venerdì, novembre 28, 2008

Tutti perversi, nessun perverso. Un' intervista di Elisabeth Roudinesco a Repubblica.

Se c’è un cosa fastidiosa è il lacaniano saccente e oscuro. Una trentina di anni fa era una figura molto influente, soprattutto nei salotti italo-francesi. Oggi meno. Mentre è addirittura insopportabile la figura del derridiano - come evoluzione del specie - che pretende di parlare al mondo, perché si esprime più chiaramente, lasciando però dietro di sé, dopo il bombardamento “decostruttivo”, solo rovine… Purtroppo i lacaniani erano una setta e parlavano tra di loro, mentre i derridiani sono tuttora un esercito, molto influente, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia.
Ieri su Repubblica, Elisabeth Roudinesco, studiosa di storia della psicanalisi e di Freud, che si professa addirittura lacaniana-derridiana, ha rilasciato una di quelle interviste, dove, se ci si passa la rozza metafora, prima si smonta (pardon, decostruisce) il concetto di perversione - perché è una "costruzione culturale", come tante altre; poi lo si lascia in pezzi sul pavimento. E infine ci si allontana, saltellando, magari in tacchi a spillo, sui rottami, per evitare di fracassare tutto, canticchiando sulle note di “Paris Canaille”, con aria da impunita (come si direbbe a Roma), "tutti perversi, nessun perverso"...
Che vogliamo dire? Una cosa semplicissima. Per la Roudinesco siamo tutti perversi, nel senso che all’uomo piace naturalmente fare del male agli altri. E di conseguenza contrastare moralmente la perversione è inutile. Del resto ogni epoca ne ha avuta una. E quindi dobbiamo convivere, come recita il titolo del suo ultimo libro, con la parte oscura di noi stessi. Tradotto: saltellare tra i rottami dei valori smontati (pardon, decostruiti). E quindi fregarsene, “relativisticamente” (per alcuni nichilisticamente) di eventuali imperativi morali, etici e religiosi.
Ad esempio nella “società contemporanea la perversione assoluta è incarnata dal pedofilo. La nostra società ne è ossessionata”. E per quale ragione? “ Prima di Freud, i medici condannavano la sessualità dei bambini come perversa. Dopo di che il fondatore della psicanalisi ha dimostrato la normalità della sessualità infantile, la società l’ha accettata, ma ha anche sentito il bisogno di proteggerla. Per questi diversi motivi la pedofilia è diventata ai nostri occhi la perversione più intollerabile”. In conclusione: il pedofilo sarebbe uno che attenta alla libertà sessuale dei bambini.
Ma non finisce qui. Ecco cosa risponde la Roudinesco alla domanda se la perversione implica solo la sfera sessuale: “ Naturalmente no. I mistici ad esempio sono stati spesso protagonisti di forme di perversione molto radicali. Si pensi alle sofferenze che si sono imposti alcuni santi oggi molto venerati, la mortificazione della carne e la flagellazione per purificare il corpo (…). I mistici oltretutto possono passare dalle vette del sublime agli abissi dell’abiezione. Si pensi a Gilles de Rais, su cui è stato poi costruito il mito di Barbablù. Fu un grande condottiero, animato dalla ricerca del bene, che seguì in battaglia Giovanna D’Arco. Quando questa venne mandata al rogo accusata di essere una strega perversa, egli precipitò nel pozzo delle proprie pulsioni incontrollabili, mettendosi ad ammazzare bambini”…
Così in un colpo solo, la Roudinesco, infanga (pardon, decostruisce) il misticismo religioso e assolve, o quasi, un personaggio, comunque moralmente inquietante, come Gilles de Rais, dopo, si fa per dire, averlo promosso al grado di mistico.
Francamente non sappiamo se ridere o piangere...

giovedì, novembre 27, 2008

Il libro della settimana: Marcello De Martino, Mircea Eliade esoterico. Ioan Petru Culianu e i “non detti”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2008, pp. 524, Euro 29,50 - www.libreriaeuropa.it

E’ proprio vero che i migliori libri su argomenti “apparentemente” specialistici sono scritti da non specialisti. Il professor Marcello De Martino glottologo, linguista, docente di lingua e letteratura latine presso l’ Università di Harvard, ha pubblicato sul grande storico rumeno delle religioni, un libro che da solo vale tanti altri ponderosi studi, scritti da insonni e togatissimi storici delle religioni (Mircea Eliade esoterico. Ioan Petru Culianu e i “non detti”, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2008, pp. 524, Euro 29,50) . E per due ragioni: una euristica e una metodologica.
In primo luogo perché il professore romano studia un aspetto spesso sottovalutato dalla critica, ma anche abilmente nascosto, dallo stesso Eliade sotto il fitto bosco della sua produzione scientifica. Quale? Quello del lato esoterico del suo pensiero. O se si preferisce, come nota De Martino, sciamanico.
In secondo luogo, perché ne seziona gli scritti puntando su un’accuratissima eziologia dei romanzi e diari di Eliade, trascurata dagli specialisti. Usando con mano virtuosa lo strumento filologico e quello dell’analisi comparativa dei testi.
Probabilmente il merito principale del Mircea Eliade esoterico è di muoversi al confine tra storia delle idee e, semplificando, filologia. In certo senso, De Martino proprio per il suo “non specialismo”, vede cose che gli storici delle religioni mai hanno visto né vedranno… In certo senso, se ci si passa la battuta, anche il coltissimo professore romano è uno sciamano, che danza sinuosamente tra filologia e storia delle idee, ipnotizzandoci, mentre siamo tutti accovacciati intorno al grande fuoco vivo della scienza, fuoco che brilla nella notte senza luna dei nostri bui tempi...
I “non detti” di cui parla il titolo si riferiscono al rapporto tra Eliade e Culianu, suo allievo (anche se non tecnicamente), in certa misura sopportato; l’esoterismo, appunto; i legami acclarati con la “Guardia di Ferro” rumena. Del resto è noto, soprattutto in psicologia e psicanalisi, come i rapporti fondati sul “non detto” e sulle non (franche) ammissioni delle proprie debolezze non facilitino le relazioni, fino al punto di rovinarle.
Il che spiega perché, come il Pietro dei cristiani, incapace talvolta di ammettere la natura vacillante della sua fede, tradì tre volte Gesù, anche Eliade, in certa misura tradirà Culianu, la Guardia di Ferro, e l’esoterismo. In favore della sua solitudine di scienziato, tutto dedito, soprattutto nel periodo americano (dal 1955 alla morte, avvenuta nel 1986), allo studio accademico della storia delle religioni.
Però a differenza di Pietro, Eliade, non sarà la prima pietra di nessuna nuova chiesa tradizionalista (nel senso guénoniano ed evoliano del termine), o addirittura esoterista. Vivrà per se stesso, come uomo e scienziato, ma in funzione delle sue passate "debolezze". Lasciando lo “sciamano-Eliade”, di cui parla De Martino, aggirarsi, lento e silente, per gli scivolosi meandri del suo inconscio individuale. Per affacciarsi, qualche volta, in alcune pagine meno sorvegliate dei suoi diari.
Una precisazione: quando si parla dell’esoterismo di Eliade - e qui De Martino è lapidario - il lettore non deve assolutamente pensare, se ci si passa la caduta di stile, a un Eliade-Otelma, dedito a strani riti propiziatori e magici. Ma a un Eliade consapevole di un fatto importantissimo: che se si accetta l’idea che il sacro è un elemento strutturale delle coscienza umana, non è neppure possibile negare la forza tremenda e sconosciuta del linguaggio pre-riflessivo.
Un linguaggio, che va sì interpretato essotericamente, mediante il galateo della scienza, ma anche esotericamente, e non come strumento pre-scientifico, proto-scientifico o post-scientifico, ma trans-scientifico. E dunque “attraverso” quegli strumenti di lavoro individuale su stessi, affinati da Eliade nel corso del suo giovanile soggiorno in India e delle sue indagini sullo sciamanesimo. Ricerche sviluppate anche alla luce dello studio, tra gli altri, del pensiero di Evola e Guénon.
Siamo perciò davanti a un libro ricchissimo, ai cui contenuti e meriti, abbiamo qui solo rapidamente accennato, ma di cui consigliamo vivamente la lettura. Con l’augurio che Marcello De Martino, come prossima fatica, ci offra una altrettanto ampia ricostruzione del volto essoterico di questo grande storico delle religioni. Restituendo così alla scienza della cultura il ritratto integrale di Mircea Eliade.
Accademico e sciamano al tempo stesso.

mercoledì, novembre 26, 2008

Berlusconi, Tremonti e Carl Schmitt

Le misure economiche del governo - almeno per quel che se ne sa dai giornali - non sembrano di grande portata. Anzi.
Sostanzialmente si riducono alle solite misure fiscali per le imprese e alla consueta spintarella ai consumi, attraverso un mix di detassazioni e sgravi, nonché di aiuti diretti (ma poca cosa) alle famiglie in difficoltà.
L’impressione generale è che Berlusconi punti sul solito stellone italiano e su una ripresa internazionale, per il momento molto lontana. Supplendo, per ora, a quest’ultima con dichiarazioni di grande ottimismo, frammiste a risate, cucù e sorrisi. Uno spettacolo indecente.
Quanto a Tremonti, nonostante qualcuno sfidando il ridicolo, se non di peggio, abbia trovato assonanze tra il suo pensiero e quello di Carl Schmitt ( http://www.novaspes.org/paradoxa/detArticolo.asp?id=326 ), siamo davanti - e dispiace dirlo – a una specie di ventriloquo del Cavaliere, certo più dotto. Ma, come spettacolo, altrettanto indecente.
Il che dovrebbe far riflettere sull’inutilità e pericolosità - certo, non dal punto di vista della carriera... - per ogni intellettuale di cedere alla lusinghe del principe e farsi così suo (presunto) consigliere.
Crediamo che ormai Tremonti, politicamente, conti meno di zero. Quasi - questo sì - come Carl Schmitt, che venne estromesso dall’ambiente intellettuale hitleriano perché ritenuto poco affaidabile. E di conseguenza non riuscì a diventare ministro.
Tremonti, invece ce l'ha fatta. Certo, non del Reich tedesco ma della Repubblica italiana. Però può consolarsi, perché - secondo alcuni - pare che Berlusconi assomigli molto a Hitler…
Come concludere? Qui, quasi quasi, c’è da rimpiangere Prodi.

