venerdì, ottobre 31, 2008

“Né rossi né neri, solo liberi pensieri”. Qualche riflessione sulla manifestazione romana contro il decreto Gelmini
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Iniziamo con una battuta. Cattiva.
Se Berlusconi nel 2007, avesse organizzato a Roma, nell' arco di una settimana, due manifestazioni "oceaniche" contro il governo Prodi, il centrosinistra si sarebbe rivolto all’Onu, per chiedere un intervento dei caschi blu contro due nuove marce fasciste su Roma.
Ma cerchiamo di essere lucidi e seri.
La manifestazione di ieri è per un verso un successo "di massa", ma per l'altro rappresenta una decisa normalizzazione imposta "dalla élite" del centrosinistra. O per dirla tutta: un azzeramento e sconfitta dell’ ”Onda” e di ogni volontà collettiva di cambiamento "sistemico", o comunque "forte". E non solo nel mondo scolastico e universitario.
Una vera e propria controrivoluzione politica e sindacale, iniziata con l’espulsione violenta da piazza Navona di quegli studenti di destra che invece si proponevano, una tantum e seriamente, di volare oltre la destra e la sinistra. Un progetto che nei giorni precedenti, sembrava aver affascinato e caratterizzato (e non solo in chiave di borghese culto dell' apoliticità) lo stesso movimento degli studenti anti-Gelmini. E invece no: ha avuto la meglio il solito opportunistico collante antifascista. Per fare la gioia dei Fioroni, dei Veltroni, dei Di Pietro, delle Bindi e compagnia cantante. E, dulcis in fundo, di Epifani. A capo di un sindacato ultranormalizzato da un pezzo, la Cgil, che non è stato finora capace di prendere una posizione chiara e netta contro l’introduzione nella legislazione italiana sui contratti di lavoro della cosiddetta flessibilità, così cara alla Confindustria.
Notare un cosa: mentre a piazza del Popolo si cantava l’inno di Mameli; intonato dagli stessi che nei giorni precedenti si erano opposti a celebrare tout court il 4 Novembre, il Ministero della Pubblica Istruzione veniva circondato, "anche" dagli studenti della sinistra più aggressiva. Come dire, nella ricostituita unità del centrosinistra, c’è spazio per tutti dal sindacalista in piedpoul ai lanciatori di (falce e) martello … Sfogatevi un po' ragazzi... Quel che conta è l’esclusione di coloro che, guarda caso, aspirino, una tantum e sul serio, a volare oltre la destra e la sinistra all'insegna di un tonante e azzeccatissimo " Né rossi né neri, solo liberi pensieri".
Quanto al centrosinistra ministeriabile, sul che cosa fare effettivamente - a parte un improbabile referendum - poi si vedrà: ci penseranno, una volta tornati al potere, i ministri mercatisti in doppiopetto, col patentino della sinistra: Bersani, Padoa-Schioppa e qualche new entries, appena pescata, fresca fresca, tra gli economisti de Lavoce.info… Oppure chissà, tutto si risolverà, grazie alla miracolosa Discesa in Terra (d'Italia) del nuovo Messia Americano Barack Obama...
La tragedia di "questo" centrosinistra è che sembra essere d’accordo, al suo interno e con il "popolo" di sinistra, solo quando deve dire no a Berlusconi. Dopo di che sotto gli slogan nulla… Non la proposta di un provvedimento, chiaro e netto, contro il numero chiuso, contro la flessibilità, oppure per contrastare seriamente gli incidenti sul lavoro. Per quale ragione? Perché si dovrebbe mettere in discussione la società capitalista, o quanto meno la sua deriva speculativa e aggressiva nei riguardi dei lavoratori. In breve: la "società del rischio", non liberalmente accettato, ma imposto dall'alto, e solo agli indifesi. E non la si vuole discutere - e ciò, per ogni vero riformista, è una tragedia nella tragedia - neppure nei termini infrasistemici di una socialdemocrazia classica.
Notare un'altra cosa: il "partito" di Repubblica, da sempre nelle grazie di certo capitalismo italiano con facciata riverniciata a sinistra e portafoglio a destra, si è fatto in quattro per promuovere la ricostituita unità antifascista: da Di Pietro ai piccoli Lenin gonfiabili della birra sociale.
Tuttavia l'opportunismo politico non caratterizza soltanto il centrosinistra. Dall’altra parte - il centrodestra - si risponde in chiave di bieco moderatismo politico… E' di oggi la dichiarazione di Maroni di voler far sgomberare con la forza le scuole occupate. Naturalmente, per solleticare e soddisfare, al tempo stesso, gli istinti peggiori di una destra forcaiola. Che pure esiste. E con i suoi piccoli Mussolini, altrettanto gonfiabili.
Chi ci salverà dagli opportunisti di destra e di sinistra? Chissà, forse un rinnovato e coraggioso grido: "Né rossi né neri, solo liberi pensieri"...
Lasciamo perciò che risuoni alto e forte, se non in piazza, almeno nelle nostre coscienze politiche individuali.

giovedì, ottobre 30, 2008

Il libro della settimana: Karl Mannheim, Le generazioni, il Mulino 2008, pp. 128, euro 9,00 - www.mulino.it
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Si fa presto a dire “la generazione del Sessantotto”… In quell’anno chi era nato nel 1946 ne aveva ventidue, chi nel 1950, diciotto, chi nel 1956, quattordici. Per non parlare delle scelte politiche. Ad esempio se il ventiduenne di cui sopra aveva simpatie marxiste, il diciottenne impazziva per i manifesti della Repubblica Sociale Italiana, mentre il quattordicenne, preferiva, dopo la scuola, dare quattro calci all’oratorio…
Però - ecco il punto - tutti, magari canticchiando “ Che colpa abbiamo noi”, sentivano di essere diversi dai padri e dai nonni. E soprattutto di essere stanchi di professori che ogni giorno ripetevano meccanicamente, la lezione di sempre, pensando solo al famoso ventisette del mese.
Ma basta la voglia di un nuovo modo di insegnare per accomunare concettualmente la generazione del Sessantotto?
Si dirà, non era “nuovismo” ma libertarismo. Concordiamo. Si trattava, è vero, di qualcosa di sociologicamente più profondo, all’epoca presente nel cinema, nella musica, nelle arti, eccetera, che poi sarebbe sfociato in quella rivoluzione dei diritti civili. I cui frutti, piaccia o meno, sono oggi sotto gli occhi di tutti.
Pertanto è nel libertarismo che dobbiamo trovare la nota di fondo che accomunava la generazione del Sessantotto. Facendo però una distinzione importante: si dovrebbe parlare di libertarismo come “legame generazionale”, nel senso di una comune risposta “istintiva” ai problemi del tempo ( la comune insofferenza verso un professore che spiegava stancamente, eccetera), e di libertarismo come “unità generazionale”, quale esempio di elaborazione del libertarismo, secondo il proprio credo politico: a sinistra il professore routinier veniva scacciato dall’aula, perché si puntava sulla rivoluzione; a destra lo stesso professore, pur criticato duramente, non veniva estromesso, salvo eccezioni, in nome dell’ autorevolezza insita a priori nella sua carica.
La distinzione concettuale non è nostra ma di Karl Mannheim, interessante figura di sociologo, morto cinquantenne nel 1947, kantiano mai pentito, socialista democratico e pianificatore, passato attraverso il fuoco del marxismo e del cristianesimo. Autore, tra l’altro, del celebre Ideologia e utopia (1929) e di un interessante studio intitolato Conservatorismo (1925-1927). Che consigliamo di leggere con Romanticismo politico (1919) di Carl Schmitt. Per scoprire, grazie alla bravura di due virtuosi della scienza politica, pregi e difetti del conservatorismo romantico…
Ma torniamo al punto. La distinzione è ripresa da Le generazioni. Un aureo volumetto di Karl Mannheim, uscito nell’anno di grazia 1928, ora ripubblicato, con un prefazione di Loredana Sciolla (il Mulino 2008, pp. 128, euro 9,00). Il testo andrebbe acquisito e letto solo per questa perla, che Mannheim nasconde sotto una rocciosa nota a pagina 118:

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“ Si deve mettere il rilievo che “il poter ricominciare” [di generazione in generazione] non ha nulla a che fare con ‘conservatore’ o ‘progressista’. Non vi è nulla di più inesatto del pensare … che la giovinezza sia progressista e la vecchiaia eo ipso conservatrice. Esperienze contemporanee mostrano a sufficienza che la generazione liberale più anziana poteva essere politicamente più progressista di certi circoli giovanili (associazioni studentesche, ecc.). ‘Conservatore’ e ‘progressista’ sono categorie storico-sociologiche, orientate in base a una determinata dinamica storica… concreta, mentre ‘vecchio’ e ‘giovane’… sono pensati in modo sociologico formale. Si decide se una certa gioventù è conservatrice, reazionaria o progressista (almeno come tendenza generale), dalla misura in cui si aspetta che la struttura sociale esistente provveda alle sue possibilità di progresso sociale e culturale… Anche questa è una dimostrazione importante per la tesi principale di questo saggio… cioè che i fattori vitali (l’essere giovane o essere vecchio) non implicano per nulla i contenuti del comportamento spirituale (giovane non corrisponde necessariamente a progressista e così via)… Ogni equiparazione o collegamento di fattori biologici con fenomeni spirituali conduce ad un qui pro quo, che genera solo confusione”.
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In parole povere Mannheim spiega perché molti sessantottini, oggi sessantenni, sono rimasti libertari, e altri invece divenuti conservatori. Ma anche perché molti giovani, votino a destra, pur, o proprio, essendo libertari: non è l’età anagrafica che determina la confluenza generazionale, o almeno non sempre, ma i problemi dettati dal tempo e la capacità di rispondervi delle classi dirigenti preposte. E in base a queste risposte dall’alto variano quelle, in basso, delle generazioni.
Il problema degli anni Sessanta era l’ansia di libertà che accomunava i giovani del tempo, a prescindere dall’appartenenza politica. La classe dirigente dell’epoca non riuscì subito a capire l’importanza della questione. Di qui le battaglie per le libertà civili, intraprese da minoranze; si pensi al ruolo di socialisti e liberali di sinistra, ma anche di certi gruppi minoritari, studenteschi e non, a sinistra come a destra. Ma anche il trascinarsi per le lunghe di quella che poi verrà definita “modernizzazione dei costumi”. E che andrà ben oltre l‘accettabile riformismo sociale, soprattutto con l’arrivo della cultura dei consumi mediatizzati degli anni Ottanta.
Di qui il dividersi trasversale della generazione del Sessantotto, già nel decennio successivo, in termini di “’unità generazionale”, cioè rispondendo a problemi comuni non risolti in alto, secondo sensibilità politiche differenti in basso. Certo, restava il “legame generazionale”: ad esempio, e semplificando al massimo, si amava la stessa musica, ma la valenza antiautoritaria veniva letta alla luce dei diversi valori politici di appartenenza: ad esempio l’eguaglianza da un lato (a sinistra), la cultura delle differenze, fondata sul merito o la tradizione (a destra).
Insomma “unità” e “legame generazione” di regola non vanno insieme. A riguardo si legga quel che scrive Mannheim sulla cultura giovanile tedesca, travolta dal tornado napoleonico:

