto l'organismo. Di riflesso, se tale energia viene “bloccata” a causa di una disarmonia del fegato, provocata dalla continua tensione nervosa, si avranno, ad esempio, disturbi agli occhi quali bruciore, dolore, secchezza, macchie di sangue nel bulbo oculare. Insomma l’invidioso vive male. Ma anche la medicina moderna consiglia, in via indiretta, di non sottoporre il fegato ad eccessivo stress di tipo alimentare-nervoso. Quello stress che segna la vita poco armoniosa di chiunque "guardi bieco" l'altro.
Ecco dunque la scienza medica dell’ Occidente e dell’ Oriente congiungersi contro gli invidiosi. Per una volta i medici sembrano più avanti di tanti sociologi.
Per tornare alla politica di oggi, Berlusconi è più amato o invidiato? Coloro che lo hanno votato lo amano? Oppure segretamente lo invidiano. E magari hanno votato il Cavaliere nella speranza di poter diventare ricchi come lui?
E quelli non lo hanno votato? Sicuramente non lo amano. Ma, segretamente, lo invidiano. E perché si dovrebbe invidiare Berlusconi? Perché è ricco. E la ricchezza, e non importa come accumulata, è la prima causa dell’invidia, almeno così insegnano i saggi. E Berlusconi? Pare non dia alcuna importanza all’invidia altrui. E se lo può pure permettere visto che è ricco.
Quanto alla persone comuni, vittime dell’invidia altrui, l’unica forma di difesa consigliata è ignorare gli invidiosi, seguendo il dantesco “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa” . Ma con maggiore fatica, rispetto a Berlusconi, soprattutto quando, come nel caso della gente comune, non si hanno i suoi miliardi.
Faticosamente guadagnati? Mah... Ecco, in quel "mah" c'è un pizzico di invidia.
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giovedì, dicembre 18, 2008

Il libro della settimana: Gianfranco La Grassa, Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma 2008, pp. 160. euro 18,00 (http://www.manifestolibri.it/ )
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Siamo sempre stati intellettualmente curiosi. E non abbiamo mai liquidato gli avversari, o presunti tali, con un’alzata di spalle. Qualche anno fa leggendo la Storia dei marxismi in Italia ( Manifestolibri 2005 ) della brava Cristina Corradi, scoprimmo Gianfranco La Grassa, perspicace e brioso economista di formazione marxista. Che tuttavia, a differenza di dinosauri, per giunta ancora oggi celebrati, come Toni Negri, mostrava di avere un approccio politico alle questioni economiche. E di tipo schmittiano. Ovviamente senza saperlo…
E per dirla in parole povere, approccio al politico in senso schmittiano significa che non si crede affatto che la società capitalistica sia una specie di macchina della meraviglie. Come ad esempio continua a intenderla Toni Negri. Nel cui pensiero l’uomo comune grazie a misteriose trasformazioni del capitale, si scopre comunista e corre ad acchiappare le farfalle della nuova e santa socialità: Negri, come è noto, ultimamente ama citare San Francesco d’Assisi come esempio di postcomunismo del futuro. Ma lasciamo stare.
La Grassa invece, che è passato, pare, indenne attraverso il maglio di Togliatti, Althusser e Bettelheim, non vuole più parlare di comunismo come meta finale dell’umanità. Perché ecco il punto: l’uomo reale, più che mosso da una socialità francescana, rivolta alla cooperazione, sarebbe governato da una specie di anima nera che lo spinge al conflitto. Come ha insegnato Carl Schmitt.
E al riguardo c’è un passo significativo nel volume di Gianfranco La Grassa di cui qui ci occupiamo (Finanza e poteri, Manifestolibri, Roma 2008, pp. 160. euro 18,00): “In linea di principio dunque - e non soltanto nel capitalismo ma anche nelle società precedenti - il conflitto, la competizione, lo scontro sono aspetti generali e preminenti, mentre la cooperazione, la collaborazione, l’alleanza, sono aspetti particolari e subordinati. Se ne tenga infine conto con un minimo di realismo. Basta con le ‘pie’ intenzioni che annebbiano la mente e sviano le indagini”. Toni Negri e anche il pacifista-gandhiano Marco Revelli sono così serviti a dovere. Ma, pure, per dirla tutta, i post-comunisti veltroniani, che da quella parrocchia provengono.
Si dirà che scoperta è? Dove si è cresciuti a pane e realismo politico, certe cose sono note da sempre. E poi c’è sempre il misterioso caso – che non sappiamo però quanto piaccia a La Grassa - dell’americano James Burnham, passato da Trockij a Pareto, Mosca, Michels. O se si preferisce dal socialismo rivoluzionario alla destra anticomunista e conservatrice (su di lui si veda il bel libro di Giovanni Borgognone, uscito qualche anno fa (James Burnham, totalitarismo, managerialismo e teoria delle élites, Stylos 2000). Quindi nulla di nuovo sotto il sole.
In realtà, non crediamo che La Grassa stia per fare, se ci passa l’espressione, il salto della quaglia e più avanti spiegheremo perché. Ma riteniamo importante questo libro perché implica un’apertura al realismo politico: nel senso di considerare l’uomo per quello che è, e non per quello che dovrebbe essere. Che per ricaduta non potrà non far bene a una sinistra, tuttora imbevuta di veltronismo spicciolo, tutto amore universale e buoni affari.
Un atteggiamento, quello di La Grassa - tra l'altro, si consiglia di visitare il suo sito ( http://www.lagrassagianfranco.com/ ) - che ritroviamo anche in altri pensatori sulle sue stesse posizioni critiche, come Costanzo Preve e, in parte, Mario Tronti. Lontani anni luce dal buonismo filosofico della banda dei due: Negri e Revelli.
Parliamo di autori che meritano di essere seguiti, anche magari solo per scoprire come le vie del post-marxismo siano in realtà infinite. Soprattutto quando c’è volontà di capire e studiare senza paraocchi. E in verità questo è l’ aspetto positivo di Finanza e poteri : La Grassa, nel ricostruire il destino “policentrico” del capitalismo contemporaneo - e tra poco spiegheremo come e perché -dialoga ad esempio con il List il critico del liberismo britannico, imposto a colpi di cannoniere e di teoremi ricardiani; con il liberale Hobson, studioso dell’imperialismo, secondo il quale era possibile, già all’inizio del Novecento, mettere la finanza al servizio delle sviluppo industriale e non della pura e semplice speculazione. Ma anche con lo Schumpeter sulfureo teorico di un geniale capitalismo distruttore-creatore dalle mille vite come i gatti. Certo, poi nel libro ricorrono anche i nomi di Marx, Lenin, Gramsci, Althusser eccetera, ma, per quanto possibile, sono studiati in chiave iperpolitica: in termini di decisione, individuazione del nemico, conflitto.
Ma non vorremo farla troppo lunga con gli aspetti teorici, annoiando il lettore. Tuttavia, prima di passare oltre, non possiamo non notare che La Grassa accetta la teoria delle élites. Che lui mostra di ritenere un fatto sociologico: una divisione, al di là del bene e del male, della società in governanti e governati. Benché, e va onestamente ammesso, La Grassa parli di “dominanti e non dominati” . E qui, comunque sia, torna però ad affacciarsi il fantasma di Burnham…
Ma veniamo al punto. In Finanza e poteri si sostengono due tesi fondamentali:
La prima è che la finanza non viene considerata una fase terminale del capitalismo, come ancora ritengono certo verbo marxista e mercatista-globalista, quest’ultimo in preda a spavento da crollo. Invece per La Grassa la finanza è il braccio economico, di quelli che lui chiama “gli agenti strategici in lotta per la preminenza con l’ “arma del denaro” : le imprese capitalistiche che invece di investire e fare sviluppo, scelgono la via facile della speculazione per dominare le altre imprese. Dunque il “fine è la supremazia”, mentre il profitto resta solo un “mezzo” . E la società finisce per pagarne le conseguenze.
Di qui, e giungiamo alla seconda tesi del libro, la necessità, all’interno di una nuova fase, dove sembra prevalere il policentrismo grazie all’ascesa della Cina, della Russia contro il monocentrismo Usa, di assecondare il ritorno alla politica. E non in termini di bellicismo e imperialismo, ma di controllo democratico di un’economia, che non può più essere lasciata nelle mani “dei funzionari del capitale” . In primis quelli del settore finanziario.
Tuttavia La Grassa non va oltre, pur dichiarando di temere sia il neo-liberismo sia lo statalismo. L’economista indica quelle che per lui sono le sfere “inerenti ai rapporti di forza tra apparati” sociali: “ imprese, organismi politici (e statali) e ideologico-culturali” . Ne rileva i fattori di squilibrio legati “allo scontro tra i vari gruppi dominanti”, ma si accontenta di tratteggiare, per quanto maestosamente, le cose dall’alto.
Di qui le sue conclusioni, piuttosto sconsolate per uno studioso di formazione marxista: “Non c’è alcun ‘parto oramai maturo nelle viscere del capitalismo’ come non c’è alcuni intrinseco parassitismo finanziario in nessuna fase della complessa evoluzione spazio-temporale di questa forma sociale”. Eppure bisogna combattere la speculazione. La Grassa ne è consapevole, e pur rivalutando il ruolo della politica come conflitto e decisione, non chiarisce quali forze dovrebbero farsi carico dell’impresa, soprattutto a sinistra. Almeno in questo libro.
Si tratta una nostra impressione ma è come se La Grassa temesse di seguire il destino di James Burnham: un uomo di sinistra passato a destra (anticipatore del successivo e disgraziato percorso di alcuni neocons sul finire del Novecento, finiti nella braccia della famiglia Bush). Perché, da filosofo sociale, aveva già capito negli anni Quaranta del Novecento, che la sinistra, soprattutto quella marxista, la stessa da cui proviene La Grassa, non riusciva a superare il proprio determinismo storico ed economico. Se non in termini di terrore diffuso ed “applicato” nei riguardi di tutti quelli che si rifiutavano di credere nelle leggi del materialismo storico-dialettico. Ma poi commettendo l'errore - parliamo sempre di Burnham - di sposare la causa sbagliata, quella del capitale.
La Grassa è consapevole di tutto questo. Il che gli fa onore. E mostra con maestria di ritenere la politica superiore all’economia. Cosa, che considerati i tempi, può essere una buona base di partenza per aprire un confronto ideologico, come dire, al di là della destra e della sinistra con un economista "non conforme" . O no?