martedì, novembre 25, 2008

Il crocifisso di Valladolid
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Secondo i socialisti spagnoli, dopo il veto del crocifisso a Valladolid, si dovrebbe subito procedere alla rimozione dei crocifissi dalle scuole pubbliche perché, anche chi sia "credente", deve “rispettare il credo religioso di tutti" (http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/esteri/spagna-crocifisso/spagna-crocifisso/spagna-crocifisso.html).
La situazione spagnola è particolare poiché rinvia alla tragica esperienza della guerra civile, dove vennero commesse atrocità da entrambi le parti in lotta, franchisti e repubblicani. Inoltre, la Spagna, conserva il triste primato di aver espresso nella prima metà Novecento le più violente forme di anticlericalismo e sanfedismo. Per chi voglia documentarsi rinviamo al bel libro di Guy Hermet, Storia della Spagna nel Novecento (il Mulino 1999).
Per farla breve, al di là della fresca vernice sociale almodovariana, la Spagna pare restare la patria di elezione dell’estremismo. E Zapatero, con il suo glaciale laicismo, e certa Chiesa spagnola, pronta a scatenare manifestazioni di piazza, sembrano seguire impulsi profondi e antichi.
Tuttavia - ecco il punto - non siamo d’accordo sulla necessità di togliere il crocifisso dalle aule scolastiche, in Spagna come in Italia. E non per ragioni strettamente religiose, ma di natura simbolica e sociologica. Sì, sociologica.
In primo luogo, il crocifisso rinvia al sacrificio, attenzione di un uomo - parliamo ai laici in particolare - che aveva predicato l’eguaglianza tra gli uomini, come mai prima nella storia. Quella croce significa simbolicamente che un uomo si è sacrificato per l’eguaglianza dei suoi simili. Non per gli schiavi contro i patrizi. Ma per gli schiavi e i patrizi insieme.
In secondo luogo, il crocifisso, “ci inchioda” tutti alla nostra condizione di uomini immersi in una vita che è sofferenza, anche se la società del divertimento mira a farci vivere in una sorta di gaia e individualistica incoscienza. Quella croce significa sociologicamente che la vita è, quanto meno, una “vicenda” da affrontare con la giusta severità.
Ecco, per queste due ragioni, mai toglieremmo il crocifisso dalle scuole. Dove appunto, oltre che istruire, si deve educare, all’eguaglianza tra gli uomini e a una visione severa della vita.

lunedì, novembre 24, 2008

La “fabbrica” dell’insicurezza sociale
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Gli italiani sono o non sono nelle mani di una criminalità diffusa? Un interessante editoriale di Ilvo Diamanti, apparso ieri su Repubblica, pone il problema. Ma in che modo? Collegando l’andamento del senso di insicurezza sociale alle capacità strategiche del centrodestra di sollevare e poi tacitare la questione, grazie alla complicità dei media.
In effetti il vero problema riguarda piuttosto la percezione della sicurezza, dal momento che stando all’Istat la situazione italiana non è poi così compromessa (istat.it/dati/catalogo/20080507_01/te... ) :

In Italia dall’inizio degli anni Novanta nel fenomeno dei delitti contro la persona sono intervenute consistenti variazioni. Molte tipologie di reato hanno avuto un andamento decrescente: gli scippi, i furti di veicoli e di oggetti dai veicoli, i furti nelle abitazioni. Anche gli omicidi sono notevolmente diminuiti: tra questi l’unica tipologia che ha visto un incremento nell’ultimo ventennio è quella degli omicidi che si consumano in famiglia, un segmento molto specifico che prevede interventi di diversi attori pubblici. (…) Nel 2005 in Italia sono stati commessi circa 10 omicidi per milione di abitanti. Nel contesto europeo l’Italia, per numero di omicidi commessi,è uno dei paesi più sicuri. Si colloca infatti al di sotto della media europea (pari a 14 omicidi per milione di abitanti), in ottava posizione dopo Austria, Lussemburgo, Svezia, Germania, Malta, Slovenia e Repubblica Ceca. I paesi con il maggior numero di omicidi sono le ex Repubbliche russe del baltico, Lituania, Estonia e Lettonia, che hanno indici rispettivamente pari a 118,3, 83,9 e 55,2 per milione di abitanti” (pp. 92-93).

Perciò è vero che la questione sicurezza è stata irresponsabilmente “pompata” dal centrodestra. Ma anche dal centrosinistra. Visto il calo negli ultimi venti anni dei cosiddetti reati di “allarme sociale” (gli scippi, i furti di veicoli e di oggetti dai veicoli, i furti nelle abitazioni).
Pertanto, come scrive Diamanti, è vero che il centrodestra ha vinto le elezioni cavalcando (anche) il problema delle sicurezza, ma è altrettanto vero che, stante la decrescita ventennale di cui sopra, il centrosinistra non è stato da meno. Si veda ad esempio questa intervista di Rosy Bindi a Liberazione, dove si ammette la “subalternità” al centrodestra sul tema della sicurezza( http://www.democraticidavvero.it/adon.pl?act=doc&doc=3104 ).
Allora diciamo che l’insicurezza si può fabbricare, e che in questo il centrodestra ha dimostrato di essere più efficace. Ma non si può però dire che il centrosinistra non abbia tentato di imitarlo ( si pensi solo alla inutile caccia ai lavavetri fiorentini…).
In realtà, il problema sociologico di fondo è quello della cosiddetta “società della paura”: una società, come l'attuale, dove il potere evoca continuamente - grazie all'opera di mass media in larga misura ipnotizzati dalla violenza - la minaccia invasiva all’integrità fisica e ai beni di ogni cittadino. E con un solo scopo. Quale? Introdurre provvedimenti di controllo rigoroso su “tutti” i cittadini e non solo quelli che delinquono.
Ciò che di solito non si dice è che il potere, per natura, tende a espandersi e consolidarsi, soprattutto quando non trova davanti a sé alcun ostacolo, come sembra stia accadendo. Il che non significa che lo “stato politico” non svolga nessuna funzione sociale. Ma come va inteso concretamente lo scambio tra protezione e obbedienza? Che vede lo stato da una parte e il cittadino dall’altra? Soprattutto in società come le nostre, dove pare possibile influire sistematicamente sulla percezione della realtà quotidiana da parte del cittadino?

venerdì, novembre 21, 2008

E' nato il blog collettivo http://contragora.blogspot.com/

Dai prossimi giorni post di Biz (Guido Aragona), Carlo Bertani, Valter Binaghi, Roberto Buffagni, Truman Burbank, Marco Cedolin, Carlo Gambescia, Antonio Saccoccio, Nicola Vacca...

Buona Lettura !
"Berlusconades". A proposito di classi ponte
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Sulle classi ponte Berlusconi non crede "ci sia nessuna discriminazione, ma che sia una cosa logica e doverosa a vantaggio dei bambini e delle maestre"(http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/classi-inserimento/classi-polemiche/classi-polemiche.html) .
Discriminazione invece c’è. E da quale punto di vista? Da quello della parità del diritto all’istruzione di tutti i cittadini. Ma il migrante, magari giunto da poco, è cittadino italiano? No, ma se consideriamo il diritto all’istruzione come un diritto universale dell’uomo, sancito dalla varie carte dei diritti internazionali, allora il diritto all’istruzione, come appunto ritengono gli oppositori di Berlusconi, è un diritto “a prescindere” dall’appartenenza nazionale. Si ha diritto all’istruzione perché la sola appartenenza all’umanità è sufficiente a fondare un diritto dell’uomo.
Resta però il punto che la società mondiale è ancora suddivisa, di fatto e di diritto, in stati nazionali, storicamente edificati sulla base di barriere linguistiche. Di qui la necessità, se si vuole fruire del diritto all’istruzione, su base nazionale, di imparare la lingua del paese dove si sia scelto di vivere. E, ovviamente, non solo la lingua, ma anche la storia, la geografia, le tradizioni, eccetera.
Ma come insegnare la lingua italiana? Separatamente, come sostiene Berlusconi e i suoi esperti? Oppure collettivamente, come ritengono i suoi oppositori, "mescolando" subito italiani e stranieri?
Dal punto di visto psicologico e sociologico il separatismo, di norma, ha conseguenze disastrose sull’integrazione. Mentre dal punto di vista tecnico la capacità di apprendimento di una nuova lingua è legata all’età dello studente. Quanto più l’età è minore tanto più si apprende prima e meglio una lingua straniera.
Perciò il collettivismo, soprattutto nelle prime classi - magari affiancando al “Maestro Unico” uno o più mediatori linguistici, può funzionare meglio del separatismo. Più difficile - ma non impossibile - l’insegnamento di una lingua straniera nell’ambito delle scuole medie e soprattutto superiori. Lì il “collettivismo” potrebbe non pagare. Soprattutto quando si sia in presenza di una volontà, come può capitare, da parte dello studente di non volersi integrare. E di conseguenza, nel caso di un grado zero di conoscenza della lingua - che attenzione con l’introduzione del collettivismo nelle scuole elementari, nel tempo, tenderebbe a ridursi a valori minimi - crediamo debba essere presa in considerazione, magari per il primo anno di frequenza, la creazione di classi, se non ponte, di full immersion nella lingua italiana.
Pertanto introdurre le classi ponte fin dalle elementari può essere un errore gravissimo, perché provvedimenti del genere rischiano di creare un clima di esclusione e di esasperare nel tempo le differenze linguistiche e soprattutto culturali, a causa di possibili contraccolpi identitari legati appunto alla differenza di trattamento, "introiettata" in età pre-adolescenziale.
Tuttavia anche l’approccio collettivista - o universalista - se generalizzato può causare conseguenze negative. Anche perché, come detto, sottovaluta il rapporto tra conoscenza della lingua, età degli studenti e volontà o meno di integrarsi, soprattutto in soggetti già esposti, addirittura in età pre-scolare, a una fortissima socializzazione culturale nella terra di origine. Parliamo di un elevato livello di socializzazione ai valori di origine, già con propria fisionomia intorno ai dodici-tredici anni, che rischia di incidere sulle successive scelte politiche, morali, religiose, e quindi di cittadinanza. E perciò di creare, quanto meno, potenziali conflitti interni ed esterni all'individuo.
E qui sarebbe interessante riflettere sul rapporto tra economia e cultura: da un verso c'è l'economia che spinge intere famiglie a migrare (anche a scaglioni), dall'altro la cultura (attraverso la lingua, ma non solo) che fa da freno, sia nel paese di origine sia in quello, diciamo così, di elezione . Magari ne parleremo in un altro post.
Concludendo, crediamo si debba puntare, pur privilegiando il collettivismo, su un accorto mix di collettivismo (nelle scuole elementari) e separatismo (se necessario e a breve termine) nelle scuole medie inferiori e superiori. Occorre, insomma, un approccio né di destra né di sinistra, ma pragmatico.
Qualcuno lo spieghi a Berlusconi, ma anche ai suoi oppositori.