“ La gioventù tedesca attorno al 1810 viveva uno stesso legame di generazione sia che partecipasse al movimento liberale di quel tempo, sia che invece fosse su posizioni conservatrici. All’interno di questo legame di generazione però si apparteneva ad un’unità di generazione o ad un’altra a seconda se si partecipava alle intenzioni fondamentali conservatrici o liberali” .
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A questo punto i concetti di legame e unità generazionale dovrebbero essere chiari. Ma anche, crediamo, l’importanza di rileggere questo piccolo gioiello sociologico. E soprattutto di usarlo, recependone in chiave operativa le sue distinzioni, nell’ambito delle molte ricerche in corso sul Sessantotto, anche all’interno, come si dice, di una cultura da destra maggioritaria, giustamente interessata a ricostruire i propri rapporti con il Sessantotto.
Sotto questo aspetto, pensiamo che debba essere approfondito - e qui introduciamo un altro concetto di Mannheim - anche quello di “collocazione sociale” della generazione. Ad esempio, riteniamo sia esistito un Sessantotto libertario anche in economia, nel senso, come si diceva all’epoca, di aprire i cancelli delle fabbriche alla democrazia diretta. Di qui l’importanza di studiare la dialettica tra studenti e operai appartenenti alla stessa generazione, ma con estrazione sociale diversa, e dunque “collocazione” differente. Ma anche l’importanza di capire, il ruolo svolto da certa destra giovanile anticapitalista perché spiritualista, che raccoglieva, a sua volta, giovani dalla provenienza sociale, spesso antinomica.
Vissero tutti il Sessantotto (e il post-Sessantotto) in modo simile? Ecco un’altra domanda alla quale si potrebbe cercare di rispondere con Mannheim. Il quale ci spiega come, pur appartenendo alla stessa generazione, “la collocazione può essere lasciata solo per mezzo di un’ascesa o una discesa individuale e collettiva… per sforzo personale, per congiuntura sociale oppure semplicemente per caso” . Il che non sempre era (e non è) alla portata di tutti, come lo stesso Mannheim aggiunge, qualche pagina più in là.
E diciamo pure che coloro che ce l’hanno fatta, soprattutto a sinistra, utilizzando il Sessantotto come leva per una “ascesa individuale”; inserendosi, e molto bene, nella ieri odiata società capitalistica, oggi preferiscono vantarsi del Sessantotto dei diritti civili e non di quello delle fabbriche. Chissà perché?

mercoledì, ottobre 29, 2008

Berlusconi, la politica “muscolare” e il consenso degli italiani.
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Siamo assolutamente convinti che Berlusconi stia puntando con la nuova legge elettorale per l’europee a chiudere definitivamente in conti con le cosiddette frange estreme, a destra come a sinistra. Pertanto crediamo che gli ammonimenti del Presidente Napolitano resteranno inascoltati (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/politica/napolitano-intervento/napolitano-intervento/napolitano-intervento.html).
Al massimo, visto che alla Camera, sulle preferenze, si deciderà con voto segreto, Berlusconi magnanimente - ma in realtà obtorto collo – pare disposto a “chiudere un occhio”, in caso di voto a contrario alle liste bloccate.
Il fatto più grave è certamente quello della soglia al 5 per cento, perché va a colpire sia il principio di rappresentatività (nel senso di poter partecipare a un “gara” politica) sia quello di rappresentanza (nel senso di poter vincere quella “gara”) perché esclude a priori i partiti minori, ma con grandi tradizioni storiche e politiche; grosso modo, alcuni milioni di elettori.
La spiegazione scelta da Berlusconi è di voler assicurare stabilità politica… Ma dove in Europa? Nella cui sede parlamentare dovrebbero invece essere rappresentate tutte le forze politiche… Proprio per aumentarne il prestigio e la popolarità. Mentre in questo modo - pur tenendo conto dei limitati poteri del Parlamento europeo - si contribuisce soltanto a rendere la natura del processo di unificazione politica ancora più elitaria. I popoli europei - e in particolare quello italiano - vengono così considerati “bambini”: minori incapaci di esprimere mature scelte politiche.
Ovviamente, escludendo a priori certe forze politiche dalle aule parlamentari - e il discorso vale anche per una possibile, e ancora più restrittiva, riforma della legge elettorale italiana - si consegna loro la piazza. Come sta avvenendo - e giustamente - in questi giorni in Italia a proposito della riforma Gelmini. Esiste, infatti, un nesso sociologico e politologico tra elitismo istituzionale e radicalizzazione politica. Quanto più una società - nelle sue varie componenti politiche - è rappresentata nelle sedi istituzionali, tanto più si allontana il pericolo di una radicalizzazione sociale del conflitto politico.
Naturalmente, si può anche scegliere - come sembra desideri fare Berlusconi - la strada dell’esclusivismo politico, ma bisogna avere “spalle forti” soprattutto sotto due aspetti: quello del controllo dell’ordine pubblico e quello del saper soddisfare o comunque intercettare - perché con la sola forza (pubblica) non si può governare a lungo - anche le richieste degli esclusi.
Da come però si sta muovendo Berlusconi si trae l’impressione che voglia governare con la sola forza . E che stando ai sondaggi, una larga maggioranza di italiani approvi, per il momento, questa politica muscolare.
Che amarezza.

martedì, ottobre 28, 2008

Nicola e Serena Vacca. Per i loro dieci anni di matrimonio

Oggi si va sul personale, anzi sull' amicale. Perché vorrei fare i miei più affettuosi auguri, per i dieci anni di matrimonio, a una cara coppia di amici, Nicola e Serena Vacca.
Cari amici miei, dieci anni insieme non sono pochi. E soprattutto di questi tempi emotivamente burrascosi, dove le tentazioni di un narcisismo sciatto sono sempre a portata a mano.
La vita con voi non sempre è stata gentile. Eppure siete ancora lì, insieme, più uniti e forti che mai, anche grazie a una comune e mai compiaciuta cognizione del dolore.
Probabilmente amore e dolore devono camminare insieme, abbracciandosi, proprio come Nicola e Serena.
Non esiste alcun “Paradiso in Terra”. Eccetto quello di godere, come amico, del bellissimo film, che magari non riceverà alcun Premio Oscar, di una coppia che si ama con tutto il cuore. Fin nei minuti gesti quotidiani
Grazie amici per l’amore che così mi donate. Ogni giorno.
Un abbraccio.
Carlo

lunedì, ottobre 27, 2008

Perché la sinistra non reclama l’abolizione del numero chiuso nelle università?

Una premessa. Non condividiamo la cosiddetta riforma Gelmini. E per due ragioni.
In primo luogo, per il metodo autoritario. Si tratta di una riforma calata dall’alto, del genere, semplificando, o così o pomì.
In secondo luogo, per la visione antiquata del mondo scolastico e universitario, come luogo che debba esclusivamente "produrre" forza lavoro "qualificata" . E non educare i giovani e formare i cittadini.
Detto questo, non possiamo non notare (lasciamo stare la destra…), come la sinistra, attivissima in questi giorni nelle piazze, non abbia ancora messo in discussione, soprattutto per l’università, il principio del numero chiuso. Oggi, in Italia non ci si può iscrivere liberamente all’università. Per iscriversi alle diverse facoltà si devono superare il cosiddetti test di ammissione. Spesso, come è stato riportato dai giornali, costosi (perché richiedono una "presunta" preparazione supplementare, che non tutti però possono economicamente permettersi) e talvolta pilotati irregolarmente (e dunque oggetto di contestazioni, indagini amministrative e persino procedimenti giudiziari).
Quanto ai risultati, in termini di meritocrazia e possibilità di lavoro dopo la fine degli studi, 1 neolaureato su 2 continua a non trovare lavoro. E tutti i neolaureati vengono sottopagati, come accadeva prima che venissero introdotti i test di ammissione, ovviamente con il beneplacito di ministri e rettori di sinistra, magari oggi in prima linea contro la Gelmini.
Però il test di ammissione faceva e fa tanto meritocrazia. Parola magica (come mercato libero, mano invisibile, eccetera) che ha conquistato anche la sinistra…
Ecco, noi auspichiamo, che questa sinistra, ripetiamo, attivissima nelle piazze, chieda da alta voce l’abolizione del numero chiuso nelle università. Anche perché il numero chiuso come abbiamo spiegato altrove non funziona (http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/09/universit-perch-il-numero-chiuso-non.html ).
E non ci si risponda, che i giovani laureati non trovano lavoro perché la "qualità formativa" delle università è pessima. Benissimo, ora c’è la Gelmini che è di destra, ma tutti gli altri ministri dell’Istruzione e dell’Università, appartenenti alla sinistra di governo, dove erano?

venerdì, ottobre 24, 2008

Nuovo Cinema Paradiso Alemanno?

I primi sei mesi delle gestione Alemanno-sindaco-di-Roma, trovano una sintesi visiva perfetta in quel tappeto rosso con la Bellucci che vi incede sopra…
Intanto, si fa per dire, quelli che lo avevano votato in aprile per liberarsi di un Veltroni che rideva sempre e di un Rutelli che sorrideva ogni tanto, si sono ritrovati a ottobre con uno che non sorride mai.
Dicevamo del tappeto rosso. Bene, anche se è presto per giudicare la Festa del Cinema, si può intanto dire che anche quest'anno non si è rinunciato al divismo, seppure in salsa nazionalpopolare. Come piace a certa destra pop... Probabilmente, chi conta veramente a Roma non si è fatto sentire, altrimenti il nuovo sindaco avrebbe abolito, seduta stante, la Festa del Cinema.
Ma anche in città nulla è cambiato. Il traffico è quello di prima. La sosta è selvaggia più che mai. E la criminalità, nonostante l’annunciato “pugno di ferro” non accenna a diminuire. I servizi latitano, i poveri aumentano. E pare che pure i romani se ne freghino, come prima. Che bel quadretto.
E la cultura? Sembra che, per ora, il nuovo assessore preposto stia recuperando tre anni in uno...
Mentre già si vocifera di deroghe alle "cubature" del nuovo piano regolatore, approvato dalla vecchia gestione. Un bel tappeto non rosso, ma d’oro, da stendere sulla città, per i costruttori? Dalla Festa del Cinema alla Festa del Cemento? Nuovo Cinema Paradiso Alemanno?
Vedremo.

giovedì, ottobre 23, 2008

L’occupazione di scuole e università. Un nuovo Sessantotto? No. Un nuovo Settantasette? Sì e no…

Quel che finora non era riuscito a una sinistra alla camomilla, sembra stia ora riuscendo, per riproduzione sociale spontanea della protesta, al mondo della scuola (professori, studenti, famiglie: la protesta contro il decreto Gelmini, sta dilagando dalle scuole superiori all’Università. Mentre Berlusconi va assumendo nei riguardi dei manifestanti un tono “muscolare” (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-2/parla-premier/parla-premier.html) .
Un nuovo Sessantotto? Assolutamente no. La protesta è di tipo infrasistemico, dunque moderata : ci si oppone a tagli e provvedimenti che vanno a ledere la qualità dell’insegnamento. E soprattutto, come nel caso delle “classi ponte”, la parità dei diritti dei cittadini, a prescindere dal colore della pelle, religione e lingua parlata. Un valore, quest'ultimo, oggi acquisito a livello di mentalità diffusa, a parte alcune pericolose sacche di razzismo, soprattutto politiche.
Un nuovo Settantasette? Sì e no. E spieghiamo perché.
La protesta pur essendo infrasistemica, a causa della crisi economica in atto, potrebbe assumere altre direzioni. Anche se, non sussistono legami culturali antisistemetici con i valori del Sessantotto e del Settantasette. Infatti la differenza culturale di fondo tra i primi due movimenti e quelli successivi, dagli anni Ottanta in poi, è stata nel tempo dettata dal diverso atteggiamento, soprattutto a livello diffuso, nel riguardi dell’introduzione nelle università del numero chiuso(1). Scelta "borghese" largamente condivisa (a parte alcune eccezioni) dalla sinistra istituzionale e studentesca. Nel senso che se altri movimenti vi sono stati, questi non si sono riprodotti socialmente con la stessa intensità (qualitativa e quantitativa) di quelli del Sessantotto e del Settantasette e soprattutto in nome di un'ottica di tipo egualitario e, se ci si passa l'espressione, socialmente antiborghese.
Questa volta, come dire, la variabile di ritorno è invece rappresentata dalla crisi economica in atto e da un ceto medio, i professori e soprattutto le famiglie. Soggetti, se ci si passa la caduta di tono, che si meritano la Gelmini: perché hanno accettato, da "bravi borghesi", a suo tempo, il numero chiuso, condiviso dalla stessa arciborghese sinistra governativa... Un ceto medio, dicevamo, che ora vede, minacciata la propria sicurezza economica, anche attraverso, per semplificare, la proletarizzazione dei figli… Di qui la possibilità - solo la possibilità e certo non nell'immediato - qualora si puntasse a risolvere con la forza, come auspica muscolarmente Berlusconi, il pericolo, come rivoluzionari e sociologi sanno, del rischio del passaggio dalle armi della critica alla critica delle armi. Di qui le tristi assonanze con il Settantasette. Che a differenza del Sessantotto aveva alle spalle la lunga crisi economica degli anni Settanta e il conseguente blocco del mercato del lavoro per le generazioni nate nella seconda metà degli anni Cinquanta.
Esageriamo? La parola ai lettori. Si spera, comunque, che Berlusconi ci ripensi.
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(1) Per il nostro atteggiamento nei riguardi del numero chiuso si veda qui: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/09/universit-perch-il-numero-chiuso-non.html