mercoledì, dicembre 17, 2008

Eluana Englaro e la forza delle cose (sociali)…
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L’ “Atto di indirizzo” del dicastero del Welfare, ovviamente da ricondurre al Ministro Sacconi, che rende illegale per le strutture del SSN, "lo stop" dell ’idratazione e alimentazione alle “persone diversamente abili” - nella fattispecie Eluana Englaro - dovrebbe far riflettere tutti sulla “forza del sociale” ( per la notizia si veda qui: http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/cronaca/eluana-eutanasia-4/indirizzo-ministero/indirizzo-ministero.html ).
Che cosa vogliamo dire? Innanzitutto che non desideriamo proporre solo l’ennesima riflessione sul “caso Englaro”, ma ragionare su uno specifico problema sociologico. Quale? Il problema dei problemi. Quello dell’istituzionalizzazione delle decisioni umane e della conseguente ambiguità che regola questo processo sociale. Attraverso il quale un fatto individuale, come una decisione, si trasforma in fatto collettivo, istituzionale ( gruppi di pressione, dibattito pubblico, proposte, decisioni, leggi), sfuggendo di mano agli stessi attori sociali che lo hanno generato. Si "cosalizza". diventa una cosa sociale. E ciò a prescindere dalla bontà o meno della “causa” e della motivazione culturale dei singoli attori. Di qui la "forza del sociale".
Ci spieghiamo meglio.
La prima conseguenza, sul piano comunicativo, è che la questione privata, appena posta all’attenzione collettiva, diventa una questione pubblica. Viene inglobata dai media e subito trattata secondo specifici stereotipi mediatici. Ecco dunque Eluana, assumere forza propria, e diventare eroina o vittima di una società buona o cattiva, a seconda dello schieramento ideologico.
La seconda conseguenza, sul piano sociale, è quella della radicalizzazione delle posizioni. I fronti opposti - mediatici e sociali (in senso lato, inclusa la società civile) - iniziano subito a comportarsi secondo la teoria dell’etichettamento; ovvero si comportano secondo schemi acquisiti e conformi ai valori, che di essi, hanno i rispettivi avversari. Semplificando: un “reazionario” e un "progressista", accentueranno il proprio comportamento, perché così impongono i ruoli sociali imposti da una situazione di conflitto. Diciamo che ogni parte è come costretta a dare il peggio di sé... Può apparire paradossale ma esiste il conformismo, socialmente imposto, delle diversità in conflitto. Da ciò discende quella lotta senza quartiere delle opinioni.
La terza conseguenza, sul piano politico, è quella del “ chi ha più forza non può non usarla”. Di qui i provvedimenti e le conseguenti divisioni, secondo la forza scalare del potere detenuto, tra magistratura, parlamento, governo. Cui seguono nuove contrapposizioni, interne alla società civile e politica, tra le decisioni degli uni contro quelle degli altri. Nonché la richiesta di altri interventi legislativi che “risolvano” in modo definitivo una questione privata divenuta pubblica. Ovviamente le nuovi leggi, se approvate, daranno vita ad altre divisioni, legate alle questione applicative, secondo una spirale di natura circolare.
Perché, si badi bene, i processi sociali hanno natura ciclica e non evolutiva, tendono alla ripetizione del semplice e del complesso e non all’unilinearità dal semplice al complesso (o comunque evolvono ma all'interno di un ciclo evolutivo predeterminato, nascita, vita, morte). L’uomo sociale è un animale “reiterativo”. La reiterazione di ciò che è stabile, come ad esempio assumere certe posizioni all’interno di un dibattito, è fonte di sicurezza e gerarchizzazione (“noi”, i migliori, contro “loro”, i peggiori…): in una situazione di crisi, optare per una delle due parti in lotta è fonte di identità. E quanto più si radicalizzano e dilatano le opposte posizioni tanto più si riducono i margini di incertezza individuale. E la vita sociale è tentativo di regolazione dell'incertezza, anche attraverso l'autogoverno psicologico individuale - recepito e poi dettato dalle istituzioni - dell'insocievolezza sociale.
Pertanto, di regola, il dibattito pubblico - soprattutto in una società che non riconosca altre fonti autoritative e/o veritative esterne - è sempre destinato a radicalizzarsi (se non a trasformarsi, in alcuni casi, addirittura in guerra civile) e prolungarsi nel tempo. Certo, variando nelle dimensioni, durata e intensità, in base alle tradizioni storiche e culturali della società di riferimento. Il dibattito "funziona" , ma fino a un certo punto, solo all'interno dei piccoli gruppi. Ma questa è un'altra storia.
Concludendo, il provvedimento del Ministro Sacconi, non è altro che un ulteriore passo in avanti verso l’istituzionalizzazione del “caso di Eluana Englaro”. Ormai trasformata - infatti si parla di "caso", categoria sociale per eccellenza - nel puro veicolo di un dibattito pubblico ad infinitum. Dove, come è naturale che sia, non conta più la verità, ma il puro e semplice argomentare per convincere e vincere. Oppure, dove conta in ultima istanza, la forza sostanziale e imperativa della decisione politica, come momento - attenzione solo un momento - dirimente. Per poi tornare, come nel Gioco dell'Oca, al punto di partenza...
Una precisazione. Quanto appena detto, non significa che chi scrive sia contrario al dibattito pubblico. Ci mancherebbe altro. Ma sarebbe bene conoscerne i limiti sociologici . Tutto qui.
Povera Eluana, cui è toccata la triste sorte di tutte le “cose” sociali. Forse - vista la delicatezza del tema e la natura soggettiva e privata della questione - sarebbe stato meglio lasciarla in pace.