giovedì, novembre 20, 2008

Il libro della settimana: Stefano Borselli (a cura), Ex comunisti. Addio a lotta continua, Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 74, euro 12,00 - www.rubbettino.it

Esistono due tipi di memorialistica politica sul Sessantotto e dintorni. Quella che si può definire ex post, nel senso di una graduale, seria e postuma presa di coscienza degli errori ideologici commessi in passato, e quella ex ante, per la quale nulla sembra aver influito sulle previsioni ideologiche “di partenza”, alle quali magari oggi si è fatto indossare un abitino postmoderno.
Il notevole libro curato da Stefano Borselli, Ex comunisti. Addio a lotta continua (Rubbettino, Soveria Mannelli 2008, pp. 74, euro 12,00 ) appartiene alla prima tipologia. Alla seconda, ad esempio, vanno invece ascritti i libri alla Mario Capanna imbevuti di postgandhismo e postmarxismo à la carte.
Tre i piani di lettura di un libro sostanzialmente scritto a più mani da Stefano Borselli, Leonardo Tirabassi, Roberto Silvi, Rino Melotti, Giuliano di Tanna, Riccardo De Benedetti.
Il primo è quello legato storia di Lotta Continua. Sorta di movimento secolare su basi carismatiche, dedito alla ricerca e affermazione della propria verità, come tutti i movimenti terreni di salvezza politica. Di qui gli alti e bassi, mediati dal detentore del carisma, Adriano Sofri. Fino al definitivo scioglimento di un movimento sociale trasformatosi in setta, e quindi condannato allo scisma.
Il secondo piano è quello connesso all’omicidio Calabresi. Attraverso il quale si scopre come la logica salvifica del movimento, non potesse non evitare la rituale indicazione del capro espiatorio, da parte del capo mitico. Designazione per alcuni solo morale, per altri reale. Di qui il fin troppo scontato passaggio dalle armi della critica alla critica armi. O se si preferisce: dell’eliminazione fisica dell’avversario.
Il terzo piano è quello sociologicamente più ricco. Perché ci permette di approfondire i meandri antropologici della giustificazione rivoluzionario-salvifica della violenza. Un aspetto colto da Roberto Silvi. E ripreso anche da Leonardo Tirabassi:
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“Il punto di partenza è sempre quello della doppia moralità ben messa in risalto da Roberto Silvi: ‘Una delle contraddizioni di ogni ‘rivoluzionario di professione’ come li chiama Camus nell’Uomo in rivolta [è] quella di essere o credersi sostanzialmente un pacifista perché il suo uso della violenza, anche se compie delle azioni atroci, è giustificato dal fatto che lo fa perché costretto e solo per liberare il mondo dalle guerre volute dalla borghesia per difendere i suoi interessi’. Parole non distanti dalle considerazioni del giovane Lukács sulla necessità tragica, perché inevitabile destino, che i giusti, i rivoluzionari, debbano prendersi carico della necessità storica della violenza. Moloch a cui sacrificare la vita altrui e propria. ‘Solo l’azione omicida dell’uomo, il quale sa con assoluta certezza e senza dubbio alcuno che in nessuna circostanza l’omicidio deve essere approvato, può avere, tragicamente, una natura morale (György Lukács, Scritti politici giovanili 1912-1928, Laterza 1972, p. 14). L’omicidio non è permesso ma deve essere compiuto!”.
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Non c’è, insomma, in chiunque offra se stesso al culto della rivoluzione, l’accettazione della violenza quale componente naturale dei processi sociali; una violenza da addomesticare vista l’impossibilità di sopprimerla. C’è invece nel rivoluzionario la sopravvalutazione della soppressione fisica dell’avversario, quale componente di un processo catartico, che porterà alla liberazione definitiva da ogni forma di violenza. Senza però indicare quando, come e dove essa si arresterà. Come questo ottimo libro ci ricorda. E meglio di tanti presuntuosi trattati contemporanei di sociologia politica.

mercoledì, novembre 19, 2008

Il "telefonino", la tua voce. Purtroppo sì

“Leggendo l'Annuario 2008 dell'Istat, sarà per deformazione professionale ma il dato che mi salta subito all'occhio è il numero di abbonati alla telefonia mobile. Su un numero di abitanti di poco inferiore ai 60 milioni, sono stati contati 81,8 milioni di contratti per telefonini, cioè vuol dire che un italiano su tre ha almeno due contratti telefonici diversi. L'aumento annuo è poi incredibile: erano 71,9 all'inizio del 2006, dunque più 10 milioni in 12 mesi. A questa cifra enorme vanno anche aggiunte 73,7 milioni di carte prepagate (erano 65,3 milioni un anno prima). Incalcolabile, infine, il numero di telefonini in circolazione, tramite i quali tutte queste schede vengono utilizzate.P.s.Da una ricerca recente risulta che il numero di abbonamenti di telefonia mobile a livello mondiale è pari a 3,3 miliardi" . (http://vitadigitale.corriere.it/2008/11/abbonamenti_telefonia_istat.html )


Ma gli italiani che cosa avranno da dirsi di così importante ? E come facevano prima, quando il telefonino non c’era ancora? Queste sono le prime due domande, certamente retoriche, da porsi. Insieme a un' ammissione: chi scrive non possiede cellullare.
Detto questo entriamo nel merito. Il telefonino è il classico caso - da manuale - di bisogno indotto dal meccanismo produttivo attraverso il ciclo innovazione tecnologica, creazione pubblicitaria del bisogno, produzione e vendita di massa attraverso la reiterazione pubblicitaria del bene prodotto a soddisfare il bisogno, ovviamente diversificando, quanto meno nella forma, il bene prodotto , e così via…
Si crea ex novo un bisogno socioculturale da soddisfare attraverso un prodotto specifico, puntando sull’emulazione di un modello di consumo, trasmesso attraverso il contagio psichico. Si produce così nei singoli una specie di seconda natura. In modo “silenzioso” si cambia la vita delle persone. Si rende indispensabile nei termini di onore sociale il possesso di un certo bene. Il cui godimento è ritenuto tanto più importante quanto più è ridotta la sfera personale dei valori e interessi socioculturali. In questo senso deprivazione economica e possesso culturale di un bene, ritenuto socialmente indispensabile, viaggiano insieme. Per farla breve: il possesso di un telefonino ultimo modello, soprattutto nei giovanissimi, ha carattere di bene di status, che include o esclude all’interno del gruppo dei pari, a prescindere dalla possibilità economica di permetterselo o meno. Pertanto il possesso del “bene-telefonino” diventa uno strumento per evadere dal clima di deprivazione economica in cui eventualmente si viva. Perché soddisfa il naturale bisogno di competizione sociale tra individui. Alimentato, però, ad arte dal sistema produttivo, anzi riproduttivo.
Nulla di nuovo si dirà. Dal momento che le società basate sulla produzione e vendita di massa funzionano esattamente in questo modo. E il telefonino, non è che uno dei tanti beni di successo, susseguitisi nella storia economica dei beni di consumo. E magari ci si consola asserendo che il telefonino è portatore di una nuova socialità. Puntando, come esempi, sulla nascita di un linguaggio particolare e sulla quantità di contatti giornalieri tra soggetti diversi. Chi si contenta gode.
Per tornare alle domande iniziali, si può rispondere che in passato - senza andare troppo indietro - le persone si dicevano le stesse cose, ma da un telefono fisso. E probabilmente ci si vedeva di più di persona, fisicamente. Sotto quest’ultimo aspetto il telefonino sembra perciò essere un potente veicolo di riduzione dei rapporti personali, in senso fisico. O se si vuole di depersonalizzazione. Niente di grave, si dirà, perché la cosa più importante è che il sistema "pompi" beni, consumi e profitti. Ma spesso non potersi guardare negli occhi e magari toccarsi, può essere un fattore negativo, proprio in una società, come la nostra, dove spesso la tecnologia (si pensi all’uso “singolare” che viene fatto degli audiovisivi e del pc), già contribuisce di suo a isolare fisicamente le singole persone. Sicuramente qualcuno dirà che questa è la solita poesia sociologica...
Concludendo, non auspichiamo un immediato ritorno all’età pre-telefonini. Ma riteniamo che 81,8 milioni di contratti, denotino una società sempre più autistica, dove la socialità rischia di diventare una processo a distanza, privo di sani contatti diretti, fisici. Dove, insomma, dell’altro si finisca per avere solo una voce e/o un' immagine riprodotta su un display…
Il che preoccupa e per certi aspetti spaventa.

martedì, novembre 18, 2008

Eutanasia: "banalità del bene"?