martedì, ottobre 21, 2008

Saviano antieroe per forza

Oggi rischiamo l'accusa di parlar male di Garibaldi. Ma abbiamo spalle forti.
Un premessa. Verso Roberto Saviano nutriamo il massimo rispetto, soprattutto per quella preziosa libertà intellettuale che rappresenta la sua figura. Fisicamente minacciata da un' organizzazione criminale. Non dimentichiamo che siamo passati, tutti, attraverso un Novecento brutale. Nessuno può - e deve dimenticare - i roghi di libri. E che cos’è uno "scrittore" se non testimonianza vivente di pagine "scritte", che attraverso la lettura, si fanno vita? Quindi a Saviano, per quello che può contare, non può non andare tutto il nostro sostegno morale.
Quel che non piace invece, è la piega - non troviamo parola migliore - panpolitichese, che sta prendendo l'intera storia.
In primo luogo, non convince la "neutralità" dell’Appello dei premi Nobel (tutti politicamente schierati, alcuni schieratissimi). Anche Maurizio Costanzo è tuttora nel mirino della mafia. Addirittura, molti anni fa, evitò per un pelo un attentato. Ma nessun premio Nobel, o scrittore di fama mondiale, si mosse… Costanzo non è mai piaciuto a una certa parte politica. E neppure a noi (http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/07/gigi-proietti-maurizio-costanzo-e-il.html ), ma gli va riconosciuto un coraggioso impegno mediatico contro le organizzazioni mafiose. Pertanto siamo davanti al solito due pesi, due misure. Ovviamente, solo quando non si fa parte di una certa congrega della buona vita.
In secondo luogo, le firme dei politici all’Appello, tutte caratterizzate, sembrano indirizzare a senso unico, solo nell’interesse di una parte politica, tutta la vicenda. Si dirà: nessuno proibisce agli “altri”, quelli al Governo, di firmare. Giusto. Ma si noti pure la “grazia”, si fa per dire, con cui si sta muovendo il blocco politico-editoriale di Repubblica, a colpi di firme, proclami, eccetera http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/cronaca/camorra-4/firme-scrittori/firme-scrittori.html). In breve, siamo davanti alla solita faziosa retorica del teniamoci stretti: noi all’Opposizione siamo l’Italia, e voi al Governo siete l’anti-Italia. "Noi buoni, voi cattivi" suona il vecchio disco rotto… Al punto che sussiste il reale rischio di rendere, queste nostre osservazioni - che crediamo siano di puro buon senso - “di destra”, come qualche lettore sicuramente ci rimprovererà.
In terzo luogo, e qui il pur bravo e intelligente Saviano dovrebbe fare un piccolo esame di coscienza, e ribellarsi, prima che lo “incasellino” in modo definitivo. Perché gli stanno cucendo addosso l’immagine che piace a tanto a certa cultura “del maledetto il popolo che ha bisogno di eroi”: quella dell’antieroe. Favorita, purtroppo, dalle dichiarazioni dello stesso Saviano, probabilmente frutto di un pur comprensibile momento di debolezza, a proposito del suo desiderio di lasciare l’Italia per vivere una vita se non tranquilla, più serena. Per carità, ognuno è libero... Ma carissimo Saviano lei non è più uno sconosciuto dottor Rossi. Ora ha delle responsabilità civili. Come del resto lei sa benissimo da solo.
Ovviamente non condividiamo gli atteggiamenti tromboneschi del Ministro La Russa in divisa da paracadutista, o i ruggiti di Maroni sui militari nelle strade (tanto per fare due esempi). Ma ci commuovono i giudici Falcone e Borsellino, certo, più anziani del ventinovenne Saviano. I quali si sono sempre ben guardati dal dire certe cose. Per non parlare del giudice “ragazzino”, Rosario Livatino. E ne parliamo al presente, perché sono ancora qui tra noi. Eroi purissimi.
Una nazione ha sempre bisogno di eroi: nel senso di persone capaci di impegnarsi, a rischio della propria vita, e a prescindere dalla qualità dei suoi dirigenti politici. Cefalonia dovrebbe essere un esempio perenne per tutti. E invece pare proprio di no.
Certo, eroi veri, non le figurine di carta, costruite a tavolino da certa retorica patriottarda. Perciò, per dirla tutta, non è scappando, magari dando la stura alla solita retorica dell’anti-Italia, che si riuscirà a risolvere i problemi, e sono tanti, di questa nostra disgraziata ma amatissima terra.
Saviano ci ripensi.

lunedì, ottobre 20, 2008

Per andare oltre il conflitto fra Berlusconi e l’Unione europea. Socialità, economia, ambiente naturale: tre sfide per la grande politica
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Lo scontro in atto sul clima tra Roma e l'Unione Europea, si preannuncia di grande intensità e interesse. Di conseguenza il suo esito non può non attirare l’attenzione di tutti coloro che abbiano a cuore la sorte del nostro pianeta. Per chi desideri documentarsi rapidamente sui suoi aspetti tecnici rinviamo qui (http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/ambiente/clima-vertice-ue-2/clima-vertice-ue-2/clima-vertice-ue-2.html). Mentre per una ricostruzione e informazione non conformiste ma impeccabili, si legga il bel post di Marco Cedolin ( http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/10/berlusconi-guai-chi-tocca-la-co2.html ).
Noi vorremmo invece proporre ai lettori alcuni riflessioni, legate alla relazione più generale tra socialità, economia e ambiente naturale. Tre sfide importanti per la politica. A prescindere dal noioso teatrino tra destra e sinistra. Nei termini delle famose “costanti” sociali e politiche di cui spesso parliamo.
Quando si discute di questioni ambientali si corrono sempre due rischi. O si considera la natura come qualcosa di indipendente dall’uomo, con le sue leggi eterne, come fa certo “fondamentalismo verde”. Oppure la si concepisce come un universo manipolabile economicamente ad oltranza, come sostengono i mercatisti (per usare un termine giornalistico). I quali celebrano le leggi, altrettanto imprescrittibili, di un mercato onnivoro.
Crediamo che la verità, almeno dal punto di vista sociologico sia nel mezzo. La natura è sottoposta a cicli ecologici ed economici. In senso sostanziale, questi ultimi, come li intendeva Karl Polanyi e certa economia storicistica e antropologicamente fondata: quelli della tribù, della città-stato, dell’impero, dello stato regionale, dello stato nazione. Cicli ecologici ed economici di cui si deve tenere conto. Tuttavia anche la società ha le sue costanti, più generali, alle quali ubbidire. E una di queste costanti rinvia alla forza espansiva della socialità umana. Di che cosa parliamo?
L’uomo tende a riprodursi, non solo biologicamente, ma anche socialmente. E in che modo? Creando intorno a sé, anche nei contesti più sfavorevoli, le condizioni materiali e culturali che gli consentono di riprodursi socialmente. E ciò implica la progressiva manipolazione della natura. La storia umana, con le sue civiltà, ma anche con le sue guerre, e i suoi diversi sistemi economici, testimonia questa “volontà di manipolazione sociale”. Che non è altro che il motore di una socialità umana. Che però - ecco il punto - superati certi limiti fisiologici, rischia di auto-distruggersi.
Qui si apre l’intrigante capitolo del rapporto tra socialità, natura ed economia. Infatti, la volontà di sopravvivere, manipolare e svilupparsi anche nelle situazioni meno adatte rischia di essere messa a dura prova dallo sfruttamento economico intensivo dell’ambiente. Una crescente fame di risorse, - oggi alimentata ad arte per scopi speculativi - che ne rappresenta il risvolto negativo. Facciamo due esempi.
Si pensi alla capacità di adattamento e sviluppo di certe comunità di immigrati: “gli irregolari”, che spinti da una globalizzazione economica selvaggia, riescono a ricostituire nei luoghi più impensati delle nostre città, comunità materiali e culturali di vita . Certo, ben al di sotto di quegli standard che spetterebbero loro come persone, dotate di diritti e doveri sociali. Ma si pensi anche alle stesse capacità di resistenza, mostrate dai cittadini “regolari”, che vivono in città sempre più inquinate, a causa di un aggressivo sviluppo capitalistico, che si vorrebbe privo di regole. Che intendiamo dire? Che pur vivendo in contesti economici e sociali diversi, gli uomini mostrano eguali capacità di vivere e riprodursi. Ma fino a quando vi riusciranno?
Il vero dilemma, infatti, è rappresentato dai due volti della socialità umana: per un verso è forza di integrazione, perché permette di sopravvivere nelle condizioni più difficili; per l’altro rischia di disintegrare le condizioni stesse della vita sociale, esplicitandosi, come è sotto gli occhi di tutti, in una manipolabità di tipo esclusivamente economico, come quella rappresentata e condotta da un capitalismo sempre più selvaggio e inquinante.
Ovviamente, non pretendiamo qui di risolvere i massimi problemi della condizione umana. Tuttavia un punto va chiarito.
La dialettica tra integrazione e disintegrazione ha bisogno, semplificando al massimo, di una risposta politica. Il fatto che la socialità umana da forza positiva rischi sempre di trasformarsi in negativa, richiede decisioni politiche, e non solo economiche o ecologiche, anche forti e capaci per impedire questo processo negativo ( o comunque attenuarlo). E la decisione politica deve essere in grado di creare ma anche di gestire il conflitto. E per tornare alla querelle tra Berlusconi e l’Ue, il Protocollo di Kyoto va interpretato, pur criticamente, come una “Decisione Politica” che lungo una scala macro-micro, si propone di gestire una situazione, introducendo regole, e serve istituzioni, allo scopo di dirimere “politicamente” i conflitti ecologici ed economici.
Certo decisione, considerato lo strapotere economico dei monopoli inquinanti (ma questa è un’altra storia…) da accettare in modo critico. Ad esempio sul mercato delle emissioni di CO2 (Ets, Emission trading scheme), una specie di "Borsa", la cui creazione prevista dal Protocollo di Kyoto, permetterebbe agli operatori virtuosi (coloro che hanno ridotto le proprie emissioni) di vendere i tagli in eccesso alle imprese rimaste invece indietro, qualche dubbio lo avanziamo anche noi. Perché sussiste il rischio - solo il rischio per il momento - che si trasformi in un mercato dei derivati simile a quello dei mutui subprime.
Ma come dicevano i latini, De minimis non curat praetor, e perciò torniamo alle considerazione generali.
Insomma, se la socialità umana, scorre come le acque di un fiume, dall’alto verso il basso. Irrorando i campi, ma spesso anche allagandoli, fino a distruggere, con rovinose piene, villaggi e città. Allora servono dighe o comunque opere di sistemazione capaci di evitare alluvioni e rovine. Fuor di metafora: se la globalizzazione, come esclusivo motore di uno sviluppo capitalistico privo di regole e spesso antisociale, provoca immigrazione e inquina l’ambiente, allora va contrastata. E si tratta di un compito che spetta alla politica. Che introducendo per decisione regole e, se occorre, nuove istituzioni, (le dighe di cui sopra) permetta alla socialità umana di svolgere la sua opera senza provocare (eccessivi) danni, soprattutto all’ambiente.
Si dirà che il nostro è un discorso astratto, da teorici. Forse.
Ma non lo è meno di quello dei fondamentalisti verdi o degli strenui difensori del mercato. Perché anch’ essi, partono da una visione della socialità umana, ovviamente opposta alla nostra. Ma più ristretta. Mentre, in realtà, è da una visione sociologica (come capacità di rappresentare l’uomo nella chiave più larga possibile, e non solo ecologica, economica, eccetera), che si deve ripartire per poi giungere alla politica, quella vera. Dal momento che la decisione circa i contenuti delle regole e delle istituzioni (le dighe…) da introdurre, riguarda - ripetiamo - solo la politica.
Ma vediamo, anche per concludere, quali sono le divergenze di fondo tra i due fondamentalismi.
Per l’ambientalismo radicale la socialità umana non è al centro della natura, ma viene ricondotta nell’alveo di una socialità animale di specie tra le altre specie. Per il fondamentalista dell’economia capitalistica, la principale forma di socialità umana è quella economica. Per il primo, l’uomo è un animale tra gli animali, che una volta “liberato” dalle costrizioni sociali sarà capace di ritrovare individualmente il proprio equilibrio ambientale. Per il secondo, l’uomo deve solo credere nel dio-mercato, dal quale giungerà prima o poi la salvezza, magari grazie all’utilitaristica scoperta di qualche miracoloso “ritrovato” contro l’inquinamento globale (ovviamente a “pagamento”, non sia mai nessun pasto è gratis…). Entrambi, insomma, credono nei meccanismi autoregolatori del mercato o della natura animale dell’uomo. E rifiutano le “dighe” umanissime della politica. Frutto di una visione, come speriamo di aver mostrato, fondata sull’accettazione di costanti sociali, capaci di inglobare e dare senso epistemologico e politico alle visioni parziali.
Ma fino a quando potranno permetterselo di ignorarle? La risposta, dipende anche da noi, o meglio da tutti coloro che credono nella forza della grande politica. Che - ripetiamo - introducendo per decisione regole e, se occorre, nuove istituzioni, (le dighe di cui sopra) permetta alla socialità umana di svolgere la sua opera senza danneggiare (o quantomeno non eccessivamente) l’ambiente naturale e la qualità della vita umana su questo pianeta.