martedì, dicembre 16, 2008

Il voto in Abruzzo. Tra Berlusconi e Di Pietro: l'inverno della democrazia

La vittoria del Pdl in Abruzzo era pressoché scontata. Meno prevedibili erano la bassa affluenza (praticamente ha votato un avente diritto su due) e l’avanzata dell’Idv (che ha raddoppiato i voti) a danno del Pd, andato a fondo, malgrado - o forse proprio - l'apertura a sinistra ( per i dati si veda qui: http://www.repubblica.it/speciale/2008/elezioni/regionali/abruzzo.html ).
Naturalmente Berlusconi si farà forte del successo, anche se inferiore alle previsioni (come lista il Pdl ha perso voti, pur rimanendo il primo partito), mentre Di Pietro - come già sta avvenendo - ne approfitterà per attaccare, con la consueta finezza di eloquio e maniere, la linea politica del Pd, a suo avviso insensibile alla questione morale.
Quel che preoccupa - crediamo - l’elettore riformista è la profonda crisi in cui versa il Pd, partito dolorosamente stretto tra gli interessi a livello locale, che non sono pochi, e le passioni di una sinistra realmente riformista, e non “girondina, come scrivevamo ieri. E con il demagogo Di Pietro pronto ad approfittare come un avvoltoio della situazione. A proposito dell'ex magistrato, saggio amministratore di se stesso nel presentarsi (e celebrarsi) come contraltare "morale" di Berlusconi, si legga l’avvincente biografia romanzata di un personaggio, patologicamente narcisista, che pare somigliargli come una goccia d’acqua, scritta da Piero Rocchini. E che nessun grande editore - guarda caso - ha voluto pubblicare (si veda qui la nostra recensione. http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/03/il-libro-della-settimanapiero-rocchini.html).
Come concludere? Che si preparano tempi ancora più difficili per la nostra democrazia, stretta, quasi fino a soffocarne, tra due demagoghi: Berlusconi e Di Pietro.
Che amarezza siamo veramente entrati nell’inverno della democrazia. Soprattutto se l'alternativa per l'elettore riformista dovesse restare quella tra Veltroni o D'Alema.

lunedì, dicembre 15, 2008

I riformisti italiani tra moderatismo e "gironda"...

Il riformismo è di solito giudicato benevolmente dai politologi. E’ visto come una sintesi politica, resa necessaria dalla moderna divisione tra destra e sinistra, scaturita dalla rivoluzione francese e consolidatasi nell’Ottocento: la destra si oppone al cambiamento, la sinistra vuole cambiare tutto, il riformista punta invece sul compromesso tra le idee degli uni e degli altri.
E i moderati? Durante la rivoluzione si assunsero l’onere i girondini, tutti giornalisti e avvocati al servizio di una nascente borghesia provinciale: prima misero sotto accusa il re, perché ne ostacolava l’ascesa, poi tentarono di salvargli la testa, affinché difendesse i privilegi della neoborghesia da cui provenivano. Nessuno li ascoltò e finirono quasi tutti ghigliottinati. Salvo poi tornare - durante il Termidoro (dopo la morte di Robespierre) - i sopravvissuti, sui banchi della Convenzione, ovviamente ancora in cerca di buoni affari. Di qui la cattiva fama del termine. Ma cerchiamo di essere più chiari.
In primo luogo, il riformismo è un compromesso finalizzato alle riforme mentre il moderatismo è un compromesso rivolto alla conservazione dello status quo. Un errore che spesso si commette è quello di identificare da un lato riformismo e democrazia e dall’altro moderatismo e antidemocrazia. In realtà, riformismo e moderatismo non appartengono a un sistema politico particolare: sono fenomeni trasversali e ciclici. Napoleone condusse a termine, con grandi riforme, l’opera della rivoluzione francese (ad esempio la codificazione legislativa). Cavour, grazie all’invenzione del centro politico, pose le basi dell’unificazione. Anche Mussolini, che era un dittatore, mediò per più di vent’anni tra fascismo moderato e radicale, riuscendo così ad attuare alcune riforme (certo in chiave verticistica e autoritaria). De Gasperi, col suo “centrismo riformista”, favorì il successivo sviluppo economico ( i personaggi storici ricordati, possono più o meno piacere, ma dal punto di vista più ampio delle costanti sociologiche - ed è bene ripeterlo - le “riforme” (vere) introdotte restano mentre i regimi politici, democratici o meno, passano).
Per contro, il “riformismo” di Napoleone, Cavour, Mussolini, De Gasperi, venne travolto, oltre che da errori, limiti interni e cattiva fortuna, anche da “contro-ondate” più o meno lunghe di moderatismo . La Francia postnapoleonica, esaurita dalle guerre, penserà solo ad arricchirsi. L’Italia del dopo Cavour, piena di debiti, punterà prima sulla “lesina” (con la destra storica), poi su sperperi e corruzione (con la sinistra depretisiana), e infine sul clericalismo (con Giolitti). Ma quella di sprofondare nel moderatismo è una sorte toccata anche l’Italia del dopo Mussolini e De Gasperi. Con Moro Fanfani, Andreotti Craxi, Prodi, Berlusconi, si è avuta e si ha solo una politica segnata da grandi annunci, ma da pochissime riforme. Come prova il pietoso stato in cui tuttora versano ospedali, scuole, università e altri servizi pubblici.
In secondo luogo, va distinto il moderatismo politico, come ideologia, dal moderatismo elettorale o sociologico. In genere la stragrande maggioranza delle persone è sfavorevole a mutamenti troppo radicali: vuole soprattutto sicurezza. E di solito, le rivoluzioni scoppiano solo quando il consenso si è dissolto per ragioni economiche (tassi elevati di disoccupazione e povertà), politiche (costante indebolimento della catena di comando), sociali (crescita di una criminalità diffusa), culturali (progressivo isolamento delle élite). La vera arte, o quintessenza del moderatismo ideologico, è trovare il giusto punto di equilibrio tra promesse non mantenute e conservazione di un minimo di consenso sociale. Oggi si punta sulla paura del ceto medio di impoverirsi, ma anche su aspettative di miglioramento. In questo senso il moderatismo ha bisogno di tassi di sviluppo anche modesti ma costanti. Solo così può consentire ad alcuni di conservare privilegi, anche minimi, e a tutti gli altri di sperare di ottenerne , grazie alle promesse di futuro benessere.
In terzo luogo, quanto al riformismo di sinistra, va subito chiarito che nel Novecento di vero riformismo di sinistra ne è esistito uno solo, quello socialdemocratico. Segnato da solide tradizioni nazionali di solidarismo pubblico, sindacalismo e cooperazione sociale (come in Inghilterra, Germania, paesi scandinavi), severo antifascismo ma anche altrettanto duro anticomunismo. Distinto da ottime prove di governo, innervate da politiche economiche fondate sulla programmazione, l'alta tassazione dei ceti abbienti, il welfare, la concertazione, e soprattutto una base o rappresentanza sociale diffusa che andava dai ceti operai a quelli medi. In Italia, non è mai esistita una solida tradizione riformista, e soprattutto di effettivo governo nazionale, con tali caratteristiche. Vanno ricordate correnti di pensiero e figure prestigiose, spesso influenti sul piano delle politiche locali, nonché sublimi testimonianze morali e politiche (si ad esempio pensi al sacrificio di Matteotti e dei due Rosselli): personaggi isolati - all'interno di un mondo ferocemente massimalista - di estrazione culturale e politica differente (da Turati e Saragat, passando per i liberalsocialisti), ma mai di forze politiche "fattivamente" riformiste nel senso specifico e forte della grande socialdemocrazia europea.
Questa premessa aiuta a capire i limiti dell'attuale riformismo di sinistra italiano. Che oltre a non vantare le tradizioni politiche e sociali di cui sopra, viene dopo la fine del comunismo novecentesco e dopo la profonda crisi del welfare state (dopo la Thatcher e Reagan). Che cerca di collegarsi al blairismo o “new labour”, senza avere un grande passato alla spalle, come il laburismo inglese. La storia spesso è un peso (in senso oggettivo) di cui si dovrebbe tenere conto...
Pertanto si tratta di un riformismo più liberale che socialista, dal momento che non avendo solide tradizioni welfariste, ha sbrigativamente accettato il mercato come unico strumento di produzione e redistribuzione della ricchezza economica e sociale (cfr. ad esempio gli atti del recente seminario del Gruppo parlamentare del Partito Democratico, dal titolo che è tutto un programma, Persone e Imprese di fronte alla crisi, Nuova Inziativa Editoriale, Roma 2008 - http://www.deputatipd.it/ : “Il modello redistributivo del ‘900 è ormai superato” (p.88, del cartaceo); “il nostro sistema si è ormai assestato sulla linea delle riforme che dal pacchetto Treu alla legge Biagi hanno ormai introdotto un’ampia flessibilità in entrata, con una vasta gamma di tipologie contrattuali diverse dal modello standard" (p. 95, del cartaceo), “ noi siamo percepiti (…) come portatori di una politica fiscale punitiva (…) [il che] significa che non abbiamo capito niente del complesso mondo del lavoro autonomo” (p.140, del cartaceo); e via discorrendo…
Per un socialdemocratico classico, fatto salvo il capitalismo come unico quadro istituzionale, la sola forma accettabile di economia era, ed è, quella mista (stato + mercato), mentre per un riformista italiano di oggi la sola forma di economia valida è quella pura (o solo di mercato). Inoltre un buon welfare richiede tassazione progressiva e ampie tutele del lavoro. E non precarizzazione e ammiccamenti a un lavoro autonomo, che già di suo evade o elude il fisco
Un atteggiamento del genere può essere solo fonte di confusione e contraddizioni politiche. Siamo perciò davanti a una sinistra più moderata che riformista. Una sinistra girondina.
Fino a quando si resterà immersi in questa specie di melassa politica ?
L’attuale crisi economica può mettere in discussione tutto, dal momento che il moderatismo vive e muore di economia. E come dicono i suoi detrattori di buoni affari… Ma se cadono i nostri girondini, dove sono i riformisti, quelli veri, in grado di sostituirli? Purtroppo, come la storia insegna, appaiono, solo dopo che i rivoluzionari hanno fatto il proprio “dovere”.
Quale? Tagliare le teste.