In qualsiasi vocabolario alla voce "eutanasia", si può leggere, più o meno, la seguente spiegazione: "Morte non dolorosa provocata o accelerata con mezzi che interrompono l'agonia degli ammalati incurabili (dal greco Euthanasia comp. di Eu 'buono' + Thanatos, 'morte'; 'buona morte')".
Ora, il suicidio, che per chi lo compie, se non proprio è la "buona morte", perché spesso le sue "metodiche" non sono "indolori", resta comunque una "buona", nel senso di brusca, quanto immediata, uscita da una vita che si ritiene "cattiva", perché non offre più nulla di buono dal punto di vista soggettivo. Tuttavia, e questo va detto, il suicidio, sotto l'aspetto sociologico, per quante classificazioni si possano fare, resta un mistero. Soprattutto perché rimane un atto soggettivo, tipicamente soggettivo: una libertà estrema, che viene usata contro se stessi. E, come è noto, la libertà (come vita e morte) resta un mistero. Un enigma di cui si può disquisire filosoficamente o religiosamente, ma sempre sulla base delle differenti sensibilità e culture. Il dibattito può perciò anche essere appassionante, ma non può offrire soluzioni definitive, accettate da tutti.
I comportamenti dell'uomo possono però essere socialmente regolati, dall'esterno. Nelle nostre società, governate da processi di razionalizzazione e di ricerca dell'efficienza sociale, la libertà non viene forse regolata legislativamente ? Pertanto era quasi scontato, che prima o poi, si sarebbe giunti alla "regolazione sociale" della morte. Come infatti sta avvenendo in molti paesi... E qui va tratta una prima conclusione. L'eutanasia per legge, non è un fatto di libertà, ma rappresenta la traduzione in dettato legislativo, di una necessità del sistema sociale: quella di razionalizzare, rendendola socialmente "accettabile" e gestibile, la morte dei singolo.
La regolazione sociale, e qui veniamo al secondo punto, implica però la presenza di burocrazie composte di esperti, in grado di "perfezionare" , o più spesso di sostituirsi, alle decisioni dei singoli. Con il corollario, classico, dei processi di razionalizzazione: quello del "controllo dei controllori" e dunque della possibilità di valutazioni diverse e perciò talvolta contraddittorie. Aspetti, ai quali vanno ad aggiungersi, certe inefficienze tipiche dei processi burocratici (legate alla cosiddetta "mentalità di routine"), oltre che alla difesa di rendite parassitarie, "difesa" che spesso sconfina nell'illegalità e nella corruzione. Insomma, come insegna Max Weber, e prima di lui altri studiosi e filosofi, spesso i processi sociali subiscono l'eterogenesi dei fini: il bene (perseguito) si trasforma in male (realizzato). Questo per spiegare che il perseguimento della razionalità sociale (dal punto di vista sistemico-oggettivo) può tradursi in dannosa irrazionalità individuale (dal punto di vista individuale-soggettivo). Insomma, spesso il risultato delle azioni sociali non dipende dall'obiettivo prefissato ma dal modo in cui le condizioni istituzionali esterne rischiano di modificarlo, o trasformarlo completamente. In peggio.
Sono tutte riflessioni che dovrebbero pacatamente fare coloro che si battono oggi per il "testamento biologico", che in sé è un supremo atto di libertà - dando per scontata l'accettazione del punto di vista oggi prevalente - , ma che in realtà rischia di trasformarsi in una libertà, come già accade in altri campi, burocratizzata, e dunque nociva per l'individuo, e di ritorno per la stessa società. Si pensi solo alla difficoltà di trasformare certi parametri soggettivi in oggettivi: ad esempio come stabilire una soglia di sopportabilità dolore? (che varia da individuo a individuo).
Certo, non neghiamo che si possano stabilire "standard". I quali, però, proprio perché riflettono valori medi, farebbero scomparire le tanto celebrate differenze individuali. Un ragionamento, questo, che può essere esteso agli altri problemi "tecnici" o medici che riguardano l'eutanasia.
Certo, tutto si può fare. La nostra è una società che finora, nel bene e nel male, non si è mai fermata davanti a nulla. Ma l'eutanasia, la "morte dolce", come scrivono quasi tutti i giornali, può essere ridotta a un problema legislativo di "regolazione della libertà"? O di puro e semplice uso burocratico di risorse economiche? O, per dirla tutta, trasformarla in un' ennesima manifestazione di certa "banalità del bene", così amata dal buonismo contemporaneo?

lunedì, novembre 17, 2008

17-11-2005/17-11-2008: il blog compie tre anni!

Cari amici lettori,
Oggi il blog compie tre anni!
Grazie per la costanza con cui mi seguite.E per gli stimoli, suggerimenti e critiche. Cercherò di fare sempre meglio.
Un abbraccio metapolitico,

Carlo

P.S.
Aggiungo alcuni dati aggiornati alle ore 8.30 di oggi, ripresi dal sitemeter. Spero di fare cosa gradita.

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venerdì, novembre 14, 2008

Dalla sentenza sul caso di Eluana Englaro a quella sulla “mattanza” di Genova. Ma siamo o non siamo in uno stato di diritto?

Una premessa, probabilmente lunga, ma necessaria.
Essere dalla parte dello stato di diritto non è uno scherzo, perché richiede coerenza. Accettare lo stato di diritto significa optare per il rispetto della legalità sempre e comunque. In uno stato di diritto il giudice deve perciò limitarsi ad applicare le leggi esistenti, secondo procedure stabilite sempre per legge. Pertanto il rispetto dei diritti individuali, che rappresenta il cardine del sistema, è di tipo procedurale: viene garantito formalmente e non sostanzialmente. E, soprattutto, coloro che applicano la legge - e dunque anche in giudici - devono sempre accettare, senza discutere, il principio di legalità, come conformità procedurale al rispetto dei diritti individuali. Il limite principale dello stato di diritto è quello di incorrere nel summa lex, maxima iniuria. Nel senso che quella legge che pretenda di essere rigorosamente perfetta rischia sempre di diventare perfettamente ingiusta. E ciò perché nello stato di diritto, tutto il diritto, anche quello definito naturale o quello prodotto dai gruppo sociali, non può non essere tradotto in leggi, o se si preferisce in diritto positivo.
Ovviamente esiste anche la metafisica dei diritti individuali, che come abbiamo sottolineato, è storicamente posta alla base dello stato di diritto. Ma che in quanto metafisica, viene interpretata - anche dai giudici, che sono uomini e dunque esseri imperfetti - nei modi più diversi, dando vita a quel conflitto tra le differenti interpretazioni del senso e significato dei diritti individuali e dunque dello stato di diritto (che dovrebbe difenderli). Perciò esistono tanti diritti individuali quante sono le concezioni metafisiche dei medesimi. Di qui quella volontà sociale di identificazione dello stato di diritto - che in realtà, come detto, si riduce al rispetto, spesso cavilloso, delle procedure - con le più diverse concezioni politiche dei diritti individuali e dunque della società.
Ecco perché, e veniamo finalmente al punto, per alcuni la decisione - che attenzione è esito di un cavillo procedurale - di sospendere l’alimentazione ad Eluana è un trionfo dello stato di diritto, mentre per altri la mancata condanna degli altissimi dirigenti di polizia - che si basa su altri cavilli procedurali - ne è la negazione.
Ed ecco perché, tutti i sostenitori dello stato di diritto in sede politica, pur appartenendo a schieramenti differenti, chiedono nuove leggi, capaci di colmare il vuoto legislativo che impedirebbe o meno di procedere legalmente in casi simili a quello di Eluana e di Genova. Lo stato di diritto, proprio perché riduce il diritto alle legge positiva è un gigantesco produttore di nuove leggi: è una enorme macchina legislativa che vuole sempre, se ci si passa l’espressione, tappare tutti i buchi…
Ad esempio gli avvocati della famiglia Englaro hanno parlato di trionfo dello stato di diritto ma anche di necessità di nuove leggi. Così come i contrari hanno definito la sentenza una negazione dello stato diritto, chiedendo “paletti” legislativi. Stesso discorso, ma al contrario, per la sentenza di Genova: gli avvocati dei giovani pestati a sangue dalla polizia hanno parlato di negazione dello stato di diritto, mentre quelli di parte avversa del suo pieno rispetto. E tutti insieme hanno chiesto nuove norme legislative capaci però di rispondere ad esigenze chiaramente contrapposte...
Il succo del nostro discorso, se ancora non fosse chiaro, è questo: lo stato di diritto è una scatola vuota all’interno della quale si può mettere di tutto. E la metafisica dei diritti individuali invece di salvaguardarlo lo mette a rischio, perché la sfera dei diritti individuali, per ragioni extragiuridiche, è ormai divenuta così ampia fino al punto di mescolare insieme il diritto individuale alla buona morte con quello di macchiarsi impunemente dei crimini più abietti.
Occorrerebbe un nuovo diritto sostanziale, non fondato su alcuna metafisica dei diritti individuali. Ma a quali valori extragiuridici appellarsi: la legge naturale, la comunità, il mercato?
Difficile dire. Perché anche questi valori non essendo accettati da tutti potrebbero trasformarsi in “metafisica”, come per i diritti individuali.
Inoltre un diritto sostanziale, come hanno mostrato i regimi totalitari dove veniva rigidamente invocato e applicato in nome dell’ “idea”, sarebbe però ingestibile sotto il profilo formale o procedurale perché al giudice si chiederebbe, nei casi incerti, di far prevalere la sostanza (il diritto sostanziale) sulla legge (formale), per il bene della “rivoluzione” o per la “conservazione” della purezza, magari razziale, del popolo. Di qui però - paradossalmente - l’enorme sviluppo legislativo e procedurale che ha segnato l’esperienza degli stati totalitari, rivolti a controllare, per il "suo bene" anche il più minuto aspetto della vita individuale del cittadino.
Una ulteriore prova questa, di come il diritto - sia nella sua versione formale che sostanziale - sia essenzialmente uno strumento volto ad assecondare il controllo e la trasformazione sociale. E come il conflitto profondo non sia tra le metafisiche dei diritti individuali e, ad esempio, quella della comunità, naturale o meno, ma tra le forze profonde dell’essere e del divenire sociali, ai quali gli uomini, nei termini di controllo e trasformazione attraverso il diritto positivo, conferiscono valori “nominali” diversi e opposti, ricorrendo ad esempio ai “nomi” di “conservazione” e “progresso”. Etichette che servono solo a celare il fatto che, come per la vita degli organismi, l’unico vero progresso è verso la morte. E l’unica forma di conservazione è quella di forme fisiche destinate per natura a trasformarsi nel tempo.
Come si vede si tratta di questioni non facilmente risolvibili. Accontentiamoci perciò, almeno per oggi, soltanto di averle poste all’intelligenza di quei lettori che desiderino andare oltre le spesso inutili, se non sciocche, polemiche politiche.

giovedì, novembre 13, 2008

Il libro della settimana: Andrea Maria Erba e Pier Luigi Guiducci, La Chiesa nella storia. Duemila anni di cristianesimo, Elledici, Torino 2008, nuova edizione, 2 voll. , pp. 770 complessive, Euro 45,00 – www.elledici.org