giovedì, ottobre 16, 2008

La Rete ci salverà? Boh…

Oggi vogliamo fare alcune osservazioni, per così dire, di sociologia della comunicazione sulla Rete, prendendo spunto dalle reazioni al famoso “Appello” ("Quattro misure, eccetera”) apparso sabato scorso su questo e altri blog amici. Ma anche in relazione ai commenti e discussioni legati alla routine quotidiana di un blog.
Riguardo all' "Appello" non entreremo nel merito dei contenuti. La nostra sarà un’analisi formale sulla difficoltà “oggettiva” di comunicazione sulla Rete.
Tra le componenti psicologiche dello scrivere, inteso come “pubblicare”, va ricordata anche quella narcisista: si scrive per influenzare gli altri e in certa misura manipolarli. Finendo così per "godere" - ecco qui affiorare il narcisismo - dell’ autorevolezza e della “fama” che lo scrivere porta con sé, anche quando non si superino i proverbiali dieci lettori...
Insomma, lo scrivere, anche per la causa più nobile, implica strutturalmente lo sviluppo di una posizione di potere personale. Una situazione che può essere messa al servizio, e per varie ragioni, di altre posizioni di potere. E così via, lungo la scala micro-macro.
Ora, sotto questo aspetto, chi scrive su un blog è sicuramente più libero di chi pubblica su un giornale. Dal momento che il potere che il singolo blogger sviluppa non è al servizio di altri poteri. Mentre lo scrivere, diciamo così, in conto terzi, di regola, implica sempre forme di censura e autocensura. Ma anche l’accettazione di regole circa i contenuti e il linguaggio. E questo spiega anche la notevole differenza di stile e tono che si nota tra un post e un editoriale giornalistico. In genere il linguaggio blogger è decisamente più esplicito. Ma anche i contenuti sono decisamente non ortodossi.
E qui veniamo al punto dolente.
Naturalmente, il linguaggio e i contenuti sono decisamente più espliciti anche sul piano delle reazioni. E purtroppo, visto che sulla Rete non c’è il velo del parlare fisicamente in pubblico (mi devo alzare in piedi, devo formulare una domanda in pubblico, mantenere il contegno, eccetera), come pure il velo di dover sottoporre quel che si scrive a un caposervizio, eccetera (come nei giornali, riviste, eccetera), finiscono per allentarsi o cedere del tutto i freni sociali e psicologici, capaci di tenere a bada, per così dire, gli istinti meno simpatici dell’uomo.
Inoltre l’età media degli "utenti" è molto bassa (per circa tre quarti sotto i trent’anni, se ricordiamo bene, mentre i cinquantenni, sono meno del 5 per cento, sempre se rammentiamo bene) di qui certa aggressiva impulsività giovanile, e nei più anziani, spesso per imitazione, "giovanilistica". Ma anche, salvo alcune eccezioni, e stante i guasti decennali della scuola italiana che ha formato e va formando studenti privi delle necessarie conoscenze storiche e linguistiche di base, nonché di articolazione argomentativa), la spesso l’assoluta superficialità delle opinioni avanzate . Nonché, e questo probabilmente è un portato del berlusconismo, ma anche di certo individualismo-familismo amorale tipicamente italiano, un' incapacità di ascoltare l’Altro da sé. Per farla breve si interviene nel quadro di un dibattito, sulla base di un semplicissimo e barbaro assioma: “Mo’ questo lo sistemo io…”. E, soprattutto facendo necessariamente riferimento - visto che manca qualsiasi preparazione storica, linguistica e argomentativa di base - alle proprie esperienze personali, condizionate, ovviamente dalle antipatie e simpatie, che proviamo verso questo o quello. Il che aiuta nella vita di tutti giorni - come insegna l’etnometodologia – ma rende il confronto intellettuale superficiale e inconcludente. Certo, la Rete è anche libero confronto, eccetera. Ma per ora, dispiace dirlo, a un livello medio-basso. Più basso che medio…
Vanno poi segnalate altre due questioni.
La prima: quanto più un blogger sceglie di andare controcorrente tanto più aumenta il rischio di isolarsi dal punto di vista societario e politico. Ma anche all’interno della Rete
La seconda: quanto più il blogger si uniforma al mainstream giornalistico e “retistico”, tanto più rischia di scivolare nel conformismo. E di trasformarsi in un imbonitore ( il vecchio Ortega, diceva ironicamente, il conferenziere più “bravo” è quello che dice le cose che la gente vuole sentirsi dire…). Alcuni però sostengono che la blogosfera potrebbe costituirsi in contro-società. E dunque sostituirsi, fornendo nuovi strumenti politici, a una società che "ci" piace sempre meno. Va però detto che all’interno della blogosfera (come spazio micro), sembrano prevalere le stesse divisioni presenti nella società (lo spazio macro) che si combatte. Frutto di quelle linee di separazione prodotte dalle battaglie ideologiche novecentesche.
Di qui, sul piano organizzativo, quella logica del beduino, largamente applicata dai blogger nei termini di una coazione a ripetere: il nemico del mio amico è mio nemico; l’amico del mio nemico è mio amico, eccetera. Una logica priva però di quella compattezza, circa gli ideali di fondo (“Cambiare un mondo che non piace”), che invece contraddistingue, rendendola fortissima, la società che si combatte basata invece sull'idea opposta (“Conservare un mondo che piace”).
Ma c’è dell’altro. La blogosfera sembra potenziare a velocità esponenziale certo narcisismo insito nella natura umana, cui abbiamo accennato all'inizio, grazie alla autoreferenzialità dello strumento-blog. Il che però rende strutturalmente difficili i rapporti tra blogger-narcisi, attenti solo a coltivare il proprio piccolo orticello di lettori adoranti. Una sciocca vanità, che in alcuni casi teratologici, si nutre di un finto atteggiamento blasé, perché in realtà fermo soltanto alla lettura dei titoli del catalogo Adelphi, e non degli intriganti libri pubblicati da Roberto Calasso. Magari utile per compensare profonde frustrazioni esistenziali. Ma non per confrontarsi, senza pregiudizi, con l'Altro da sé.
In conclusione, e scusateci per la battuta, che però fa molto blogosfera: la Rete ci salverà? Boh…