venerdì, dicembre 12, 2008

Berlusconi, la sinistra e la logica italiana del compromesso ex post
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Nelle democrazie occidentali il compromesso è all’ordine del giorno. E’ un vero e proprio strumento di governo, da alcuni magnificato, da altri demonizzato (quasi sempre si tratta di forze estreme, a destra come a sinistra, fuori dai giochi di potere). Al riguardo esiste una cospicua letteratura politologia e sociologica.
Berlusconi (come abbiamo già sostenuto, ad esempio qui: http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=18451 ) , appartiene pienamente a questa tradizione, anche per formazione personale (di regola l’imprenditore è portato alla mediazione politica, pur di garantire la continuità dei suoi affari ). E come mostra ancora una volta – la notizia è di oggi – il suo passo indietro sulla scuola (http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/scuola_e_universita/servizi/slitta-la-riforma/slitta-la-riforma/slitta-la-riforma.html ). Ma anche il precedente governo Prodi, non è stato da meno... Ma sulla base del compromesso, spesso sistematico, si potrebbe scrivere una storia della Repubblica italiana. E magari andare storicamente anche più indietro.
Il compromesso che è uno strumento di salvaguardia della democrazia, perché se ben congegnato può evitare sbocchi antidemocratici e valorizzare il ruolo delle forze contrarie al governo in carica, può essere ex ante o ex post. Nel senso che può riguardare accordi informali tra maggioranza e opposizione (ex ante), oppure ripensamenti della maggioranza, dopo pressioni parlamentari e/o extraparlamentari (ex post). Il compromesso ex ante, può essere anche di tipo istituzionale e perciò legato a variabili ideologiche (si pensi all’espressione “costituzione repubblicana e antifascista, e alla pratica istituzionale e politica connessa). Insomma, riguardare le regole del gioco in termini di conventio ad excludendum.
Questa forma di gestione politica delle democrazia rappresentativa è stata massimamente valorizzata in Europa, soprattutto continentale, dopo il 1945, alla luce di due pericoli: a) il comunismo; b) il ritorno del fascismo, sotto varie forme, inclusa quella dell’involuzione autoritaria. Ovviamente attagliandola alle diverse realtà politiche, elettorali, sociali ed economiche.
Semplificando, il compromesso di fatto (e dunque ex ante) tra democristiani e socialdemocratici, in Germania Federale fece partire l' economia sociale di mercato e lo sviluppo. In Italia, negli anni Sessanta, uno stesso tipo di compromesso, favorì la nascita dei governi riformisti di centrosinistra, tutto sommato riformatori, rispetto alla media italiana. In genere il compromesso serve a cooptare, depotenziandole, le opposizioni, soprattutto se antisistemiche, ma in modo sempre più debole (sul versante sinistro, la vicenda del Pci-Pd è esemplare, come quella del Msi-PdL sul versante opposto). Un Pareto redivivo, parlerebbe di governo delle volpi...
Che giudizio politologico dare. Il compromesso funziona in condizioni di “assedio sistemico”, quando sussiste una forte minaccia esterna (si pensi al governi di salvezza nazionale a fronte di una crisi militare, economica e sociale), e dunque se a termine e pubblico. Funziona meno per lunghi periodi e in condizioni di “normalità sistemica”, perché - soprattutto se non formalizzato - finisce per impedire o condizionare il ricambio politico, istituzionale e le riforme più profonde.
Per tornare a Berlusconi, si può definire il Cavaliere una specie di astuta contraddizione vivente: ufficialmente dichiara di essere contrario a ogni compromesso, ufficiosamente, come nel caso del scuola, mostra di essere capace dell' esatto contrario. Certo, si tratta in genere di compromessi ex post, più difficili da interpretare, perché non subito evidenti.
Ma stupisce che gli osservatori non abbiano ancora capito il suo gioco. Probabilmente perché, anche a sinistra, prevale la stessa logica del compromesso ex post : prima urlare e poi mettersi d’accordo, magari, se ci si passa l’espressione, per un piatto di lenticchie.
Povera Onda.

giovedì, dicembre 11, 2008

Il libro della settimana: Ernst Nolte, Storia, Europa e modernità, intervista a cura di Luigi Iannone, Le Lettere, Firenze 2008, pp. 76, euro 8,50 - www.lelettere.it