Spesso quel che oggi distingue, e non in meglio, il dibattito tra laici e cattolici, è l’assenza tra questi ultimi di una solida cultura storica. Non che non esistano bravi storici o pregevoli storie della Chiesa e del cristianesimo, anche a livello di alta divulgazione. Ci mancherebbe altro.
Il punto è che non si vuole prendere sinceramente atto di una questione. Quale? Nelle nostre società “presentiste” - e parliamo da sociologi - esiste e cresce una diffusa disattenzione verso la cultura storica (quella vera, non la cosiddetta storia vista dal buco serratura...). Di qui, per ricaduta, quella progressiva disaffezione del “cattolico medio”, magari con discrete doti di lettura, anche nei riguardi della “sua” storia, verso la quale prevale in libreria e biblioteca, nella migliore delle ipotesi, il "fai da te". E di conseguenza, salendo di livello intellettuale, l’incapacità di individuare, anche in sede di dibattito mediatico, le giuste linee di difesa storica, serie e oggettive, al dilagare di una visione post-moderna del mondo. Dove la Chiesa Cattolica è vista non più ( o non solo) come una sopravvivenza del passato, secondo l’antica lezione positivista, ma quale - ecco la chiave postmoderna - associazione tra le tante, rivolta a procurare quel supplemento psicologico di anima e dolcezza che difetterebbe all’insicuro uomo del Ventunesimo Secolo. Al riguardo si pensi ai contributi - in ordine qualitativo decrescente - di filosofi postmoderni (ma per alcuni "post-tutto") come Rorty, Vattimo, Savater, solo per ricordane alcuni. In questo modo però si rischia solo di fare una sorta di uso ateo del cristianesimo. Riducendo la Chiesa a una sorta di “Medici senza Frontiere”. E la religione cristiana a stampella terapeutica della società del rischio. Finendo così per perdere di vista un uomo in realtà dedito alla cura narcisistica del presente e sempre più estraneo a Dio, a se stesso, agli altri.
Una buona occasione per andare incontro al bisogno di storia, spesso inconsapevole, del “cattolico medio”, può essere rappresentato dalla pubblicazione, in nuova edizione, de La Chiesa nella storia. Duemila anni di cristianesimo (Elledici, Torino 2008, 2 voll. , pp. 770 complessive, Euro 45,00). Un’opera di altissima divulgazione, scritta in modo rigoroso da due noti storici della Chiesa: i professori Andrea Maria Erba, barnabita, già docente, oltre che in altri prestigiosi istituti, presso la Pontificia Università Urbaniana e Pier Luigi Guiducci, docente all’ ”Ecclesia Mater”, istituto facente parte della Pontificia Università Lateranense.
Ora, due osservazioni metodologiche in senso lato. E dunque non proprio da storici della Chiesa, anche perché non lo siamo. Ma che riteniamo stimolanti per i possibili lettori.
In primo luogo, siamo al cospetto di un piccolo gioiello di sintesi storica. Un primo uso del volume, può essere quello, come dire, enciclopedico. Infatti, il ricco indice dei nomi rende possibile risalire subito a qualsiasi personaggio storico interno o collaterale al tema del libro. Un secondo uso è quello classico: della lettura continuativa del testo. Resa molto facile dalla chiarezza di stile degli autori e dall’organica disposizione della materia. Ma anche dall’ accorto impiego, in sede di impaginazione, delle illustrazioni. Immagini, molto belle e non comuni, che alleggeriscono la pagina, pur mantenendo una giusta e ricercata sintonia con il testo, ben sottolineata dalle mai banali didascalie.
In secondo luogo, i due autori hanno conferito ampio spazio alla storia delle istituzioni religiose e all’interazione tra queste e la società. Con immenso piacere, tra le opere citate nelle ricca e puntuale bibliografia abbiamo scorto, tra le altre, quelle di Gabriel Le Bras, grande sociologo novecentesco delle istituzioni religiose: ancora oggi - abbiamo subito pensato - maestro prezioso per gli storici più preparati, riandando con nostalgia alle dense pagine dei suoi Prolégomènes all’ importante Histoire du droit et des institutions de l'Église en Occident.
Ma veniamo alla ricca materia trattata nei due volumi. Dal punto di vista strettamente storico vanno segnalate le parti dedicate ai ritrovamenti archeologici di reperti cristiani in Africa, Israele, Siria, nonché all’incontro tra cristianesimo ed ellenismo, con particolare riguardo allo sviluppo delle principali eresie, ovviamente anche di altra matrice culturale. Notevoli i capitoli dedicati alla nascita dello Stato Pontificio, all’età gregoriana e ai movimenti ereticali e di rinnovamento spirituale. Solide e informate quelle dedicate alle due Riforme, secondo la ormai classica lezione jediniana: Riforma Protestante e Cattolica. Con quest’ultima che precede e supera la prima, soprattutto come prepotente crescita della spiritualità e lento ma sicuro consolidamento delle istituzioni educative, caritative e pastorali. Eccellente, anche per equilibrio di giudizio, l’analisi delle incandescenti vicende della Chiesa otto-novecentesca, passata attraverso le fiamme del fuoco liberale, socialista e totalitario. E non sempre restandone indenne.
Il volume si conclude con la ricostruzione della storia della Chiesa post-Concilio Vaticano II e del pontificato di Giovanni Paolo II. Largo spazio è dedicato, in chiave problematica, al Grande Giubileo dell’Anno Duemila e alla capacità di risposta della Chiesa alle nuove sfide della secolarizzazione, e secondo alcuni, della postsecolarizzazione.
Interessante infine l’ aggiornata disamina delle nuove sétte e dei nuovi movimenti religiosi: segno delle continue sfide cui la Chiesa non si è mai sottratta fin dagli albori. In questo senso il libro sembra finire (provvisoriamente: come mettere limiti alla Provvidenza, in tutti i sensi?), così come inizia: dal momento che la Chiesa sembra essere oggi tornata a confrontarsi con una religiosità paganizzante. Si pensi solo alle ambiguità racchiuse nella religiosità new age.
Dicevamo all’inizio della necessità di buone opere storiche, capaci di risvegliare il “cattolico medio” e così vivacizzare il dibattito con i laici usando, se ci passa il tono non proprio pacifista, le “munizioni” offerte da una accurata ricostruzione della storia bimillenaria della Chiesa. Bene, La Chiesa nella storia ne è un ottimo esempio. Soprattutto perché oltre ad accettare l’aurea e condivisibile (da tutti, laici e cattolici), “regola di non dire nulla di falso, non tacere nulla di vero”, non perde mai di vista il piano metastorico; quello della Città di Dio, per dirla con Agostino. Il che può dispiacere al laico, ma non al credente e praticante (in senso integrale s'intende) : perché un discrimine deve pure esistere, proprio per evitare il rischio di un dannoso sincretismo laico-religioso da notte postmoderna delle idee (anche religiose) dove tutte le vacche sono grigie…
Pertanto riteniamo risolutiva questa citazione di San Vincenzo di Lérin (morto nel 450 circa) riportata dagli autori: “Come il seme di frumento germoglia e spunta, mette stello e spiga, ma rimane sempre frumento, così l’essenza della Chiesa si realizza nella storia in forme variabili, rimanendo uguale a se stessa”.
Il che significa che ciò che non cambia nella sua essenza - dalla Chiesa come corpo mistico di Cristo alla natura spirituale dell’ uomo - può essere solo indispensabile nutrimento e mai riduttivo supplemento d’anima o di dolcezza.
Esattamente l’opposto di quel che oggi invece pretendono i postmoderni.

mercoledì, novembre 12, 2008

I tafazzisti della blogosfera. L'iniziativa di notspeakinginmyname.com
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Milano - Massimo da Verona e Francesco da New York hanno deciso di metterci la faccia. Così come Gerardo da Milano e Samuele da San Sebastian, Alessandro da Como e Marina da Roma. Sono solo alcuni degli italiani che hanno scelto di «chiedere scusa» agli americani, e non solo a loro, per la recente battuta di Berlusconi su Obama («è bello, giovane e abbronzato...»). Una frase che ha provocato polemiche politiche e che è rimbalzata anche oltreoceano (causando pure un battibecco tra il nostro premier e un reporter Usa).
Non mio nome - E così, tra le molte risposte spuntate qua e là in Rete negli ultimi giorni, è nato notspeakinginmyname.com, un sito che raccoglie le foto degli italiani «indignati» contro il presidente del Consiglio. Ciascuno si è fatto fotografare reggendo tra le mani un semplice foglio di carta con la scritta «I'm italian and prime minister Silvio Berlusconi is not speaking in my name» e poi ha spedito l'immagine in Rete, con tanto di firma (...) http://www.corriere.it/esteri/08_novembre_10/sito_berlusconi_is_not_speaking_name_5685084e-af21-11dd-bbcd-00144f02aabc.shtml

D'accordo, Berlusconi poteva senz’altro risparmiarsi la battuta scema sull’ ”abbronzatura” del neo-presidente Usa Obama.
Tuttavia non ci piace l’antiberlusconismo all'arma bianca ("n'do cojo cojo"), che innerva l' iniziativa di notspeakinginmyname.com. E per due ragioni.
In primo luogo, perché una battuta, per quanto scema, rimane tale. Certo, battuta fatta da un Presidente del Consiglio in carica. Ma che non conteneva alcun invito a radere al suolo il Pentagono... Perciò chiedere scusa agli americani è francamente eccessivo e, diciamolo, molto servile. Ma addirittura "tafazzistico" se ci si impone di chiedere scusa a tutto il mondo. Nonché un tantinello egocentrico in stile Face Book...
In secondo luogo, perché gli stessi giovani “ da Verona a New York, non “ci hanno messo la faccia” quando sono state bruciate le bandiere americane? Dove erano? Pertanto è pura ipocrisia antiberlusconiana ignorare certi episodi violenti, per poi chiedere scusa al popolo americano, manganellandosi la zona pubica davanti a tutto il mondo, soltanto per la cretina ma innocua battuta del Cavaliere.
Concludendo, un’iniziativa tafazzista e ipocrita. E sotto sotto antidemocratica. Perché piaccia o meno - e chi scrive non lo ha votato - Berlusconi è stato eletto democraticamente. Perciò consigliamo ai membri di notspeakinginmyname.com di creare un altro sito per chiedere scusa agli italiani che hanno votato Berlusconi e anche a quelli, con il sale in zucca, che conoscono l' elementare differenza tra una battuta cretina e l'istigazione alla violenza.
Ma ormai si sa, l’antiberlusconismo all'arma bianca considera tutti i cittadini che hanno votato il Cavaliere alla stregua di orride e gelatinose creature lovecraftiane. E chiunque provi soltanto a ragionare un mestatore. E quindi l'antiberlusconiano con la bava alla bocca non si scuserà mai con nessuno.
Ma se questo non è razzismo, allora che cos'è?