martedì, ottobre 14, 2008

Perché occorre insegnare la sociologia fin dai primi cicli scolastici. Lezioni di sociologia economica
(Dedicato ai servi sciocchi del potere economico)
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L’illusione economicista
L’illusione economicista consiste nell’artificiale identificazione dell’agire economico in senso lato con l’agire economico dell’imprenditore capitalista.
Un atteggiamento culturale che implica sul piano logico l’attribuzione di un significato meramente formale alla scienza economica. Una disciplina che secondo la nota definzione di Lionel Robbins dovrebbe esclusivamente dedicarsi allo studio delle forme che “la condotta umana assume per disporre, in vista di scopi e usi alternativi, di mezzi che sono scarsi” (Saggio sulla natura e l’importanza delle scienza economica, Utet 1947, p. 19).
Dal punto di vista logico questo enunciato può essere definito al contempo vero e falso. Vero, poiché esso è giustificato e coerente, qualora lo si faccia discendere dall’assioma dell’ Homo oeconomicus; falso, se invece consideriamo, anche solo per un momento, la complessità dei moventi umani. In questo senso l’illusione economicista, mostra di essere viziata sotto il profilo argomentativo, da una fallacia di “composizione”. Un’errata inferenza logica che consiste nell’erroneo trasferimento delle proprietà delle singole parti di un tutto (nella fattispecie quelle del sottosistema economico) al tutto in se stesso (ovvero alla società nel suo insieme).
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La sociologia
Il sapere sociologico costituisce invece un efficace antidoto contro tale tipo di “argomentazione scorretta”, poiché esso consente di ricondurre, ampliandone la sfera cognitiva-causale, l’agire economico nel più largo alveo di una teoria sociale dell’azione sociale.
La sociologia ha infatti evidenziato tre importanti implicazioni socioculturali e sistemiche dell’agire economico. 1) le azioni sociali che dall’esterno sono giudicate non razionali rispetto allo scopo che l’attore dovrebbe perseguire, sono invece razionali rispetto al valore verso cui egli si sente obbligato (M. Weber); 2) l’azione sociale, e di riflesso l’agire economico, constano di tre componenti: a) essere umani in relazione; b) significati, valori, norme, atti a permettere l’interazione sociale; c) mezzi materiali e veicoli tramite i quali i sistemi di signficato sono oggettivati (P.A.Sorokin); 3) il sottosistema economico è solo uno dei quattro sottosistemi – economico, politico, societale e culturale – in cui la società è suddivisa (T. Parsons).
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La sociologia economica
Pertanto la sociologia economica studia l’azione economica come azione sociale. L’agire economico non è da essa visto riduttivamente come agire individuale orientato economicamente rispetto allo scopo, bensì anche quale esito sia di azioni razionali rispetto al valore, sia di orientamenti affettivi o di abitudini acquisite. Inoltre essa analizza il quadro istituzionale (culturale e materiale), dal quale l’azione economica scaturisce, individuandone gli aspetti processuali. Aspetti che derivano dal fatto che l’uomo dipende per la sua sopravvivenza, in termini non formali ma sostanziali, dall’interscambio con i propri simili e con l’ambiente naturale. Interscambio che ha lo scopo di procurare all’uomo i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni.
Dal punto di vista sostanziale (o funzionale) l’economia può perciò essere definita come la disciplina che studia l’organizzazione della sopravvivenza umana . “Sopravvivenza” cui si è storicamente provveduto, rispondendo di volta in volta a sfide ambientali e sociali sempre diverse, con la creazione di una pluralità di sistemi e formule economiche : economia domestica, economia cittadina, economia nazionale, economia socialista, economia capitalista (K. Polanyi).
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Istituzioni e processi sociali
L’organizzazione della sopravvivenza umana implica la presenza di istituzioni economico-sociali. Ciò è dovuto al fatto che ogni sistema economico presuppone amministrazione di beni, preoccupazione per l’avvenire come per il presente, saggia ripartizione del tempo, valutazione, regolamentazione, accumulazione, consumo di beni, e infine trasferimento generazionale delle conquiste economiche e civili. In questo senso le più diverse istituzioni, non solo economiche (dalla famiglia a quelle professionali e statuali), in forza di esigenze organizzative, non si limitano a regolare il comportamento umano, ma influiscono sull’uomo, esercitando un potere autonomo che lo esonera da continue incertezze decisionali, consentendogli di procedere “come da solo” , forte della consapevolezza di fare ciò che è naturale (A. Gehlen).
Va tuttavia sottolineato che esse sono sempre frutto di processi sociali . Per quanto concerne le istituzioni economiche i principali processi costitutivi che ne sono alle origini possono essere ricondotti alle azioni di appropriazione, divisione e distribuzione. Il sociologo dell’economia deve perciò sempre domandarsi, come e dove si svolgano gli atti del prendere, dividere, produrre, e quale sia il loro ordine di successione (C. Schmitt).
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Appropriazione, divisione, produzione
Il processo di appropriazione concerne il passaggio del x dalla mano di A a quella di B (con “mano” intendiamo organismi pubblici, persone private e imprese,), sia in senso fisico che economico. L’appropriazione può essere esito di transazioni gratuite, onerose, oppure di atti dispositivi.
Queste forme di transazione bilaterale possono essere effetto di donazioni reciproche, oppure di scambi basati su prezzi prefissati e contrattati. I prezzi prefissati indicano che l’appropriazione di beni è avvenuta in base a considerazioni extraeconomiche (religiose, politiche, amministrative). I prezzi contrattati indicano invece che il valore dei beni scambiati è fissato dai meccanismi di mercato. L’appropriazione che sorge da atti dispositivi unilaterali, indica infine che essa deriva da volizioni legate al comando della legge, del costume, oppure da meri rapporti di forza.
Il processo di divisione riguarda la spartizione tra i soggetti A,B,C,D…, del bene x, oppure la spartizione del bene y tra i soggetti A,B,C,D…, ad opera però di una entità ridistribuiva Z.
Il processo di produzione concerne la trasformazione di uno stock di risorse materiali da parte di un centro economico-politico Z, oppure da parte di una pluralità di soggetti economici A,B,C,D…, in flussi di beni atti a soddisfare bisogni collettivi e/o individuali.
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Reciprocità, ridistribuzione e scambio
Una volta che si è stabilito “come” avvengono, in termini materiali, i tre processi sopra indicati, essi vanno ricondotti, per quanto concerne il “dove” e “l’ordine di successione” nell’ambito di tre modelli istituzionali: reciprocità, ridistribuzione e scambio (K, Polanyi).
Lo schema della reciprocità indica che i processi di appropriazione, divisione, produzione sono ricondotti nell’alveo di una struttura sociale, fortemente coesa ma divisa in sottogruppi, come nell’economia cittadina, antica e medievale: sistemi economici in cui il momento di una equilibrata e reciproca appropriazione/ridistribuzione di incarichi, terre e funzioni, tra i membri dei diversi sottogruppi, precedeva quello della produzione.
Lo schema ridistribuivo denota che fra i tre processi sociali, tra i quali è temporaneamente prioritario quello di divisione (come accade nelle società socialiste o di welfare), sono subordinati, in nome del bene comune, storicamente inteso, a un potere centrale.
Lo schema dello scambio indica che i tre momenti dell’appropriazione, divisione, produzione, sono temporalmente simultanei e subordinati a un sistema di prezzi autoregolati dal mercato stesso, come avviene solo nella società a economia capitalistica pura.
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Le norme di reciprocità
Le forme dello scambio sociale sono dettate da quattro principi minimi (morali e relazionali) che possono essere sintetizzati nel seguente modo:
- gli uomini devono aiutarsi a vicenda (atteggiamento attivo altruistico, a prescindere).
- gli uomini devono aiutare coloro che li hanno aiutati (atteggiamento attivo condizionato).
- gli uomini non devono recare danno a coloro che non li hanno danneggiati (atteggiamento passivo).
- gli uomini devono fare del male a coloro da cui hanno ricevuto del male, oppure non devono aiutare coloro da cui non hanno avuto aiuto (“Legge del taglione”).
Questi quattro principi, che definiamo principi di reciprocità normativa, sono da sempre alla base del ciclo sociale del dare,ricevere, restutire ( M. Mauss). Per un verso essi sono facilmente individabili sotto il profilo descrittivo, in tutti gli schemi (dalla cooperazione al conflitto) che motivano e caratterizzano azioni, processi e modelli istituzionali, Per un altro verso, essi costituiscono l’innervatura normativa del conflitto tra le diverse forme di reciprocità (positiva e negativa) da cui appunto scaturisce la vita storica e sociale.
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Le forme dello scambio sociale
Dal punto di vista delle forme di scambio sociale i primi tre principi (quello sull’obbligo dell’aiuto reciproco, attivo e passivo) rappresentano la reciprocità positiva, vista quale strumento di coesione e crescita sociale. Mentre l’ultimo principio (quello, in pratica, dell’occhio per occhio, dente per dente) rappresenta la reciprocità negativa intesa come strumento di conflitto sociale (A.W. Gouldner).
Per brevità la reciprocità positiva può essere condensata in due formule: “dare qualcosa in cambio di nulla” (aiuto puro), oppure “dare e ricevere l’equivalente” (aiuto condizionato), Mentre la reciprocità negativa può essere riassunta in un “non dare nulla per nulla” (negare aiuto per principio, ma non l’idea di restituzione del male ricevuto), oppure, ancora peggio dal punto di vista morale, in un “ottenere impunemente qualcosa in cambio di nulla” (ossia negare aiuto, “restituire” un male che si è ricevuto, e ingannare il prossimo).

Letture consigliate:
M. Weber
, Economia e società, Edizioni di Comunità 1968 (vol. I, pp, 3-206: concetti sociologici e categorie dell’agire economico); P.A. Sorokin, La dinamica sociale e culturale, Utet 1975, pp. 93-187: concetti e sistemi socioculturali); T. Parsons e N.J. Smelser, Economia e società, Angeli 1970 (cap. II: L’economia e il sistema sociale), K. Polanyi, Economie primitive, arcaiche e moderne, Einaudi 1980: cap. V: uomo e istituzioni); C. Schmitt, Le categorie del ‘politico’, il Mulino 1988 (pp. 295-312: appropriazione/ divisione/ distribuzione: lo studio dei fondamenti di ogni ordinamento economico-sociale a partire dal concetto di “nomos”); A. Gehlen, Prospettive antropologiche, il Mulino 1987 (capitolo V: uomo e istituzioni); M. Mauss, Essai sur le don, in Idem, Sociologie et anthropologie, Puf 1985, pp. 145-279); A.W. Gouldner, Per la sociologia, Liguori Editore 1977 (pp. 245-378: sulla norma di reciprocità:) J.T. Godbout in collab. con A. Caillé, Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri 1993).
Noterella per i lettori: come sanno i lettori abituali, per una regola morale che ci siamo dati fin dall'inizio, non citiamo mai sul blog i nostri libri: la blogosfera non deve essere uno strumento di promozione individuale ma di confronto collettivo. Comunque se dovessimo pubblicare un e-book , e qualcosa si sta muovendo, promettiamo fin d'ora, visto che si tratterebbe di un "prodotto esclusivo" per la blogosfera, di annunciare "la cosa" ai lettori. (Carlo Gambescia)

sabato, ottobre 11, 2008

Appello urgente alla Rete
Quattro misure contro la crisi:
Sospendere temporaneamente il pagamento dei mutui; vietare le transazioni allo scoperto; bloccare la costruzione delle grandi infrastrutture non cantierizzate; proporre, da subito, nuovi strumenti per sostenere il reddito delle classi meno agiate.


A fronte della crisi economica in atto, sottoponiamo all’attenzione della Rete il seguente appello formale:

- La crisi in corso evidenzia i limiti del capitalismo in termini etici, sociali, economici e politici.

- Di qui la necessità del suo superamento attraverso l’edificazione graduale e non violenta di un nuovo modello di società, capace di integrare i valori della solidarietà e della sobrietà.

- Vanno perciò subito presi alcuni provvedimenti a difesa del credito, dei redditi e dell’occupazione di tutti i cittadini, in nome del benessere collettivo e non di quello particolare di pochi speculatori. Si tratta di interventi finalizzati, in prospettiva, al recupero della piena sovranità della politica, intesa nel senso più nobile del termine, sull’economia. Interventi che devono chiamare in causa il ruolo dello Stato nell’ambito della tutela, in ultima istanza, del lavoro e del credito ai cittadini e alle famiglie. Ma anche di facilitare, sotto il profilo legislativo, il ruolo della magistratura nel perseguire i reati finanziari commessi nello svolgimento di attività borsistiche e creditizie.
A questo proposito si chiede, in attesa di una ormai irrinunciabile evoluzione sociale in senso umano e contro la bestialità della pura logica del profitto, alle forze politiche di maggioranza e di opposizione, di sostenere nell’ambito del Governo, del Parlamento e in tutte le sedi politiche opportune – qualora la situazione nei prossimi mesi, se non addirittura giorni, dovesse precipitare – le quattro seguenti misure, sicuramente “minimali”, ma capaci di rappresentare il primo segnale di una volontà comune di fuoriuscire dal vizioso ciclo capitalistico del debito e della speculazione:

1) Dichiarare temporaneamente sospeso il pagamento di tutti i mutui bancari, inclusivi degli interessi maturati, stipulati entro gli ultimi cinque anni, per l’ acquisizione della prima casa.

2) Dichiarare illegali, a decorrere dalla data di pubblicazione del provvedimento sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica, tutti i cosiddetti prodotti derivati e le cosiddette transazioni “allo scoperto” (elencandoli in apposite tabelle complementari ).

3) Proporre, sin da oggi, nuovi strumenti per sostenere il reddito delle classi meno agiate, qualora aumenti dell’inflazione e dei prezzi delle merci di largo consumo mettano a serio repentaglio livelli di vita già oggi precari.

4) Bloccare la costruzione delle grandi infrastrutture non ancora cantierizzate (TAV in Val di Susa, Ponte sullo Stretto di Messina ecc.) al fine di utilizzare il capitale ad esse destinato per sostenere i redditi e l’occupazione, riservandosi di sottoporle in un secondo momento ad una seria analisi costi/benefici che verifichi l’opportunità della loro costruzione.

Tale appello è frutto di ponderata analisi e discussione avvenuta sul Web, e non esclude – per il futuro – nuovi interventi a più ampio spettro.