Prima di leggerlo, abbiamo sfogliato il libro-intervista curato da Luigi Iannone (Ernst Nolte, Storia, Europa e modernità, Le Lettere, Firenze 2008, pp. 76, euro 8,50), con un pizzico di (benevola) invidia. Perché, anche noi, qualche anno fa avevamo avuto l’idea di farne uno con Nolte, più o meno sugli stessi contenuti, non direttamente, ma affidando l’incarico a un amico e collaboratore, filosofo del diritto e validissimo traduttore dal tedesco. Il volume doveva essere pubblicato in una nascente collana di interviste. Ma purtroppo per ragioni di salute, Nolte fu costretto a declinare l’invito.
Ora, ricordi (agrodolci) a parte, l’intervista di Iannone è veramente ben fatta. Mai banale, ampia nei contenuti e coinvolgente, senza mai cadere nel gossip culturale.
Ci sembra che Iannone - di cui ricordiamo un interessante lavoro su Prezzolini - abbia ben afferrato due aspetti fondamentali del pensiero di Nolte: il nesso tra storia e filosofia come studio comparato, per dirla con Del Noce, delle grandi essenze storiche del Novecento totalitario ( comunismo, nazionalsocialismo, e uno o due gradini sotto, fascismo; di qui anche l'interesse di leggere Nolte ed Emilio Gentile come due modi diversi, se non opposti, di avvicinarsi storiograficamente al fascismo...). E come riflesso di questo nesso, la necessità che la storia quale storiografia debba sempre essere revisionista di se stessa.
Ne consegue però l’ inattualità di una storiografia revisionista capace, appunto, di rifiutare qualsiasi condizionamento politico. Cui risponde per contro la scontata e dolorosa attualità di una storiografia prigioniera del potere. E Nolte, come si capisce dalle sue risposte, pur condividendo la prima, avverte la difficoltà (non impossibilità) per gli storici di sottrarsi al condizionamento del potere. In certo senso crediamo che per Nolte la libertà dello storico sia non tanto una conquista definitiva, quanto una lotta infinita contro forze spesso soverchianti. Alla cui sfida i più deboli, tra i suoi colleghi, finiscono per soccombere. Come in una specie di vorticosa selezione politica dei più servili, e per questo ottimamente funzionali al potere.
Nolte, invece, per nostra fortuna, finora ha ben resistito alle polemiche, anche le più cattive, pur avendo “osato” mettere sullo stesso piano il terrore bolscevico con quello hitleriano. Addirittura indicando nel primo il pericoloso antecedente del secondo: il padre del totalitarismo nazionalsocialista. Che, a sua volta, avrebbe imitato per reazione la ferocia e la sistematicità del terrore comunista, sostituendo al Borghese l'Ebreo. Ma su questo punto si veda il classico lavoro noltiano, al centro ancora oggi di ingiuste polemiche: La guerra civile europea 1917-1945. Nazionalsocialismo e bolscevismo Sansoni 2004, prima ed. 1988 .
Ci siamo soffermati, forse troppo, su questo aspetto “storiografico”. Ma con una precisa ragione: stuzzicare l’appetito del lettore che magari conosca poco Nolte, per “costringerlo” a leggere questa bella intervista. Che ci piace definire una gagliarda scultura spirituale di quel tenace combattente per la libertà storica che è stato, è e sarà Ernst Nolte. Attenzione, scultura, non testamento. Come mostra l'intervista, Nolte, se ci si permette l'espressione confidenziale, classe di ferro 1923, ha ancora cose da dire… Soprattutto sulla deriva economicista e tecnocratica dell’Occidente. Non finisce qui, insomma.

mercoledì, dicembre 10, 2008

Stanchezza (della blogosfera)...
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Il padrone di casa inizia a essere stanco del tono urlato della blogosfera. Qualche tempo fa parlammo di logiche del beduinismo e del narcisismo, ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/04/una-blogosfera-in-bilico-tra-narcisismo.html ). Probabilmente per eccesso di ottimismo.
La situazione è molto più seria. L’aspetto socialmente distorsivo del dibattito pubblico nella blogosfera è quella pretesa di annunciare ogni giorno la fine dello sfruttamento mondiale se si è a sinistra. Oppure l' imminente distruzione dell’economia di mercato se si è a destra. Con alcune varianti di tipo complottistico: il vampiro "trilateralesco" per la sinistra, la cellula comunista universale per la destra. E ci si deve schierare. Non si ammettono eccezioni. Anzi chiunque osi accennare un “ma”, viene subito liquidato come servitore delle forze della reazione o della rivoluzione bolscevica.
Più che parlare ci si insulta. E soprattutto ognuno va per la sua strada, non si comunica. La destra non parla alla sinistra e viceversa. Mentre si potrebbe dialogare visto che non c'è alcun editore che paga, per dirla brutalmente. E invece no: i paraocchi del pregiudizio ideologico a lungo coltivato, il piccolo cabotaggio e le logiche dei capetti, frustrazioni, invidie, antipatie magari solo a livello di “facebook” ( di un’immagine), continuano ad avere la meglio. Come nella vita reale. Purtroppo.
Ma c’è di peggio La rete ricorda sempre più quel programma di Funari, da lui ideato negli anni Ottanta, dove due gruppi di persone comuni si confrontavano su argomenti di interesse generale, all’insegna del qualunquismo allo stato puro. Persone almeno pagate un tanto a stupidaggine…
Certo, il rischio opposto è quello del “cenacolo dei dotti”…
Forse chi scrive si aspettava troppo. Inoltre da "onesto ingenuo", non ha mai cercato in tre anni di usare il blog come strumento di promozione personale. Ma anche questo non è stato apprezzato. La società ti impone di salire sempre in cattedra, peggio per te se vi rinunci. Guai ai miti di cuore.
Certo, chi scrive ha “incontrato” alcune persone, nelle quali però ha “riscontrato” i suoi stessi dubbi. Altri invece non hanno capito. Peccato. Nel complesso, chi scrive crede di aver dato molto, forse troppo e ricevuto quasi nulla. Meglio così, i miei nonni dicevano meglio pentirsi di aver donato che del contrario.
Purtroppo il meccanismo del dono non sempre è reciprocitario. Il dono è un rischio. Tuttavia il vero pericolo è che nel tempo al tono urlato, all’esterno (la rete), si sommi, all’interno (in chi pubblica), la coazione a ripetere. Che il nulla delle contrapposizioni urlate abbracci il nulla della routine.
Ma, a quel punto, che dono sarebbe?

martedì, dicembre 09, 2008

Il mito della Comune Parigi
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Quel che sta accadendo in Grecia potrebbe rianimare l’antico mito del Comune di Parigi (1871). E più in generale della rivoluzione.
Il che però sarebbe un grave errore perché le rivoluzioni moderne, come dimostrò il fallimento della Comune, richiedono, capi capaci, una struttura di comando centralizzata, un partito unico e soprattutto la scissione della classe dirigente, inclusi esercito e polizia, pronta a passare in blocco nelle file delle forze rivoluzionarie. Quattro elementi di cui la Comune di Parigi fu priva. E che invece distinsero la rivoluzione d’ottobre. Le rivoluzioni non costituiscono il trionfo della disorganizzazione ma dell’organizzazione.
Pertanto consigliamo alcuni aspiranti rivoluzionari di professione, proprio per evitare tragedie e spargimenti di sangue, di non alimentare soprattutto tra i più giovani e moralmente indifesi il mito della presa armata del potere. Sarebbe molto pericoloso.
Il momento difficile che l’Europa sta attraversando, per ora, non può assolutamente essere messo socialmente sullo stesso piano della situazione della Francia del 1871, occupata dai prussiani, vincitori di Napoleone III, o della Russia del 1917, affamata e sconvolta da una guerra terribile, solo per citare due esempi. Anche perché, sul piano causale, alle condizioni sociali precarie, va sempre sommata l’esistenza di un partito rivoluzionario, ben organizzato. Non è sufficiente che la gente abbia fame e invada le piazze, occorrono rivoluzionari capaci e organizzati, altrimenti la rivoluzione rischia di restare una sommossa.
E poi, attenzione, le rivoluzioni, come è stato detto, non sono pranzi di gala. Sono sanguinose e sanguinarie. E racchiudono un potenziale antidemocratico che di regola, una volta consolidate spinge molti a rimpiangere il “buon tempo antico”. Dal momento che il potere rivoluzionario, proprio perché costituente, non può esitare davanti a nulla, e tanto meno perdere tempo con la democrazia: in primis deve difendersi all'interno e all' esterno, pena la sua scomparsa.
Pertanto mai scherzare con il fuoco. Della rivoluzione.