martedì, novembre 11, 2008

La memoria corta del sindaco Alemanno

"Il fascismo va condannato tanto quanto il nazismo. Lo ha detto Gianni Alemanno, dopo aver visitato per tutta la giornata il campo di sterminio di Auschwitz. 'Non ho mai avuto in questi mesi posizioni ambigue rispetto al fascismo - ha spiegato Alemanno - ma ho fatto gravi errori comunicativi, questo sì' . - ha detto il primo cittadino di Roma durante una conferenza stampa - questo sì. ' Quello che è chiaro per me è che la condanna del fascismo e del nazismo deve essere ugualmente netta e questo deriva dalla memoria di quello che è successo. Questo non l'ho imparato adesso, lo sapevo già da prima. A volte ragionamenti complicati - ha concluso il sindaco - tradiscono il significato vero delle parole, ma il significato vero è questo: la condanna del fascismo e del nazismo è uguale e netta' ". ( http://www.corriere.it/politica/08_novembre_10/alemanno_condanna_fascismo_2dd50110-af58-11dd-bbcd-00144f02aabc.shtml )


Definiamo doverosa la visita del sindaco Alemanno ad Auschwitz. Soprattutto per la presa di posizione pubblica rispetto alla tradizione politica da cui proviene e per alcuni “errori comunicativi” commessi nei mesi scorsi.
Quel che invece non comprendiamo è perché il nuovo sindaco non si sia ancora pronunciato in favore di un analogo Viaggio della Memoria a Hiroshima e Nagasaki. Probabilmente, per dirla fuori dai denti, perché non si vuole infastidire l’alleato americano ( per inciso, come mutano le cose e le persone: le cronache narrano che Alemanno da giovane attivista missino era accesamente antiamericano...). Né, del resto, esiste una comunità giapponese della memoria potente quanto altre comunità.
Le condanne del fascismo e del nazismo sono condivisibili. Quel che non è accettabile è il “quasi” silenzio del sindaco nei riguardi dell’ecatombe atomica consumatasi in Giappone nel 1945. Non si tratta di proporre comparazioni contabili “del dolore” fra il dramma nipponico e un evento di gravità indicibile come l’Olocausto, ma di pronunciare una ferma condanna nei riguardi del totalitarismo militare. Che è cosa ben diversa, come abbiamo cercato di spiegare ieri, da una realistica cultura della pace e della guerra ( http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/11/piero-sansonetti-il-quattro-novembre-e.html ).
Per quale ragione “quasi” silenzio? Perché il sindaco Alemanno, mostrandosi in qualche misura coerente, il 6 agosto scorso aveva commemorato insieme ai rappresentanti delle autorità giapponesi le vittime dell'esplosione della bomba atomica a Hiroshima. Come dire, un piccolo passo in avanti rispetto alle melliflue "letterine" di Veltroni (http://www.disarmo.org/rete/a/10995.html ). Ma, in questo momento, un Viaggio della Memoria in Giappone del neosindaco di Roma conferirebbe al gesto pubblico di agosto ben altro rilievo. Tuttavia Alemanno, così sembra, non vuole disturbare i manovratori.
Peccato, un’altra occasione perduta.

lunedì, novembre 10, 2008

Piero Sansonetti, il Quattro Novembre e i monaci del Santo Sepolcro

Ieri Piero Sansonetti ha rispolverato sulle pagine di Liberazione, in occasione delle celebrazioni per il novantesimo anniversario della vittoria italiana nella "Grande Guerra", i soliti luoghi comuni dell’antimilitarismo e di certo pacifismo di sinistra (http://www.liberazione.it/), auspicando, of course , un millennio di pace e prosperità per tutti. Meno che per Berlusconi, La Russa e la destra mondiale: tutti nemici della pace… Scherziamo, ma fino a un certo punto. Sempre ieri, monaci cristiani di differenti tradizioni, se le sono date di santa ragione, a due passi dal Santo Sepolcro per questioni di precedenza fra processioni religiose. E non era la prima volta (http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200811articoli/38045girata.asp).
Ora, qual è la morale da trarre dai due eventi? Da un trito editoriale pacifista e da una sacra processione finita prosaicamente a pugni? Che se si condanna militarismo si deve condannare anche il pacifismo. Che cosa intendiamo dire?
Se anche gli uomini di una Chiesa, che ha le sue scaturigini trascendenti nel “Sacrificio della Croce”, se le danno di santa ragione, non si capisce perché si dovrebbe confidare nella terrena volontà di pace, spesso a corrente alternata (secondo la tradizione politica, molto "terrena" cui si appartiene), evidenziata da chi tuttora - magari non Sansonetti la cui onestà intellettuale è fuori discussione - relega le vittime della collettivizzazione forzata, e non solo nell’ex Unione Sovietica, tra i "danni collaterali" di un gigantesco e creativo processo storico di liberazione. Guarda caso, anche dalle religioni trascendenti.
Purtroppo il conflitto - di vario genere e intensità - è nell’ordine naturale delle cose. E dunque la guerra è sempre una possibilità. Di qui l’importanza dell’antico detto di Vegezio: si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra). Che non va mai ignorato. Soprattutto quando si viva in un'epoca, come insegnava il vecchio Dostoevskji, dove la presunta morte di Dio rende possibili molte (brutte) cose.
Attenzione però: il che non significa che al pacifismo si debba opporre il bellicismo. Su questo siamo d’accordo con Sansonetti. Accanto alla naturalità sociale del conflitto va collocata, fortunatamente, anche quella della cooperazione. Altrimenti, oggi, su questo pianeta non esisterebbe più un solo uomo. In realtà sono due forze, come ci ha insegnato il grande sociologo Julien Freund, che caratterizzano, e da sempre, la vita sociale dell’uomo. Spesso intersecandosi. Dal momento che, come mostra la storia, la cooperazione talvolta è in funzione del conflitto: spesso ci si unisce “contro qualcuno”. Quindi si deve sempre essere pronti alla guerra senza però, come si dice oggi, sponsorizzarla”, magari spingendo l’acceleratore sociale su una pericolosa e settaria cultura della guerra per le guerra. Certo, non è facile ma si dovrebbe cercare sempre di distinguere, per parafrasare Raymond Aron, tra una realistica cultura della pace e della guerra e le irrealistiche culture solo della pace o solo della guerra. E spieghiamo perché.
Purtroppo, in contrasto - con quel che sostiene la cultura pacifista - non basta amare il nemico. Perché è altrettanto necessario che il potenziale nemico sia disposto a farsi amare. In realtà, come risulta storicamente evidente, è spesso il nemico a considerare tali i suoi possibili avversari, a prescindere dalla benevolenza di questi ultimi. Finendo così per attaccare per primo.
Di qui un altro aspetto debole del pensiero pacifista. Quello di dare per scontato che bastino la forza dell’esempio e la disponibilità totale, da parte dei singoli, ad amare l’altro. Il che in linea teorica può anche avere un fondamento filosofico. Ma solo a una condizione: che tutti gli abitanti della Terra divengano pacifisti, con la precisione di un orologio svizzero, nello stesso identico momento storico. Cosa praticamente impossibile. E per una semplice ragione: l’irradiazione sociale dei valori pacifisti attraverso l’educazione richiederebbe tempi differenti perché correlati alle ineguali dotazioni individuali di intelligenza e alle differenti capacità di apprendimento sociale dei singoli. Nonché alle tradizioni culturali e all’estrazione sociale dei soggetti da educare: ci riferiamo, infatti, a un’ umanità, da millenni, divisa praticamente su e da tutto.
Del resto, anche la creazione di uno “Stato Mondiale Educatore alla Pace”, prima imporrebbe l’eliminazione con una guerra dei bellicisti "a scelta" (e perciò il ricorso alla violenza), e poi l'impiego (come avviene oggi in ogni singolo stato contro la criminalità) di una polizia "militare" mondiale (altro ricorso alla violenza - se può consolare - legalizzata) per conservare la pace. E di conseguenza i “renitenti” alla pace verrebbero considerati alla stregua dei nemici di quella “nobile” umanità rappresentata dallo Stato Mondiale Educatore”. Assai vicino invece - e concludiamo - al Grande Fratello uscito dalla penna di Orwell. E capacissimo - anche questa volta - di ricorrere a una specie di “collettivizzazione” forzata della pace. Con gli inevitabili “danni collaterali"...

venerdì, novembre 07, 2008

Obama nuovo mito della blogosfera?