Roma, 10 ottobre 2008

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venerdì, ottobre 10, 2008

Il libro della settimana: Riccardo De Benedetti, La chiesa di Sade. Una devozione moderna, Medusa, Milano 2008, pp. 112, euro 12,00 - info@edizionimedusa.it

Del Noce, Pasolini e Lasch avevano capito tutto: il marchese Donatien-Alphonse-Françoise Sade è il padre della società post-moderna. Dove vige la trasgressione istituzionalizzata dalla “culla alla tomba”. Se ci si passa il gioco di parole, Sade è alle origini ideologiche di una sorta di welfare del piacere, ma con poco state. Dove per il bene, e non solo sessuale, dei molti si sacrifica quello dei pochi difensori di un universo pre-sadiano, dove la persona non era ancora mercificata, come insegnavano, pur seguendo strade diverse, Kant e Rosmini.
Ma non vorremmo metterla sul difficile: per Del Noce, Sade preconizzava la riduzione dell’uomo ad appendice della natura; per Pasolini, a protuberanza del totalitarismo, per Lasch, a sovrastruttura della società dei consumi. Vale qui la pena di ricordare anche il bel libro di Antonio Casilli, La fabbrica libertina. De Sade e il sistema industriale (Manifestolibri 1997), dove, pur non citando Lasch e Del Noce, giungeva alle stesse conclusioni. E da sinistra.
Ma esiste anche una “chiesa di Sade”, che si compone di sacerdoti e devoti. Tutti riconducibili a certo comunismo, o collettivismo, postmoderno, desiderante e situazionista. E qui si pensi ai voli onirici di un Toni Negri, abbarbicato sulle spalle di Spinoza, e in compagnia (buona?) di Bataille, Klossowski, Vaneigem, Deleuze, Guattari. E, ovviamente, all’insegna della liberazione totale dal capitale, anche sessuale. Ma in che modo? Non si capisce bene. Come mostra, ad esempio, il recente libro di Paolo Mottana, Antipedagogie del piacere: Sade e Fourier (Franco Angeli 2008), dove Sade è presentato come una specie di San Francesco Dark: un profeta, imbevuto di vitalismo dionisiaco postmoderno, che distruggerebbe la persona salvandola, secondo l’antica litania di derivazione marxista del male che porta al bene. Ovviamente, per chi vi creda. Noi no, visti i risultati di un Novecento che attraverso il male delle ideologie voleva produrre il bene della società senza classi.
Dobbiamo però la scoperta del libro di Mottura alle antenne di Antonio Carioti. Il quale sul Corriere della Sera di venerdì scorso ne ha parlato in termini di pro e contro Sade, presentandolo insieme a un testo che ci eravamo già proposti di recensire, quello di Riccardo De Benedetti, La Chiesa di Sade. Una devozione moderna (Medusa 2008, pp. 112, euro 12,00 - info@medusa.it ). Cosa che ora faremo.
De Benedetti, milanese, studioso di filosofia, già redattore di “Aut Aut”, e autore e curatore di volumi, su Marx, Maurice Blanchot, Roger Caillos, Giovanni Pozzi, Eric Voegelin, ha scritto un libro che va ben oltre le intuizioni di Del Noce, Pasolini e Lasch. O, se si vuole, le reinventa.
Ma lasciamo subito la parola all’autore: “Il programma del Divin Marchese si è effettivamente realizzato in molti modi, è diventato una forma di vita, un modello di civiltà, perseguibile, in più di un caso rivendicabile e perfettamente coinvolto nella contrattazione tra le più diverse parti della società… In definitiva, il sadismo si è liberato della camicia di forza entro la quale lo avevano collocato la storia e le sue vicissitudini del suo creatore e si è presentato nuovamente sulla scena sociale e filosofica come un’opzione perseguibile e frequentabile. E’ diventato una sorta di legittima istanza…in grado di prendere la parola e fuoriuscire dal maledettismo degli infernetti bibliotecari. Anzi, il monocolo vizioso e onanistico di chi si ostina a compulsare i testi e a sfogliare le pagine del Divin Marchese come se stesse affrontandola ricerca della pietra filosofale del piacere ha lasciato lo spazio al monoscopio fosforescente delle televisioni al plasma e dei dvd o degli schermi del computer, a diffusione di massa… Un Sade a dimensione di iPod. Dalle stanze laterali dell’erudizione viziosa si è piazzato in salotto, nel media center della nostre abitazioni” .
Secondo De Benedetti il ponte tra Sade e il postmoderno, sarebbe rivenibile, per semplificare, in certo Sessantotto situazionista, che, come poi è avvenuto, “poteva mobilitare tranquillamente le istanze sadiane avendo alle spalle la sconfitta definitiva del nazismo e un’ampia distanza di sicurezza da analogie che potevano ancora turbare la generazione dei lettori che avevano attraversato le due guerre mondiali. Di più, si poteva saltare del tutto la lettura del noiosissimo Sade e praticarlo con calma e giudiziosa rappresentazione; un Sade predigerito dalle modulazioni sapienti del francesismo idiomatico parlato dai freudismi, dai marxismi, dagli esistenzialismi gauche che hanno anticipato e seguito e, in un batter di ciglio, liquidato lo stesso Sessantotto” .
Quest’ultimo passo è particolarmente importante, perché, pare di capire, che il vero punto della questione non sia quello di elevare Sade, a profeta di un Sessantotto globale, come sembra faccia Mottura tra le righe del suo libro, ma di attribuire a Sade, come sottolinea De Benedetti, il ruolo di apripista a una evoluzione-involuzione - dipende dal punto di vista - dello stesso Sessantotto, da liberazione politica (Marx e Lenin) a liberazione sessuale (Sade), oggi codificata nelle leggi e nei costumi prodotti da quel “politicamente corretto”, così gradito alla sinistra post-sessantottina.
La chiesa sadiana, imbevuta di situazionismo, avrebbe superato il suo papa-Sade, partecipando all’edificazione di una società dove la ricerca del piacere è eretta a sistema. Il che però ha implicato, secondo De Benedetti, che la liberazione teorizzata da Sade e perfezionata dai situazionisti, si sia trasformata, a causa del convitato di pietra capitalismo, in prigione a cielo aperto. L’autore parla “di carnaio delle segrete sadiane, finalmente alla luce del sole, o forse direttamente nelle…quotazioni di borsa delle multinazionali del divertimento”. E qui si pensi al turismo di massa che spesso inquina e distrugge, o a quello sessuale con il suo indotto basato sullo sfruttamento di miserie inenarrabili. Ma anche, ad esempio, al commercio di organi, che alcuni vorrebbero rendere legale, oppure alle “ giuste battaglie per il suicidio assistito”.
Perciò andrebbe approfondito un punto: quello del legame tra Sade e un altro filone del pensiero moderno, l’utilitarismo, che nasce con Jeremy Bentham alla fine del Settecento. Più o meno negli stessi anni in cui Sade finiva in manicomio, si formava una corrente di pensiero - l’utilitarismo - che sarebbe andata a dare man forte al nascente capitalismo. Fino al punto di diventarne uno dei due pilastri. L’altro era ed è rappresentato dall’idea smithiana della mano invisibile (del mercato), come suprema e provvidenziale regolatrice degli utilitaristici interessi umani,
Sade e Bentham condividevano certo materialismo illuministico. Detto in parole povere: sottoscrivevano la visione di un uomo ridotto a fascio di sensazioni. Le stesse che oggi si possono provare davanti a un hot dog o una “velina”. Per entrambi l’ uomo era “ciò di cui riesce a godere”. Mentre il politico, sempre secondo lo stesso criterio, doveva occuparsi di redistribuire equamente il piacere, in base al principio benthamiano, della “massima felicità per il maggior numero” di cittadini. Il che in linea di principio non era e non è neppure sbagliato. A un patto però: quello di credere nell’ esistenza di valori che trascendono l’uomo. Un credo che invece Bentham e Sade rifiutavano. Ma dietro Bentham, come detto, c’era la forza di certo capitalismo nascente, capace di razionalizzare la ricerca del piacere teorizzata non solo Sade, ma anche in seguito dai suoi devoti situazionisti.
Il che spiega la vittoria finale (per alcuni completamento) di Bentham su Sade. Scrive l’autore: “In realtà lo sventramento dei corpi, la violazione sistemica dei limiti funzionali del corpo umano, lo fregio generalizzato del legame umano, conseguente alla negazione della procreazione attraverso la sodomia generalizzata, si presenta come la premessa indispensabile di qualsiasi godimento. Si viene delineando così uno scenario il cui unico freno, nella nostra società, e a solenne smentita del programma situazionista, è rappresentato dall’accorta regia valorizzatrice del mercato che dà il suo via libera solo dopo essersi accertato del favorevole rapporto tra investimento e profitto” .
Ci permettiamo perciò di consigliare al bravo Riccardo De Benedetti di completare l’opera, dedicando il suo prossimo volume alla chiesa di Bentham e ai suoi devoti moderni

giovedì, ottobre 09, 2008

Il punto sul dibattito in corso


1) Tra coloro che ho chiamato a intervenire, molti si sono tirati indietro. Ovviamente non mi riferisco a chi ne ha dichiarato in privato le ragioni. Ma a coloro che, nonostante il mio invito, non intervenendo, hanno mostrato di non credere nella forza del dibattito in Rete. Peccato.
Pertanto ringrazio in particolare Miguel Martinez, perché pur non essendo un “economista” o un “sociologo” non ci ha privati, tutti, di un suo libero e interessante contributo.
2) Sulle quattro questioni specifiche da me poste - a) Natura della crisi; b) Rapporti tra politico ed economico, c) Rimedi infrasistemici (fattibili); d) Rimedi antisistemici (futuribili) - si è verificata una concordanza di massima sulla natura sistemica della crisi (Valter Binaghi, Corto Maltese mi pare, Roberto, Alfredo, Marco Cedolin, Carlo Bertani, Claudio Ughetto, Antonio Saccoccio, Michele Antonelli). Ma nessuno si è pronunciato decisamente sulla sua "definitività" o meno.
3) Vanno segnalate alcune posizioni interessanti sulla natura infrasistemica della crisi (Biz, e se ho capito bene, il coraggioso Stefano Borselli, unico, mi pare, difensore di certo capitalismo moralmente motivato, che pur è esistito...). Ma vanno anche ricordati alcuni suggerimenti sui rimedi di tipo infrasistemico (Corto Maltese, Roberto, Truman).
4) Si è verificata però un’unità di vedute sui rimedi antisistemici, nel senso dell'indicazione di misure rivolte, in teoria, a favorire la fuoriuscita dal capitalismo: in particolar modo ricorrendo ai due “randelli” della decrescita e del recupero della sovranità monetaria. Ma qui, purtroppo, credo abbia giocato un ruolo decisivo una certa idea del politico, visto sì come superiore all’economico, ma al tempo stesso sottoposto alle leggi del sociale. Nel senso, credo, della superiorità della partecipazione sulla decisione. Nonché una certa diffidenza sul ruolo dello stato, come supremo decisore, in ambito economico. Che può anche essere condivisa, ma a patto di indicare, e in modo concreto, come “fare a meno dello stato”. Soprattutto in certi frangenti.
Ora due indicazioni di tipo metodologico.
5) Consiglierei di respingere qualsiasi visione “eccezionalistica” del capitalismo (in particolare, mi pare, penso alle tesi di Paolo, Alfredo, Marco Cedolin, Carlo Bertani, Truman). Per farla breve: è un sistema storico, come tanti altri, e dunque mortale. E soprattutto risponde a determinate costanti sociologiche. Può essere studiato e combattuto teoricamente sulla base del nostro "normale" sapere sociologico.
6) Consiglierei, una volta formulata, di rapportare qualsiasi proposta di fuoriuscita sistemica alla reale esistenza, anche in divenire, di una classe dirigente in grado di comprendere l'importanza della posta in gioco e, conseguentemente, di portare a termine, o comunque avviare, una missione così ambiziosa. Sarò più chiaro: se già in Rete si comunica intellettualmente con difficoltà, perché si preferisce coltivare il proprio orticello, figurarsi, “fuori”, nella vita politica reale... Insomma, passare dalla teoria alla pratica, anche se importante, spesso richiede tempi lunghi. Dal momento che la "transizione" da un sistema all'altro, di regola, implica un' élite motivata e coesa, nonché gente comune disposta ad ascoltare e mettere in pratica.
P.S.
Non è una condizione. Ma se possibile gradirei commenti sintetici. E, benché sia inutile sottolinearlo, ricordo che possono intervenire tutti, e non solo i commentatori già citati.
Grazie.
Carlo Gambescia

mercoledì, ottobre 08, 2008

Geminello Alvi ci ripensa

Visitando un sito molto interessante, RipensareMarx, abbiamo scoperto che Geminello Alvi ha pubblicato sul “Giornale” un editoriale dove praticamente mostra di averci ripensato ( http://ripensaremarx.splinder.com/post/18638054#comment ). Per correttezza riproduciamo l’articolo di Alvi , intolato "Sospendete Maastricht":