venerdì, dicembre 05, 2008

La “guerra tra le procure”. Per andare oltre i luoghi comuni…

Nei riguardi della “guerra tra procure” ( http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/cronaca/de-magistris/mancino-csm/mancino-csm.html ) si possono assumere due posizioni.
La prima è quella di schierarsi con una delle due fazioni e “fare il “tifo” cercando di giustificare e nobilitare l’una o l’altra. Questo tipo di approccio non ci interessa. Troppo superficiale, settario e legato ai luoghi comuni della politica italiana.
La seconda posizione è quella di andare oltre le polemiche, cercando di capire “il funzionamento” dal punto di vista sociologico, della divisione dei poteri, e in particolare della magistratura. Invitando il lettore a riflettere su questioni più profonde che i cosiddetti giochi di potere del teatrino politico-giudiziario-mediatico.
Ovviamente un approccio del genere non può fornire risposte immediate. Ma aiuta a capire le ragioni profonde di una crisi che va ben al di là delle questioni contingenti. Ma veniamo al punto.
La divisione dei poteri (esecutivo, legislativo e giudiziario) è presentata dagli storici moderni, soprattutto di ispirazione liberale come una conquista.Il fatto, che la giustizia sia indipendente, dagli altri due poteri - si declama - consente che nei tribunali regni l’assoluta neutralità dei giudici, per così favorire l’eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge, come impongono i moderni diritti dell’uomo. Tuttavia basta entrare in un’ aula giudiziari, o sfogliare le cronache giudiziarie, per capire che la giustizia spesso non viene amministrata in modo indipendente. All’enunciazione dei grandi principi, che risale ad alcuni secoli fa, ancora non ha fatto seguito alcun progresso decisivo. Perché?In primo luogo, bisogna sempre distinguere tra gli aspetti normativi e descrittivi di un fenomeno. Asserire che la giustizia debba essere amministrata in modo neutrale rispetto ai diversi poteri sociali ha un valore programmatico, nel senso che indica la realtà come “dovrebbe essere” Osservare, invece che almeno due secoli di fatti storici confermano il contrario ha un valore descrittivo, nel senso che indica la realtà "così com’è".
Che cosa intendiamo dire? Che, ad esempio, per coloro che sono in basso nella scala sociale o in cattiva sintonia ideologica con la società politicamente e “giudizialmente” dominante, è spesso difficile se non impossibile ottenere giustizia.In secondo luogo, la giustizia non può essere amministrata in modo assolutamente indipendente, perché è di fatto gestita da un preciso gruppo sociale: i giudici. Che come ogni gruppo sociale tende a egemonizzare altri gruppi sociali. Oppure soprattutto, dove non riesce ad avere la meglio, a stabilire alleanze, temporanee o durature. Inoltre - e questo è un fatto importantissimo - come ogni gruppo sociale, anche quello dei giudici, ha necessità di risorse ideologiche, simboliche e materiali. Risorse che nel moderno sistema di economia pubblica e privata, basate comunque sul mercato, provengono dallo Stato ma anche da gruppi economici privati. Senza dimenticare che l’ideologia della “neutralità dei poteri”, prima che giuridica è politica, dal momento che si è storicamente affermata attraverso rivoluzioni politiche, che hanno rafforzato il “potere” (sempre relativo, certo) dello Stato. Il quale, a sua volta, non è qualcosa di neutrale, ma si compone di gruppi sociali in conflitto per l’egemonia politica, e spesso dipendenti dai gruppi economici. Pertanto il quadro dei tre poteri idealizzato, in termini normativi, dal pensiero giuridico e politico moderno, in realtà ignora una lotta - sociologicamente normale - tra gruppi sociali differenti per ideologia e interessi, che va perciò ben oltre la divisione formale dei poteri.
Una lotta, spesso all'ultimo sangue, segnata da battaglie, imboscate, armistizi, alleanze, più o meno sincere, eccetera. E dove l’ideologia della neutralità della giustizia diventa un puro strumento di lotta. Una “derivazione” per dirla con Pareto: un’arma da usare contro gli avversari e per nobilitare se stessi e gli alleati del momento.In terzo luogo, la cosiddetta neutralità della giustizia può perciò essere esclusivo esito di equilibri sociali, parziali e sempre precari, sulla base ad esempio di alleanze ideologiche e/o di interessi materiali tra gruppi temporaneamente affini: gruppi che tuttavia finiscono sempre per reinterpretare ideologicamente l’idea normativa di giustizia, in proprio favore.
Ripetiamo perciò che la neutralità viene sempre perseguita in misura parziale, perché riflette l’egemonia di un’alleanza ideologica, anche occasionale, che premia alcuni e penalizza altri.Inoltre, e in quarto luogo, la “macchina” della giustizia, risente dei cosiddetti problemi legati alla burocratizzazione: fenomeno tipico delle istituzioni moderne. Di qui i problemi legati al reclutamento, alla formazione e alla gestione della giustizia. Problemi sui quali influisce inevitabilmente la cosiddetta “routinizzazione” delle funzioni: un fenomeno che colpisce tutte le grandi organizzazioni moderne. E che si ripercuote, con intensità diversa a seconda delle differenze di tradizioni nazionali e amministrative, sulla “piccola giustizia” di tutti i giorni, quella che non riguarda i processi famosi o importanti. In conclusione, e per passare dalla teoria alla pratica, lo “scontro tra procure” è l’ennesimo episodio di una lotta tra due sub-gruppi, interni al gruppo sociale-magistrati. Alimentata - pro o contro - a livello mediatico, da altri gruppi, probabilmente politici ed economici, legati all’informazione e vincolati ideologicamente a fazioni contrapposte. E tutti difendono la neutralità della giustizia, ovviamente sempre dal proprio punto di vista. E così cittadino "neutrale", che magari vuole farsi un'idea, finisce per non capirci nulla. Perché le "regole del gioco" vengono interpretate, a seconda della convenienza, se non della contingenza.
Purtroppo, ripetiamo, bisogna accettare un fatto sociologico: all’interno delle società liberali e di mercato, basate sul pluralismo dei gruppi sociali ed economici, la cosiddetta ideologia dell’indipendenza della magistratura, è una pura e semplice risorsa (scarsa come le altre) nella lotta per l’egemonia sociale e politica tra i vari gruppi, incluso quello dei magistrati. E tutto sommato, il nostro “sistema” è “relativamente” migliore di quello in uso nelle società totalitarie, prive di pluralismo, dove la giustizia è assoggettata a un unico gruppo politico, e i magistrati reclutati esclusivamente sulla base della fedeltà ideologica al "partito unico", in nome del quale devono esercitare la giustizia, invocando le feroci ragioni della razza o del proletariato.
Perciò, concludendo, alla “procura unica” degli stati totalitari è sempre preferibile la “guerra tra procure”…

giovedì, dicembre 04, 2008

Il libro della settimana: Arturo Colombo (a cura di), Il mondo di Sergio Romano, il melangolo, Genova 2008, pp. 134, euro 10,00 - www.ilmelangolo.com