Promettiamo solennemente che, dopo la pubblicazione di questo post, non ci occuperemo per qualche settimana di Obama. Anche perché non siamo americanisti di professione e perciò riteniamo giusto che siano altri, più preparati di noi, a seguire la questione.
C’è però un ultimo punto che da sociologi ci intriga indagare. Quale? Quello del notevole consenso che l'elezione di Obama sembra abbia raccolto nella blogosfera. Non abbiamo dati precisi. Ma è bastato fare un “giretto” per scoprire quanto il neo-presidente Usa sia divenuto popolare. E all’interno di una rete divisa fino a ieri tra i sostenitori di Ron Paul (non molti per la verità) e, semplificando, gli antiamericani tout court.
Perché? Andiamo per accenni.
In primo luogo, l’entusiasmo è legato all’età piuttosto bassa dei blogger e al conseguente elevato “tasso” di idealismo, sempre presente nel giovani, e dettato dalla più lunga prospettiva di vita e perciò dalla “voglia”, più che giusta, di migliorare le condizioni sociali, proprie e altrui. Un entusiasmo "stutturale", che decresce con l'avanzare dell'età , che evidentemente, piaccia o meno, la candidatura Obama ha saputo catalizzare, soprattutto negli ultimi giorni, andando fisicamente oltre la realtà americana.
In secondo luogo, un ruolo importante va attribuito al bisogno simbolico-sociale di identificazione in un personaggio - nel caso Obama - comunque presentato e recepito come “positivo”. Bisogno che può assolvere, nei momenti di crisi come l'attuale, una funzione di integrazione individuale e sociale. Il capo carismatico e "mitologizzato" - esistono anche carisma e mitemi democratici... -rafforza la fiducia in se stessi e negli altri. E di conseguenza fa vivere meglio, ma in misura correlata alla qualità del carisma del potere mobilitante e all’effettivo miglioramento delle condizioni sociali ed economiche. Il bisogno di identità trova perciò un limite nel successo o insuccesso effettivo del potere mobilitante al centro del processo di identificazione collettiva.
In terzo luogo, e al di là di questi due fattori strutturali (demografico e socioculturale), ne va considerato un terzo, squisitamente politico: la negatività assoluta sprigionata, o comunque recepita come tale, all’interno di una blogosfera sostanzialmente pacifista, dal “guerrafondaio” George Bush jr. Un “tasso di negatività” così elevato che non poteva non tradursi in “tasso di positività” nei riguardi di un candidato fin dall’inizio rappresentato e percepito come l’esatto contrario di Bush jr.
E qui sarebbe interessante indagare il rapporto nella blogosfera tra rappresentazione pubblica e percezione collettiva del candidato Obama, dal punto di vista della documentazione. Come e dove il blogger filo-Obama ha attinto e consolidato le sue idee? In che modo si è realizzato il perfetto allineamento comunicativo fra rappresentazione mediatica e percezione sociale del candidato democratico?
Il punto non è secondario, perché se dal punto di vista della rappresentazione pubblica si accetta l’ipotesi di una presidenza Obama costruita a tavolino da un’onnipotente macchina mediatica al servizio di precisi interessi sistemici, si deve anche accettare, dal punto di vista della percezione sociale identificante, l’idea di una eccessiva permeabilità della blogosfera a input di tipo sistemico. E questo a fronte di una blogosfera che tende tuttora orgogliosamente a qualificarsi come libera avanguardia antisistemica.
Ora, che negli Stati Uniti Obama abbia vinto anche grazie all’intervento dei blogger democratici(in senso strettamente partitico) è perfettamente comprensibile, nel quadro di una dinamica interna al Partito democratico Usa. Lo è meno nel resto del mondo, dove lo spirito critico, non vincolato a dinamiche partitiche Usa, doveva - e dovrebbe - farla da padrone, anche in ragione delle differenti tradizioni politiche nazionali e continentali. Il che deve far riflettere non tanto ( o non solo) sulla marcia della globalizzazione in sé, quanto sulla progressiva globalizzazione del modello pubblipolitico e bipartitico statunitense e sulla conseguente assimilazione ed estrema povertà di un linguaggio politico "mondializzato", ridotto come negli Stati Uniti, se ci si passa la battuta, a infiocchettare i candidati politici come una scatola di bon bon . E andrà sempre peggio.
Certo, ci si può sempre rispondere che non esiste alcuna onnipotente macchina mediatica, eccetera. E che Obama ha vinto per meriti propri “catturando” simpatie e consensi in tutto il mondo. E dunque inevitabilmente anche nella blogosfera.
Giustissimo. Ma - per dirla fuori dai denti - dopo tanto agitarsi in rete, da parte dei blogger, sulla necessità della pace universale e di grandi riforme economiche strutturali, considerarsi soddisfatti della vittoria di un neo-presidente che alla sua prima uscita dichiara, in modo pericolosamente generico, di voler sconfiggere "coloro che vorrebbero distruggere il mondo", e che per giunta ci racconta, che in un paese con decine di milioni di poveri e un tasso di mortalità infantile tra i più alti al mondo, “niente è impossibile”, non è ancora meno del classico piatto di lenticchie?

giovedì, novembre 06, 2008

Il libro della settimana: Michele Antonelli, Canto d’amore per la Jugoslavia. Le sorgenti dell’odio etnico-religioso in Bosnia e nel Kosovo oggi, Il Cerchio Iniziative editoriali, Rimini 2008, pp. 184, euro 16.00 – www.ilcerchio.it

Coloro che oggi - e chissà ancora per quanti altri giorni - incensano il democratico Barack Obama, neo-presidente Usa. E in merito lo spettacolo offerto dalla politica italiana è veramente indecente, siamo al top del servilismo, a destra come a sinistra… Ecco, dicevamo, i laudatores dovrebbero ricordare che sotto un altro presidente democratico, Bill Clinton, grande amico di Tony Blair, altro laburista per il mercato, nel 1999, la Nato, priva di mandato Onu, con l’appoggio pressoché totale degli alleati europei, Italia di D’Alema inclusa, aggredì la Serbia, scatenando la cosiddetta guerra del Kosovo. Belgrado fu bombardata senza pietà. Quindi "obamisti", anche di complemento, di tutto il mondo meditate.
Ora su tale evento, ma anche sulle disgraziate vicende, provocate da quella che un giorno storici “revisionisti” definiranno "la grande guerra condotta dagli euro-americani per la spartizione della Jugoslavia dopo Tito", consigliamo la lettura dell' ottimo libro di Michele Antonelli, Canto d’amore per la Jugoslavia. Le sorgenti dell’odio etnico-religioso in Bosnia e nel Kosovo oggi (Il Cerchio Iniziative editoriali, Rimini 2008, pp. 184, euro 16.00).
Michele Antonelli, pur non essendo giornalista e storico di professione, ma un laureato in informatica, attivo, come consulente internazionale, nel campo dei sistemi di informazione, dà veramente il meglio di sé anche come scrittore sincero di cose politiche e profondo conoscitore, fin nelle pieghe più nascoste, dell’anima (jugo)slava, come accade quando si è sorretti dalla forza dell'amore vero. Il che spiega il titolo suggestivo. Un ottimo inizio insomma. Auguri.
Dal punto di visto cronologico Antonelli raccoglie e sviluppa le riflessioni maturate nel suo soggiorno professionale in Bosnia e nel Kosovo durante e dopo gli anni Novanta.
Il quadro che traccia, frutto di conoscenze di prima mano, è spaventoso ma anche di grande densità morale. Canto d’amore per la Jugoslavia va letto come un nobile atto di accusa nei riguardi di un Occidente americanizzato che voleva e vuole imporre, senza tanti complimenti, il suo modello di sviluppo economico e politico, anche dove non richiesto, anzi proprio dove non richiesto. Di qui una doppia strategia, messa a fuoco molto bene da Antonelli: da un lato il divide et impera, sul piano politico ed etnico religioso, dall' altro l’americanizzazione dei costumi su quello culturale e sociale. Una americanizzazione che però viene dopo il ricorso alle maniere forti, come in Jugoslavia e nel Kosovo. Prima il bastone poi la carota.
Particolarmente felici - senza togliere nulla al resto del libro - passi, come questo, dedicati all’americanizzazione dei costumi nella Serajevo “pacificata”:
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“Cosa ci fa una scolaresca, nel mezzo della mattinata, davanti a un cinema dove danno un film con Tom Cruise? Ragazzi e ragazze delle scuole medie, o dei primi anni delle superiori aspettavano l’ingresso a uno spettacolo programmato apposta per loro. I ragazzi hanno bisogno di distrazioni, senza dubbio, soprattutto alla fine di una guerra, ma… così, a gregge, a vedere un film del quale i manifesti annunciavano il solito contenuto di violenza generalizzata, facevano una gran pena. Cosa può insegnare quel Tom Cruise?” .
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Ecco, cosa ci faceva (e sicuramente ci fa tuttora), quella scolaresca uscita da una guerra civile spaventosa, davanti ai manifesti di un Tom Cruise, come al solito armato fino ai denti ? Per scoprirlo un consiglio: leggete l’intrigante libro di Michele Antonelli.

mercoledì, novembre 05, 2008

La vittoria di Barack Obama. Nessuna illusione

Per chi si accontenta della forma (un nero alla Casa Bianca) e di alcune vaghe promesse ( come quella di alzare le tasse sui ceti abbienti) la vittoria di Barack Obama è una svolta.
Ma si tratta di una svolta che ha riguardato - e riguarderà - tutti gli americani?
Dal punto di vista elettorale, pur non avendo ancora dati precisi sull’affluenza, sembra abbia votato il 55/60 per cento degli aventi diritto. Di conseguenza Obama resta il presidente di poco più di una minoranza di elettori ( ovviamente le stesse considerazione sarebbero valse anche se avesse vinto McCain).
Perché - ecco il punto - in occasione di ogni elezione presidenziale Usa nessuno sottolinea un fatto fondamentale: che i presidenti Usa spesso sono votati da meno del 50 % degli aventi diritto. Di più: chi vince di solito deve accontentarsi di meno della metà dei voti espressi. Pertanto il presidente degli Stati Uniti finisce per rappresentare a mala pena un 25 % di quel 50 % che vota: grosso modo 50-60 milioni di elettori sui circa 100-120 (questa volta sembra 130) che si recano a votare. Il nuovo presidente, perciò considerando l’area del non voto (almeno altri 100 milioni), è espressione di una minoranza: la quarta parte di tutti coloro che potrebbero votare (ricordiamo che in tutto la popolazione degli Stati Uniti ammonta a circa trecento milioni di abitanti).
Qualche dato non guasta.
Innanzitutto va ribadito che storicamente la partecipazione elettorale degli americani è sempre stata molto bassa (intorno al 50 %). E di riflesso sono state altrettanto basse le percentuali di voto che hanno permesso l’elezione di alcuni presidenti. Ad esempio Lincoln fu eletto nel 1860 col 39,8%, Woodrow Wilson nel 1912 col 41%, Clinton nel 1992 con 43%. Inoltre negli ultimi quindici anni gli indici di partecipazione hanno raggiunto livelli stabilmente bassi, con una lieve ripresa nel 2004, anno della seconda elezione di Bush jr (1988: 50,11%; 1992: 55,09; 1996: 49,08; 2000: 51,31; 2004: 55,69; 2008, pare tra il 55 e il 60%, ma non disponiamo ancora di dati precisi: dai 122,295,345 votanti del 2004 si sarebbe passati nel 2008 a 133,917,120, stima. In argomento si veda qui: http://en.wikipedia.org/wiki/United_States_presidential_election ; con ampia e buona sitografia).
Ecco, il vero problema della “democrazia americana”, è quello di come dare voce legittima a quei due quarti, grosso modo, di cittadini che non votano né per i democratici né per i repubblicani.
E potrà riuscirvi un presidente che ha raccolto il favore elettorale della solita minoranza "civilizzata" di votanti? E che pur essendo nero non proviene socialmente dal "popolo nero"? Dal momento che Barack Obama è un raffinato prodotto di quella borghesia di colore, che passa per Harvard, Yale, Columbia (come il neopresidente) e altre prestigiose università. Una borghesia fiera di avercela fatta, per alcuni sprezzante, ma da sempre dominata dall' ansia di prestazione nei riguardi dei bianchi. E che è malvista - proprio per la sudditanza ai valori wasp – dai neri poveri (che sono più della metà di tutti i poveri negli Stati Uniti), e con sospetto dagli altri gruppi etnici. Parliamo, insomma, di un presidente sostanzialmente privo di qualsiasi legittimità elettorale e sociale. Fermo restando, che le stesse tesi, valgono, con alcune varianti biografiche e sociali, anche per McCain. Dal momento che entrambi i candidati pescavano nella stessa ristretta pozzanghera elettorale.
Il problema della democrazia americana è strutturale e riguarda l'assenza di una qualsiasi forma di legittimazione popolare. Il governo concerne un ristrettissimo gruppo di potere economico e militare (si pensi alla scelta pro-Obama del generale Powell, ritiratosi ma sempre potente), che di volta in volta coopta i prescelti su basi fiduciarie. E questa volta è stato il turno di Obama. Poi "venduto" elettoralmente dai superpagati maghi della pubblipolitica a una minoranza di votanti (per alcuni gonzi), cronicamente "affamati" di telenovelas elettorali, come l' eroe senza macchia e senza paura. Chi si contenta gode.
Perciò non crediamo in alcuna svolta. Anche perché proprio l’enorme quantità di finanziamenti elettorali di cui ha goduto Barack Obama - che sembra non abbia eguali - non depone a favore di una presidenza al di sopra delle parti. O se si preferisce di un "Government of the People, by the People, for the People".