"Un crollo delle Borse da infarto, peggiore di quello del 1987, perché allora tra l’altro non s’erano vietate le vendite allo scoperto. E poi perché il panico è arrivato in Europa dopo aver covato silente e lento per settimane, nelle quali gli europei tutti, cittadini e governanti, si sono troppo incantati a guardare oltre Oceano. Sempre più preoccupati, ma ancora ipnotizzati: ad approvare o biasimare la scelta americana. Dimenticandosi che giusta o no, quella di Paulson e delle aristocrazie venali americane almeno era, ed è stata, una scelta. Ben più colpevole in uno stato di eccezione, come questo presente, è infatti non scegliere. Perdersi in un fine settimana dei governi a Parigi il cui risultato percepito è stato infine l’accordo sul disaccordo, belle parole, pochi fatti. Conclusi come niente fosse domenica poi dalla notizia che il salvataggio di Hipo Real era saltato, con un buco da coprire che solo in Germania e per quella sola banca potrebbe costare circa al deficit di una nazione come l’Italia. Ovvio, inevitabile direi, il panico. Iniziare il vertice di Parigi con la proposta di Sarkozy per una specie di bail out bancario organizzato dai governi europei, e salutarsi senza averlo ottenuto, è stata non piccola leggerezza. In una crisi, come non se n’erano viste dagli anni Trenta, fare l’invito e in pubblico alla Germania è stata un’imperdonabile ingenuità francese. Né i tedeschi del resto hanno poi loro fatto meglio. Angela Merkel in televisione sabato ha promesso che tutti i depositi verranno protetti. Ma, come maligni per ripicca hanno subito osservato gli inglesi, non è molto chiara la legislazione utile per mantenere la promessa. E intanto la Spagna però si offendeva, invece di pensare ai guai dei suoi di mutui, che, come quelli del Benelux, non sono solo un male importato da oltre Oceano. Seguiva nei vari notiziari la bomba del piano di salvataggio della banca tedesca saltato, il che, tradotto, ha significato che qualche banca tedesca salvatrice già non si sente tanto meglio di quella da salvare. Dopodiché l’Irlanda faceva di testa sua: garantendo i depositi e persino le altre passività delle sei maggiori, e irritando la Bce; la vera bella addormentata di questa crisi. Perché non occorre essere degli Adamo Smith per chiedersi cosa aspetti ancora ad abbassare i tassi. Né è mancata l’Islanda, terra lontanissima e di vichinga praticità, ma con la Borsa al collasso. Insomma un po’ troppo da digerire, non fossimo già al punto dove siamo. E nel quale servono invece atti concreti. Perché i mercati finanziari e le economie reali europee sono più integrati della sua politica. E perciò non va bene che Gordon Brown si sfoghi, dicendo l’ovvietà che questa crisi è colpa degli Usa. Tantomeno bastano le tautologie di Trichet: è lapalissiano che non abbiamo un bilancio federale europeo, e non siamo una federazione politica. Insomma basta. Si capisca che occorre agire, non chiosare, in questa prima volta di una crisi in cui l’Europa è senza paracadute, messa alla sua vera grande prova. E pensabile che si lascino i tassi a questi livelli mentre è chiaro da prima della estate che si sta ormai covando una deflazione tremenda, e si rischia che evolva in depressione mondiale? Per quanto tempo ancora si può evitare di imporre, e assistere, la ricapitalizzazione di tante banche, e sono la più parte, che si possono salvare? E quanto dobbiamo attendere, poi, perché le varie eminenze mandarine della Ue a Bruxelles, prendano atto dell’evidenza? Rivedano, sospendano Maastricht. Considerando che il salvataggio di una banca tedesca da sola, da parte dello Stato, farebbe saltare i deficit. Il vantaggio di una crisi grave è che in stato di eccezione, il gioco diventa scoperto, chiaro a tutti: si vede chi comanda davvero. E ora che ce lo dimostrino." (http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=296117&page=3).

Si noti innanzitutto il tono cifrato ma confidenziale alla Turani. (“Perché allora tra l’altro non s’erano vietate le vendite allo scoperto”; “.... pochi fatti. Conclusi come niente fosse domenica poi dalla notizia che il salvataggio di Hipo Real era saltato”) . Ovviamente un Turani lettore di Evola e Steiner. Decisamente più colto. Ci mancherebbe altro.
Ma come metterla con l’approvazione del Piano Paulson, in precedenza schifato? (“Dimenticandosi che giusta o no, quella di Paulson e delle aristocrazie venali americane almeno era, ed è stata, una scelta”). E per giunta in nome del decisionismo schmittiano: Alvi parla di “stato di eccezione”! Ne avevamo parlato anche noi il 3 ottobre (per dirla con Totò: "Saranno coincidenze che coincidono"…). Ora il nostro economista triarticolare vuole la ricapitalizzazione, molto "unicolare" (“Per quanto tempo ancora si può evitare di imporre, e assistere, la ricapitalizzazione di tante banche, e sono la più parte, che si possono salvare?”). Fino a pochi giorni fa rigettata.
E poi se la prende con Trichet perché non vuole far scendere i tassi (“la Bce; la vera bella addormentata di questa crisi. Perché non occorre essere degli Adamo Smith per chiedersi cosa aspetti ancora ad abbassare i tassi”): keynesismo in incubazione? Oppure monetarismo di ritorno? Manzonianamente ai posteri l’ardua sentenza…
Infine nella chiusa Alvi, come di dice dalle nostre parti, la butta in caciara: vuole la sospensione di Maastricht, per compiacere a parole, gli euroscettici italici, ma in realtà per favorire, lui ultraliberista evolian-steineriano, un maggiore interventismo pubblico di marca tremontiana...
E le leggi di mercato? Il liberismo? Appunto, come dicevamo all’inizio, giravolte di un Turani che ha letto Evola e che cerca comunque di cavalcare la tigre dell' economia capitalista, strizzando l'occhio a Steiner e Tremonti. Senza però interrogarsi realmente su dove stia andando il feroce animale striato.
Tigre di carta. No, economista di carta.

P.S.
Agli amici di RipensareMarx: sarebbe veramente gradito, visto che i keynesiani non hanno riposto all’appello, un vostro intervento nel dibattito sulla crisi, in corso su questo blog.
Grazie.
Carlo Gambescia

lunedì, ottobre 06, 2008

Discutere tra di noi, per arrivare a un “contro-appello

Partiamo dalle decisioni, o quasi, prese a Parigi. Come valutarle?
Dalla mia lettura dei giornali non è venuto fuori granché. Sostanzialmente si è preso un impegno a governare la crisi, quando e se si aggraverà, in maniera comune. L’aspetto più importante, oltre a quello del coordinamento (ma bisognerà vedere come) è di aver ribadito il principio dell’intervento pubblico. Però - attenzione, come sembra - ristretto soltanto, al pur necessario, sostegno alle banche. La stessa idea italiana, comunque non accettata almeno per ora, circa la creazione di un fondo comune di intervento europeo, riguarda esclusivamente i meccanismi di sostegno creditizio a banche e risparmiatori. E non - ecco il punto importante - l’economia nel suo insieme nei termini di un intervento non solo di tipo anticiclico ma addirittura rivolto a modificare, come faceva notare l’amico blogger Marco Cedolin, vero “maghetto" della controinformazione, il modello di sviluppo (http://ilcorrosivo.blogspot.com/2008/10/a2a-sar-la-nuova-impregilo.html). Inoltre, facendo un passo indietro, sul piano strettamente bancario una buona misura, come ha ricordato un altro blogger, l' esperto opinionista economico Lino Rossi, sarebbe quella di innalzare la riserva obbligatoria (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5080 ).
Mentre per fare due anzi quattro passi in avanti, secondo l’ottimo Mario di pensareinProfondoblogspot.com (sempre su (http://www.comedonchisciotte.org/site/modules.php?name=News&file=article&sid=5080 ) questa sarebbe l’occasione per introdurre elementi di socialismo nell’economia europea.
Come sarà già chiaro ai lettori, sullo sfondo delle decisioni prese, o non prese, a Parigi, si possono individuare, a grandi linee, cinque possibili posizioni, o riposte alla crisi. Quella dei governi di tipo creditizio-finanziario; la mia, decisamente interventista; quella di Rossi, semplificando, classicamente keynesiana; quella di Cedolin, decrescista: e infine quella di Mario, di tipo socialista.
Ecco sulla base di queste cinque posizioni, qui appena accennate, vorrei aprire, come si diceva un tempo, un dibattito sul senso e significato della crisi in corso, ma anche sugli strumenti da usare subito. E sulla scelta, in prospettiva, di un modello economico, se non ideale, almeno fattibile, invitando ovviamente gli amici blogger citati a intervenire. Ma anche tutti coloro che lo vorranno. E qui penso in particolare a Nicola Vacca, Cloro, Carlo Bertani, Biz, Valter Binaghi, Antonio Saccoccio, Giuseppe Maneggio, Giuba47 , Corto Maltese, Alfredo, Marista Urru, Donnachenina, Ragazzaccio, Truman, Kelebek, Antonio Caracciolo, Cinghios, Piccolo Zaccheo, Sir Percey di "Vivere e Morire a Como", Roberto Buffagni, Attilio Mangano, Ernesto Scontento, Massimo Maraviglia, Claudio Ughetto, Bilbo, Michele Antonelli, Stefano Borselli, Roberto Alfatti Appetiti, Pensieri economici in libertà, Emmanuel Rousselet, Jeronimo Molina, gli amici di Comedonchisciotte, Arianna, Canisciolti, Noreporter, Lankelot, Filosofiadipeterpan, eccetera. Insomma tutti quelli, e sono tanti, che mi seguono… E mi scuso con coloro che ho dimenticato di citare...
Chiedo soltanto interventi abbastanza sintetici, magari ripetuti, sulla base dell’evoluzione della discussione. Che articolerei nei seguenti quattro punti:
a) Natura della crisi.
b) Rapporti tra politico ed economico.
c) Rimedi infrasistemici (fattibili).
d) Rimedi antisistemici (futuribili).
Mi auguro che dal dibattito possa nascere una specie di contro-appello a più mani capace di riunire gli amici della Rete, come mi piace spesso ripetere, capaci di ragionare in modo civile e privo di qualsiasi pregiudiziale di tipo politico, ideologico, personale, eccetera. Grazie.

venerdì, ottobre 03, 2008

Appello a non sottoscrivere l' appelloeconomisti@voceinfo


Per correttezza, prima di criticarlo, riproduciamo l'appello: http://www.lavoce.info/articoli/pagina1000650.html