Non amiamo i conservatori. Ma si deve pur distinguere tra i nostalgici dei tempi passati e i veri conservatori. Il nostalgico idealizza il buon tempo antico, fino al punto di rimpiangerlo, rischiando di trasformarsi in reazionario. In questo senso la storia viene usata per giustificare il passato. Un altissimo esempio di conservatore-reazionario è rappresentato da Joseph de Maistre.
Mentre il vero conservatore - e in Italia ne abbiamo avuti di eccellenti, si pensi solo a Pareto e Mosca - non idealizza il passato. E usa la storia come laboratorio per analizzare il presente e capire il futuro. E’ un conservatore-realista. Non mitizza, ma apprezza la storia come maestra, erudita, di vita.
Un ottimo esempio di vero conservatore è Sergio Romano, nato nel 1929, ex ambasciatore, giornalista e storico colto e indipendente. Come qui: “Capisco che l’indipendenza del Kosovo possa piacere agli Stati Uniti e alla Gran Bretagna. Mi è difficile capire perché piaccia alla Francia, alla Germania e all’Italia” (Corriere della Sera, 23 febbraio 2008).
Autore di ottimi libri su Gentile, Crispi, l’impresa libica, i falsi protocolli, gli Stati Uniti e l' Italia. Nonché di testi "metodologicamente" preziosi come La storia sul comodino (Greco & Greco 1995), Confessioni di un revisionista (Ponte alle Grazie 1998), e Memorie di un conservatore (Tea 2002).
Un ottimo strumento per approfondirlo è un libro fresco di stampa: Il mondo di Sergio Romano, il melangolo, Genova 2008, pp. 134, euro 10,00), a cura di Arturo Colombo.
Nel volume sono raccolti gli interventi di una giornata di studi a lui dedicata dall’Università di Pavia. E per una ragione particolare: Romano, come si legge nella presentazione del rettore Angelo Stella , “con un gesto di grande generosità" aveva in precedenza espresso "la sua volontà di lasciare al fondo Manoscritti le sue carte e il patrimonio della sua attività intellettuale” . Di qui la natura formale e celebrativa dell'incontro, avvenuto nel marzo del 2008. L’elenco del materiale archivistico donato è in calce al volume, e copre il periodo 1952-1991.
Il volume ospita tra gli altri interventi di Arturo Colombo (I Continenti del Mondo di Sergio Romano); Arianna Arisi Rota (Il Crispi di Romano. Appunti di lettura), Silvio Beretta (Sergio Romano e “La storia sul comodino”), Giampaolo Calchi Novati ( Un eurocentrico riluttante), Vittorio Dan Segre (Romano amico di Israele?), Salvatore Veca (Dell’ironia liberale. Prove per un ritratto). Oltre, dulcis in fundo, all' intensa Confessione di Sergio Romano. Dove, oltre a riconoscersi, con umiltà sconosciuta negli ambienti intellettuali italiani, storico per caso e diplomatico e giornalista per professione, Romano sottolinea che “un diplomatico e un giornalista non debbono soltanto diffidare di ogni notizia e dichiarazione che raccolgono nel corso del loro lavoro. Debbono anche diffidare di se stessi”.
Il che spiega, in modo icastico, la natura intelligente e critica del suo conservatorismo.

mercoledì, dicembre 03, 2008

Ancora sul consumismo sessuale

Ieri, forse confidando troppo nelle capacità critiche della blogosfera, sono andato a prendere di mira una divinità sociale del nostro tempo: la libertà sessuale. Libertà che oggi viene intesa come diritto alla scelta sessuale. Insomma quale diritto sancito dalla legge, come altre forme di libertà dei moderni: di parola, di pensiero, eccetera.
Pertanto, oggi, chiunque osi mettere in discussione il diritto di libertà sessuale viene considerato un nemico della libertà soggettiva tout court. Fermo restando, per contro, che chi scrive resta contrario a qualsiasi repressione violenta dell’omosessualità.
Detto questo, dobbiamo porci una domanda: che cosa ne è della libertà nelle società capitalistiche? In genere, nelle nostre società - società materialistiche per eccellenza - si è liberi solo attraverso il denaro. Ovviamente, per ragioni di consenso sociale, lo stato cerca di colmare il divario tra ricchi e poveri, tra liberi e meno liberi, attraverso interventi volti a mantenere tollerabile la mancanza di denaro. E ciò - ripetiamo - per rendere meno largo il divario sociale che di regola separa la proclamazione dei diritti dalla concreta effettività.
Tuttavia in questo senso ogni diritto di libertà non può non diventare un diritto economico. Per due ragioni.
In primo luogo, perché se ne impossessa il mercato capitalistico trasformando l’esercizio del diritto in atto economico, fonte di rendite, profitti e salari. Valori espressi in nude cifre.
In secondo luogo, perché, per reazione, cerca di impossessarsene di nuovo lo stato, intervenendo a scopi perequativi. Come? Quantificando i diritti i termini reddituali. Facendo così rientrare in gioco le categorie economiche di cui sopra.
Lungo questa dinamica economicista stato-mercato che si allarga e restringe sulla base dell’ elastico movimento dei due poli, i diritti soggettivi si avvicinano o meno, di volta in volta, alla reale effettività, senza però mai raggiungerla. Perché i "confini" del desiderio di beni materiali devono rimanere mobili, pena la cessazione dei giochi di mercato capitalistici...
Pertanto - per tornare al punto - l’esercizio del diritto di libertà sessuale resta legato alle possibilità economiche individuali di renderlo effettivo. Possibilità la cui tutela, almeno nella società capitalistica, resta suddivisa elasticamente tra stato e mercato. Due attori sociali che si palleggiano i diversi diritti, alla stregua dei giocatori di una partita di tennis dalla durata apparententemente infinita.
Ma c’è anche un altro aspetto della questione. Quello del rapporto tra immaginario merceologico e diritti. Dal momento che dal punto di vista "sistemico" l’esercizio di un diritto è un atto economico, non può non essere commercializzato senza pubblicità. Nelle nostre società l’individuo si sente tanto più libero, quanti più beni possiede. Di qui il feroce condizionamento al consumo, attraverso la creazione di un immaginario capace di favorire in misura crescente il consumo di beni. Di conseguenza la libertà di pensiero viene collegata alla possibilità di possedere più televisori; la libertà di parola, al numero dei partiti; la libertà sessuale, al numero di rapporti sessuali, e così via. Nell’ultimo caso si può perciò parlare di consumismo sessuale.
Quali vie d’uscita? Cancellare i diritti? Sarebbe come tradire la modernità. Estendere il potere dello stato, magari di uno stato universale, o di un embrione di stato universale come l’Onu? Sì, ma a che prezzo? Gli esperimenti politici novecenteschi hanno insegnato che lo stato (anche se socialista) burocratizza e livella i diritti in basso, magari tagliando teste per equiparare le altezze dei suoi cittadini. O meglio sudditi.
L’unica possibilità che resta è quella di una crescita - attenzione - interiore, spirituale, non imposta dall’alto, rivolta ad apprezzare chi ci sia vicino per le sue qualità morali, a prescindere dalle sue preferenze sessuali. O peggio ancora dalla sua abilità di attrazione amatoria, più o meno indotta da certo triviale e materialistico universo pubblicitario.
Parliamo di una crescita interiore capace di coincidere con la decrescita esteriore, sempre non imposta dall'alto. Una crescita spirituale in grado di metterci nella condizione di poter separare il diritto alla libertà sessuale da quella enorme quantità di rapporti sessuali che un individuo, come mediaticamente impone il sistema economico attuale, pare debba forzosamente "accumulare" nel corso della sua vita. Al pari delle macchine, delle case, delle barche, dei cellulari e di altri beni prima agognati e poi finalmente posseduti...
Perciò il vero punto della questione è quello di respingere interiormente non la libertà sessuale in quanto tale, ma una libertà libertina funzionale alla società capitalistica: il consumismo sessuale. come dicevamo ieri.
Decrescere quantitativamente ma crescere spiritualmente. E sperare, per ora, nella forza del contagio sociale attraverso l’esempio dei pochi in grado di afferrare una semplice ma inattuale verità: l’uomo non è ciò che copula ( e con chi copula) , ma ciò in cui crede.