martedì, novembre 04, 2008

Presidenziali Usa. Perché voteremmo Sarah Palin...

Ieri abbiamo dichiarato il nostro disinteresse per le elezioni presidenziali americane. Ma se proprio si dovesse scegliere per chi voteremmo? Per l'accoppiata McCain-Palin. Ma solo perché ci piace la ruspante Sarah.
Il nostro è un ragionamento per esclusione.
Barack Obama suona falso quanto un dollaro contraffatto. Non ha idee proprie: è una costruzione della pubblipolitica americana che vuole vendere un presidente Benetton alla nazione. Politicamente è un nano: un Clinton minore, con preparazione storica inferiore. E privo della sincera e profonda religiosità di un Carter. Per farla breve: sotto lo sguardo ispirato, il nulla. E' un pacchetto ben confezionato di lamette da barba. Uno che va dove lo porta il vento.
Il suo vice, Joseph, "Joe", Biden, è un vecchio politicante, ultramoderato e molto più a destra del candidato repubblicano. Inutile spendere altre parole. Un istrione che parla con la mano sinistra sul cuore e la destra saldamenta attaccata al portafogli. Sostanzialmente un sottoposto.
John McCain è uno sfiatato trombone repubblicano che vuole coronare per ambizione il sogno di una vita... Infatti non ha più l’età. E' un eroe di guerra, ovviamente di una guerra sbagliata, quella del Vietnam. Dove ha conosciuto la prigione. Meritata. Però McCain, a differenza di altri presidenti e candidati (si pensi a Clinton, Bush jr, Biden) in guerra è andato. Certo, a sganciare bombe su Hanoi. Per farsi però cinque anni e mezzo di prigione, tipo "Il cacciatore". Comunque sia, è una specie di Bush scolorito, molto scolorito… E soprattutto imprevedibile, perché il suo fiato politico è corto.
Ci piace invece la sua vice: Sarah Palin. La quale, a differenza dei tre candidati appena ricordati, è una del popolo. O comunque viene dal popolo. Si veda la biografia (http://en.wikipedia.org/wiki/Sarah_Palin ). Figlia di modesti insegnanti. Non ha studiato in raffinate università. Ha lavorato come giornalista di serie B, se non C, in Alaska, dove risiedeva fin da piccola. Ha sposato un pescatore nativo del luogo. Lei stessa, dava una mano nell’ azienda ittica del marito. E sembra ami molto, come altri milioni di americani, oltre che pescare, cacciare… Nessuno è perfetto. Ha conquistato il seggio di governatore nella terra dei ghiacci, contro la macchina del partito. Ama la natura e da governatrice si è spesa contro l’industria petrolifera. In fondo ci piace perché non ha la spocchia del giornalista e del lettore del New York Time o di riviste con la puzza sotto il naso come The New Yorker. O dei suoi avversari e alleati, spocchiosi prodotti di sussiegosi college militari e civili.
Sarah Palin dice le cose pane al pane e vino al vino. Certo, se la si ascolta (basta fare un giretto si Youtube), si scopre che è una guerrafondaia, tra l'altro molto ignorante, soprattutto in politica estera. Ma si sa il popolo, quello vero, puzza. E per togliersi la puzza ci vuole tempo… Probabilmente, però, questa campagna elettorale finirà per rovinarla, trasformandola in una delle tante Geraldine Ferraro della politica americana, anche se più giovane e con meno dollari. Perché non le piaceranno più i vestiti da pochi dollari e gli occhiali in vendita nella farmacia all'angolo.
Tuttavia così com'è ora, ruspantissima ci piace. Soprattutto quando si fa ritrarre, facendo inferocire le vestali del Sex and City, con il suo piccolo diversamente abile in braccio. E perciò la voteremmo. Pubblipolitica anche questa? Mmmmh... Tutto è possibile per il marketing elettorale Usa: anche vendere candidate di destra un tanto al chilo.
Però, però perché non votarla? Soprattutto per la serie tra due mali, scegli quello di cui si può prevedere il decorso... E anche se un vice presidente conta poco. Ma - attenzione prego - l'incartapecorito McCain, sembra non avere una salute di ferro...

lunedì, novembre 03, 2008

Perché i media italiani hanno riservato uno spazio spropositato alle elezioni presidenziali americane?

Non sappiamo chi vincerà le elezioni americane, e neppure ci interessa. E ne abbiamo spiegato il perché, già in occasione delle primarie, in altro post,(http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/01/le-primarie-e-le-elezioni-presidenziali.html ). Quel che invece risulta interessante è capire perché i media italiani hanno riservato uno spazio spropositato alla campagna elettorale Usa.
Si potrebbe liquidare la questione in termini di puro e semplice strapotere tecnico ed economico delle grandi agenzie internazionali, tese a dettare l’agenda e trasformare un evento politico in dollari sonanti (producendo e vendendo servizi). O comunque provocando emulazione. Ben pagata.
Ma stando agli esperti, in Francia e Germania (ma meno), per non parlare di altri paesi europei, la campagna elettorale sembra non sia stata seguita con la stessa intensità.
Forse - si tratta di un nostro impressionistico giudizio - il duello Obama-McCain è stato “coperto” con pari intensità soltanto negli ex paesi satelliti dell’Unione Sovietica, ora gravitanti nell’orbita americana.
Probabilmente alla base della scelta mediatica italiana - chiamiamola così - c’è uno scarso senso dell’identità nazionale, in particolare nelle élite giornalistiche, e ovviamente politiche, acuitosi soprattutto dopo il 1945. Anno in cui, anche noi entrammo politicamente nell’orbita americana, per restarci. Un debole senso dell’identità nazionale, che si è andato a innestare sulle esigue tradizioni di libertà dei giornali italiani. Passati, sintetizzando, dalla dittatura fascista - dopo una breve parentesi di libertà - al grigiore democristiano, poi consociativo, e infine berlusconiano. Va detto che il tradizionale antiamericanismo del Pci - spesso tattico - sembra non aver lasciato, sul piano mediatico alcun segno. Al massimo oggi, chi viene da quell’esperienza è pro-Obama, e in modo entusiastico. Basti qui sfogliare il Manifesto e Liberazione o seguire il Tg1 di Riotta.
E’ perciò comprensibile che le Reti berlusconiane, primo veicolo del peggiore americanismo culturale in Italia, coprano oltremisura la campagna elettorale americana. Meno che si comportino nello stesso modo quelle di orientamento diverso. Ma qui non va trascurato l’elemento del pacifismo, molto forte intellettualmente proprio a sinistra.
Ad esempio è singolare che lo spazio dedicato alle prossime celebrazioni del novantesimo anniversario della nostra vittoria nella Prima Guerra Mondiale sia stato mediaticamente pari a zero. Anzi soprattutto nei giornali e televisioni pro-Obama si è registrato un sussulto di antimilitarismo, e del peggiore, confondendo, come al solito idea di patria (che dovrebbe restare) con i generali infingardi (che dovrebbero passare)… E la pace, pur necessaria, con un' utopistica idea di definitivo disarmo generale.
Pertanto alla base della massiccia copertura della campagna elettorale americana va posta la totale mancanza, soprattutto - ripetiamo - nelle élite dirigenti, giornalistiche e politiche, del senso, come si diceva un tempo, dell’identità e dell’onore nazionali al quale si cerca di sostituire certo pacifismo dettato dalla debolezza...
Per farla breve: ci preoccupiamo di coprire le elezioni americane in una misura tecnicamente inaudita e, al tempo stesso, professiamo un universalismo pacifista, imbecille e astorico, come se l’Unità Italiana, risalisse al 1945. E come se le guerre - come insegnavano i Romani con il saggio si vis pacem, para bellum - non fossero, piaccia o meno, parte del patrimonio storico di una nazione e dura necessità storica. Dimenticando, insomma, che quando, ci si nasconde dietro gli ideali di un pacifismo assoluto. Certo, sancito dalla Costituzione. Ma in che modo? Da sconfitti, costretti da una pistola americana alla tempia a ripiegare, in termini di hegeliano rapporto signore-servo, sui valori pacifisti. E come se, all'epoca, la "rinnovata" libertà repubblicana non provenisse dall'impiego su larghissima scala dei caccia bombardieri...
Dimenticando, dicevamo, che se si è pacifisti, non perché si sia in grado, come nazione, di garantire la pace con la propria placida forza, sarà poi l’alleato più forte a indicare, di volta in volta, a quello più debole il nemico da battere.
E infatti ora combattiamo in Afghanistan, perché così ci è stato ordinato dagli Stati Uniti. Tuttavia, se vincesse Obama potrebbe giungere il contrordine… Chissà...
Di qui l’ "importanza" di coprire mediaticamente - perché non si sa mai - le elezioni americane. Penoso.