LA CRISI BANCARIA IN EUROPA: UN APPELLO ALL'AZIONE
L'Europa è nel mezzo di una crisi senza precedenti. Tutti gli europei sanno che cosa accadde quando nei bui anni Trenta i mercati finanziari smisero di funzionare. Non è esagerato dire che potrebbe accadere di nuovo se i governi non intervengono. Non stiamo dicendo che accadrà, ma è fondamentale sapere qual è la posta in gioco. Si dissolve la fiducia nei mercati e c'è il rischio che la paura si diffonda ancora di più. Le turbolenze nei mercati finanziari devono essere fermate perché causano gravissimi danni all'economia reale. Sono a rischio i risparmi di centinaia di milioni di europei. Se la turbolenza darà luogo a una paralisi del mercato del credito, un gran numero di posti di lavoro e di imprese verrà distrutto. Un ulteriore indebolimento dell'economia reale metterebbe a rischio un numero ancora maggiore di prestiti e si creerebbe un circolo vizioso di caduta dei prezzi delle attività, deterioramento della capacità di ripagare i debiti e diminuzione dei flussi di credito.Gli interventi dei politici statunitensi sono positivi, ma non sono sufficienti. Anche all'Europa si richiede un'azione politica decisa.
ESTERNALITA' POLITICHE: LE AZIONI A LIVELLO EUROPEO PER INTEGRARE GLI INTERVENTI DEI SINGOLI STATI
Le autorità degli Stati Uniti hanno imparato la scorsa settimana che salvare una banca alla volta non serve: una crisi di sistema richiede una risposta di sistema.In Europa, il salvataggio di una banca per volta significa uno sforzo di salvataggio intrapreso da un singolo paese, nonostante gli importanti effetti che questo ha sugli stati vicini, oppure un coordinamento improvvisato all'ultimo minuto con un accordo sulla distribuzione dei costi. Fino a oggi risposte nazionali e sforzi cooperativi ad hoc sono stati utili. Tuttavia, l'interdipendenza tra le banche europee è troppo profonda e diffusa perché la risposta nazionale o il coordinamento caso per caso possano essere sufficienti. Ogni intervento di un singolo Stato e ogni intervento cooperativo tra un ristretto numero di nazioni può avere effetti imprevedibili sugli altri paesi europei. È fondamentale che le autorità nazionali si incontrino e coordinino le loro risposte, delineando soluzioni valide per tutta l'Europa se necessario.Ora, mentre la situazione appare ancora gestibile, è il momento di agire. Gli avvenimenti della scorsa settimana negli Stati Uniti dimostrano che le crisi finanziarie non si sviluppano in modo regolare e prevedibile. Un fatto inaspettato può innescare fallimenti a catena e un panico che diventa sempre più difficile controllare.
SOLUZIONI
Molte soluzioni possono comporre una risposta adeguata. Negli Stati Uniti, in questo momento la crisi si affronta riportando liquidità nei mercati monetari e del credito e creando le condizioni per una ripresa delle assicurazioni sui mutui primari e su altre attività illiquide ma sufficientemente omogenee e trasparenti. In Europa il problema principale è l'elevata leva finanziaria delle grandi banche che operano a livello internazionale. Per questo, il contributo dell'Europa deve incentrarsi sulla ricapitalizzazione del settore bancario, attraverso l'iniezione di fondi pubblici o attraverso la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario. Deve essere fatto a livello europeo (per esempio, attraverso la Banca europea per gli investimenti). L'approccio attuale, con il salvataggio di un istituto dopo l'altro utilizzando fondi nazionali, porterà solo a una balcanizzazione del settore bancario europeo. Per prevenire in futuro crisi di questa natura, è necessaria anche una regolamentazione a livello europeo dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie europee.Il problema non è la mancanza di idee su come risolvere la crisi. Il problema è la mancanza di volontà politica.Se i capi di Stato e di governo europei non si riuniscono subito per affrontare in modo deciso la crisi prima che sfugga al controllo, finiranno per trovarsi ad azzuffarsi su quel poco che rimarrà dopo il disastro.
Testo inglese disponisbile su
www.voxeu.com
Alberto Alesina, Harvard UniversityRichard Baldwin, Graduate Institute, Geneva Tito Boeri, Università Bocconi, MilanoWillem Buiter, London School of Economics Francesco Giavazzi, Università Bocconi, MilanoDaniel Gros, Centre for European Policy Studies Stefano Micossi, AssonimeGuido Tabellini, Università Bocconi, MilanoCharles Wyplosz, Graduate Institute, Geneva Klaus F. Zimmermann, Bonn University
Sottoscrivono:
Marco Arnone, Università Cattolica, MilanoGuido Ascari, Università di PaviaGiorgio Barba Navaretti , Università Statale, MilanoPeter Birch Sorensen, University of CopenhagenAndrea Boitani, Università Cattolica, Milano Guido Bolliger, Olympia Capital ManagementSergio Briguglio, ENEARiccardo Cesari, Università di BolognaDaniele Checchi, Università Statale, MilanoGurdgiev Constantin, Trinity College, Dublin (Adjunct) & NCB StockbrokersTony Curzon Price, openDemocracy.netJean-Pierre Danthine, University of Lausanne and Swiss Finance InstituteFrancesco Daveri, Università di ParmaGiuseppe De Arcangelis Sapienza Università di RomaPaul De Grauwe, Katholieke Universiteit LeuvenDaniela Del Boca, Università di Torino Jacques Delpa, Conseil d'Analyse Economique, ParisMathias Dewatripont, ecares, universite libre de bruxelles and ceprMarco Di Marco, Italian National Statistical InstituteGregory Duncan, University of California-BerkeleyFederico Eisler, Merrill LynchMichael Emerson, CEPSStefano Fassina, già Economist, Internatinal Monetary FundCarlo Favero, Università Bocconi, MilanoFrancesco Ferrante, Università di Cassino Riccardo Fiorentini, Università di VeronaHarry Flam, IIES, Stockholm UniversityElsa Fornero, Università di TorinoMarzio Galeotti, Università Statale, MilanoGillian Garcia, IMF, retired Reijer Groenveld, Abn AmroGregorio Impavido, IMF Patrick Honohan, Trinity College DublinTullio Jappelli, Università Federico II, Napoli Olivier Jeanne, Johns Hopkins University Philip Lane, Trinity College Dublin and CEPRMarco Leonardi, Università Statale, MilanoRiku Leppanen, European CommissionFélix López, EOI Business School, MadridPhilippe Martin, Paris School of EconomicsJacques Melitz, Heriot-Watt University Tommaso Monacelli, Università Bocconi, MilanoAldo Montesano, Università Bocconi, MilanoTommaso Nannicini, Università Bocconi, MilanoLuca Nunziata, Università di PadovaMarco Pagano, Università di Salerno Fausto Panunzi, Università Bocconi, MilanoEugenio Peluso, Università di VeronaAvinash Persaud, Intelligence Capital LimitedIlaria Piemonte, UBI Pramerica SGRMichele Polo, Università BocconiGiorgio Ragazzi Università di BergamoFabio Ranchetti, Università di PisaGianpaolo Rossini, Università di BolognaWolfgang Scherf, Justus-Liebig-Universität GießenEnrico Santarelli, Università di BolognaAlessandro Sciamarelli, European Mortgage FederationTapen Sinha, ITAM, Mexico and University of Nottingham, UKMarko Skreb, Former Croatian National Bank Governor Cedric Tille, Graduate Institute for International and Development StudiesGianni Toniolo, Duke University e LUISS, RomaHarry van Dalen, Tilburg UniversityFrancesco Vella, Università di BolognaGuglielmo Weber, Università di Padova Stephen Yeo, CEPR



Ecco un appello da non sottoscrivere. E soprattutto da meditare riguardo all’ assoluta incapacità analitica e predittiva dell’ “economista medio”, magari anche “spostato a sinistra”.
L’unica parte che condiviamo è quella in cui si parla di affrontare la crisi non in ordine sparso, ma in chiave europea.
Invitiamo perciò i lettori a passare subito all’analisi del paragrafo “Soluzioni” .
La “ ricapitalizzazione del settore bancario, attraverso l'iniezione di fondi pubblici o attraverso la conversione obbligatoria del debito in capitale azionario”, come si cerca di fare negli Stati Uniti, ha un enorme valore psicologico, ma solo se viene condotta a termine rapidamente. E soprattutto, se accompagnata da misure (orrore!) “interventiste”, delle quali, purtroppo, nell’appello non si parla assolutamente. I firmatari si limitano a consigliare genericamente “per prevenire in futuro crisi di questa natura”, la necessità “anche di una regolamentazione a livello europeo dei mercati finanziari e delle istituzioni bancarie”. Pannicelli caldi...
Infine, nella chiusa, si fa riferimento, sempre in modo generico, al ruolo della politica: “Il problema non è la mancanza di idee su come risolvere la crisi. Il problema è la mancanza di volontà politica”. Grazie signori, avete scoperto l’acqua calda... Quanto alle idee ne avete pochine. Perché, in realtà, l’appello non va al di là del solito invito alla cultura delle regole, cui la politica dovrebbe farsi portatrice. Il punto è che la situazione non può più essere gestita ricorrendo alle solite chiacchiere sul galateo economico, bla bla bla...
La ricapitalizzazione, invece, andrebbe affiancata, invocando lo "stato di eccezione" in cui chi decide è sovrano, da immediate ispezioni e controlli sulle attività bancarie e borsistiche: vere e proprie sciabolate sulle teste degli speculatori. Che solo così potrebbero capire che esiste ancora una volontà politica. Inoltre andrebbero vietate, sul piano legislativo, le attività finanziarie basate sull’effetto leva (prendo a prestito pochi soldi, e con quei pochi ne muovo tanti in termini di azioni e titoli, influenzando il corso dei mercati, con finalità puramente speculative).
Inoltre, andrebbero subito allentate le briglie del credito, facendo scendere i tassi. Tradotto: il monetarista Trichet va licenziato in tronco. Infine alla manovra creditizia si dovrebbero affiancare politiche di lavori pubblici sul piano europeo, in grado di rilanciare l’economia, ovviamente rispettando l’equilibrio ambientale.
In questo modo si avrebbe una crescita dell’inflazione (da tenere comunque sotto le due cifre, di qui la necessità di accordi tra imprenditori e sindacati a livello nazionale ed europeo, non però penalizzanti per i lavoratori), ma anche una crescita dei consumi (forse leggermente più ridotta del tasso d’inflazione, ma non siamo economisti, non stai a noi dirlo, modesti sociologi...). Due fenomeni sempre preferibili alla recessione. Naturalmente l’inflazione, considerati anche i possibili sviluppi della stessa a livello americano e mondiale, collegati al corso del dollaro, potrebbe influire negativamente in Europa sull’acquisto delle materie prime, e quindi incidere sui costi dei volumi produttivi. Si tratta però di un rischio che deve essere affrontato. Soprattutto se si pensa che l’alternativa è la disoccupazione di massa. Di qui la necessità di creare sul piano nazionale ed europeo una struttura pubblica - si pensi alla vecchia Iri italiana - in grado di assorbire e gestire occupazione.
Concludendo, si potrà uscire dalla crisi europea che si preannuncia all’orizzonte, non con i generici appelli alle regole, basati su una visione superficiale della difesa della liquidità: certo, la liquidità si difende con le “iniezioni di fondi pubblici”, ma la si garantisce, per il futuro, soltanto con interventi strutturali in grado di favorire la ripresa, i consumi e l’occupazione, come quelli qui enumerati. Ovviamente, non disconosciamo il rischio di una politica "inflazionistica". Un pericolo, ripetiamo, sempre preferibile a quello politicamente e socialmente racchiuso in una crescente disoccupazione di massa.
A questo proposito la posizione mercatista della Marcegaglia sui contratti è suicida per l’intera economia italiana, e oltre... Si spera che Epifani, non capitoli di nuovo, e magari su consiglio di Veltroni.
A proposito, il Tremonti antimercatista che fine ha fatto?