martedì, dicembre 02, 2008

Consumismo economico, sessuale e decrescita

Il no della Chiesa cattolica al progetto di depenalizzazione dell'omosessualità che la Francia a nome della Ue presenterà allOnu merita una riflessione.
Secondo padre Federico Lombardi, il quale ricorda come altri centocinquanta paesi non abbiano aderito alla proposta, “nessuno vuole difendere la pena di morte per gli omosessuali (…), ma la proposta cerca di introdurre una dichiarazione di valore politico che si può riflettere in meccanismi di controllo in forza dei quali ogni norma che non ponga esattamente sullo stesso piano ogni orientamento sessuale, può venire considerata contraria al rispetto dei diritti dell'uomo ''.
In pratica il rischio paventato è che gli Stati contrari alle unioni gay vengano "messi alla gogna"(http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/benedetto-xvi-27/vaticano-omosessualita/vaticano-omosessualita.html ).
Mentre a parere dell’ Arcigay invece, il no della Chiesa sarebbe di “una gravità inaudita che il Vaticano, e quindi, la Chiesa cattolica tutta, si adoperi affinché questa richiesta non passi e, si prefigura come un vero e proprio atto di condanna a morte contro i milioni di gay e di lesbiche che hanno la sfortuna di abitare in paesi sanguinari (…). La scusa per cui la richiesta francese non dovrebbe passare perché da quel momento gli stati che non riconoscono le unioni gay sarebbero messi all'indice (…) non solo non ha alcun senso, ma è una studiata e cinica bugia per nascondere ciò che realmente il Vaticano vuole: mantenere la pena di morte e il carcere per le persone omosessuali“(http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/benedetto-xvi-27/vaticano-omosessualita/vaticano-omosessualita.html ).
Chi è più vicino alla verità? Difficile dire. Che si debba essere messi in prigione e condannati a morte per le proprie preferenze sessuali, come avviene tuttora in moltissimi paesi, è inaccettabile. Ma, come sembra indicare il progetto, trasformare la preferenza sessuale in diritto universale di libertà dell’uomo, pare altrettanto non condivisibile. E non tanto per una questione religiosa, ma per ragioni, diciamo così, ideologiche e di tecnica giuridica. Facciamo un esempio.
Come stabilire ciò che è lecito o meno sotto il profilo del comportamento sessuale? Se non su base culturale. Ma le culture non sono profondamente diverse? E come trovare un minimo comune denominatore, se non puntando su un’ astratta uniformità giuridica? Che, una volta trasformatasi in legge, inevitabilmente rischia di scontentare gli uni e accontentare gli altri? E soprattutto di essere messa a profitto dal più forte. E forza e giustizia spesso seguono strade diverse...
Certo, ci si può rispondere che la violenza, anche se legalizzata, va sempre combattuta e che dunque la depenalizzazione dell’omossessualità rappresenta un altro passo verso la liberazione dell’umanità da ogni ingiusta costrizione fisica e morale. Però, sembra, non tutti siano d’accordo… Centocinquanta paesi, come abbiamo visto, sono contrari alla proposta.
In realtà si tratta di una tesi che assomiglia molto a quella che viene invocata per difendere i valori del mercato, dello sviluppo e del consumismo. Anche qui si parla della sacra libertà economica dell’uomo e del suo diritto universale a produrre, vendere, consumare.
Ma chi ha fissato concretamente fino ad oggi i limiti del retto comportamento economico? Nessuno. I codici civili, commerciali e i trattati economici sono interpretati e reinterpretati sulla base del diritto del più forte e del più ricco. E, comunque sia, si tende a dare per scontato il fatto che la libertà universale di mercato sia un altro passo decisivo verso la giusta liberazione dell’uomo da ogni costrizione. Tuttavia anche qui non tutti sono d’accordo.
Ma allora se le cose stanno così - e ci rivolgiamo ai contrari al consumismo economico - perché favorire il consumismo sessuale? Solo per non combattere la stessa battaglia della Chiesa cattolica? Se si crede nella decrescita economica, che vi può essere di sbagliato nel credere - in un mondo schiavo economicamente dell' artificiale bisogno di sesso - anche nel valore per così dire della "decrescita sessuale"?

lunedì, dicembre 01, 2008

L’eccidio di Mumbai e le tesi del professor Panebianco sull’antisemitismo in Occidente.
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Ieri sul Corriere della Sera ( http://www.corriere.it/editoriali/08_novembre_30/panebianco_a514e9d4-beb7-11dd-b8e9-00144f02aabc.shtmlil ) , Angelo Panebianco riflettendo sul gravissimo eccidio di Mumbai, si è posto una domanda. Perché "la stessa Europa che ricorda l’Olocausto e si commuove davanti a Schindler’s List non prova particolare sdegno per l’antisemitismo diffuso nel mondo arabo, e musulmano in genere, di cui ‘la caccia all’ebreo’ da parte dei jihadisti (anche a Mumbai) è una diretta conseguenza”?
Secondo il politologo liberale la spiegazione sarebbe nel fatto che “solo se neghiamo l’evidenza, ossia i veri caratteri dell’ideologia jihadista, solo se spieghiamo le sue manifestazioni violente come il frutto esclusivo di circostanze specifiche in luoghi lontani da noi, possiamo sperare di essere lasciati in pace”. Il che è vero: l’Europa, in genere, oggi si batte malvolentieri. Preferisce più ragionare che combattere. Ma perché ?
La risposta è sempre Panebianco a suggerirla in uno dei suoi libri più interessanti (Guerrieri democratici. Le democrazie e la politica di potenza, il Mulino 1997) . A suo avviso, infatti, le democrazie occidentali rispetto ai regimi autoritari, preferirebbero la pace alla guerra, la composizione diplomatica al conflitto militare.
Il che dovrebbe spiegare, riteniamo, perché il popolo europeo nella sua “media”, anche per effetto di ricaduta del lungo periodo di pace post-1945, oggi rifiuti la guerra come forma di soluzione del conflitto politico interstatale. Insomma, perché gli europei attualmente alla spada preferiscano il ragionamento.
Pertanto non comprendiamo la posizione di Panebianco. Delle due l’una: o la ricerca di pace dell'Europa è frutto di una razionale adesione al metodo democratico, come il politologo scrive nei suoi libri… Oppure è esito di motivazioni psico-sociologiche (il voler essere lasciati in pace) e/o ideologiche (l’ antisemitismo latente), come invece spesso osserva nei suoi editoriali…
Perché, semplificando, se si accetta l’idea che le democrazie razionali di regola rifuggono la guerra irrazionale, allora quel che Panebianco, chiama - la sintesi è nostra - l' antisemitismo pacifista europeo, è frutto non di sue osservazioni empiriche ma di pregiudizi ideologici - secondo alcuni - filo-israeliani e filo-americani. Come del resto si intuisce dal suo mettere sullo stesso piano antisemitismo e antisionismo, confondendo una delle peggiori forme di razzismo con la critica severa, ma appunto ragionata, della politica estera dello Stato d’Israele.
In realtà è proprio la distinzione tra antisemitismo (irrazionale) e antisionismo (ragionato) che potrebbe spiegare perché ci si commuova davanti a Schindler’s List, e ci si indigni, per contro, dinanzi al durissimo trattamento israeliano dei palestinesi. Ma c’è dell’altro: la stessa ragionevolezza democratica, introiettata dagli europei, potrebbe chiarire perché ci si interroghi ragionevolmente, sul senso da conferire al tragico eccidio di Mumbai. Dove insieme ad alcune decine di cittadini anglo-americani e israeliani sono stati uccisi centinaia di indiani, probabilmente anche di fede islamica. Un elemento fattuale, la cui serena valutazione potrebbe impedire la scelta di risposte irrazionali e affrettate. Secondo notizie dell’ultima ora, provenienti dalla polizia indiana, il terrorista superstite avrebbe dichiarato di essere stato inviato “anche con la specifica missione di colpire cittadini israeliani per ‘vendicare le atrocità commesse contro i palestinesi’ “. ( http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/india-attentato-2/si-dimette-ministro/si-dimette-ministro.html ). Ecco su quell’ ”anche”, tra l’altro uscito dalla bocca di un disperato ora nelle mani della polizia, si dovrebbe riflettere. Proprio per non escludere altre piste, come ad esempio quella legata ai pessimi rapporti tra India e Pakistan. Evitando così di limitarsi alla sola pista jihadista, prediletta dal politologo del Corriere della Sera .
Concludendo, sembra contraddittorio, come sostiene Panebianco, celebrare la democrazia come esercizio della ragione e al tempo stesso bollare come antisemita, pavido e irragionevole chiunque osi, in Europa, interrogarsi criticamente, e dunque democraticamente, sulle cause del gravissimo eccidio di Mumbai.