martedì, settembre 30, 2008

La nostra sorte dipende da quella dei "mascalzoni" di Wall Street

WASHINGTON - La Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha bocciato il pacchetto da 700 miliardi di dollari approntato dal Tesoro per salvare il sistema finanziario americano. E' mancato il quorum per un pugno di voti. I contrari sono stati 228, i favoreli 205. Per far passare il provvedimento erano necessari 218 voti favorevoli. La notizia ha fatto sprofondare Wall Street: il Dow Jones ha chiuso in calo del 5,8% a quota 10.486,43 mentre il Nasdaq ha lasciato sul terreno il 9,14% a 1.983,73 punti e lo S&P500 è arretrato del 7,34% a 1.123,94 (…). La debolezza di Bush. Il clamoroso 'no' della Camera è stato innescato da un ripensamento in extremis di una dozzina di deputati repubblicani e dalla incapacità del leader democratico Nancy Pelosi di controllare il voto dei suoi deputati. Ma si è trasformato in uno schiaffo anche per il capo della Casa Bianca, confermando la perdita quasi totale da parte di Bush del potere di influenzare gli eventi (…). Ma il fatto che la maggiore opposizione al piano è venuta dai deputati repubblicani, cioè dal partito del presidente, è un'altra fonte di frustrazione per Bush. I deputati repubblicani sono preoccupati dal voto imminente di novembre: tutti i membri della Camera devono sottoporsi al giudizio degli elettori e sono quindi molto sensibili agli umori dei loro collegi elettorali, umori che sono chiaramente contrari al piano. Gran parte degli elettori sono convinti che il piano, che costerà 700 miliardi di dollari ai contribuenti, miri infatti a salvare le grandi compagnie di Wall Street ma faccia ben poco per i piccoli risparmiatori e per chi non è più in grado di pagare i mutui delle case. Subito dopo la bocciatura del piano, un Bush "molto contrariato", ha convocato il suo staff nello Studio Ovale. E il segretario al Tesoro Henry Paulson, che ha incontrato il presidente della Fed Ben Bernanke, si è immediatamente detto pronto "a usare tutti gli strumenti a disposizione per proteggere i mercati e l'economia". I candidati alla presidenza. Il candidato democratico Barak Obama ha chiesto ai mercati "fiducia" e "calma". Il piano da 700 miliardi appena bocciato dalla Camera "non è morto" e adesso "è importante che tutti, gli americani e i mercati finanziari, abbiano nervi saldi". Ma il suo avversario ha attaccato a testa bassa lo stesso Obama e i democratici. McCain ha affidato al proprio consigliere economico, Douglas Holtz-Eakin, il compito di diffondere una dichiarazione al veleno, affermando che il fallimento è legato al fatto che "Barack Obama e i democratici hanno messo la politica di fronte agli interessi del paese" (…). Cosi facendo, secondo McCain, i democratici "hanno messo a rischio le case, le condizioni di vita e i risparmi di milioni di famiglie americane"(…). Nuovo voto non prima di giovedì. Dopo la picchiata dei mercati la Camera si è riconvocata per giovedì. Oggi i deputati dovevano votare e andare a casa fino alla fine dell'anno per la pausa elettorale: i sostenitori in entrambi i partiti del piano da 700 miliardi - la speaker della camera Nancy Pelosi e (a malincuore) il capo della minoranza repubblicana John Boehner - si sono ripromessi invece di riportare in riga le truppe smarrite e rimettere ai voti il piano. Domani il Congresso osserva la festa ebraica di Rosh Hashanah e i lavori parlamentari erano in ogni caso sospesi (…). (29 settembre 2008) http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/economia/crisi-mutui-6/camer-usa-bocca/camer-usa-bocca.html


Siamo davanti a un errore per ora grave, ma che potrebbe diventare fatale qualora il piano di salvataggio ideato da Bush venisse respinto definitivamente dal Congresso. Del resto c’era da aspettarselo. Negli Stati Uniti non esiste tuttora alcuna cultura sociale diffusa dell’intervento pubblico. Qualsiasi aiuto statale, anche indiretto e non solo alle banche, viene subito interpretato, anche dal cittadino medio, come un attentato "comunista" alla libertà economica. Esemplare, sul piano politico, la reazione, e il voto contrario, dei repubblicani conservatori, da sempre legati a rigidi principi liberisti. Ma anche quella, tutto sommato ambigua, dei democratici, fermi alla troppo generica promessa di fare comunque qualcosa, soprattutto considerata la gravità del momento.
Non abbiamo mai condiviso la politica di Bush in tutti i campi, ma riteniamo che il piano debba essere approvato, pena l’ espandersi della crisi finanziaria, e in misura gravissima, anche all’Europa e al mondo intero.
Il problema del momento, se si vuole evitare una crisi economica internazionale lacrime e sangue, è intervenire rifinanziando le banche per impedire che il loro crollo si porti dietro l’economia mondiale. In Europa si dovrebbe subito cominciare a studiare un piano simile a quello di Bush.
Le polemiche, spesso moralistiche, sul fatto che dietro la speculazione vi sono, tuttora, dei "mascalzoni", sono assolutamente inutili. Se ci si passa la movie-espressione, è il capitalismo bellezza: da Francis Drake in poi il destino dei "mascalzoni" è sempre stato legato, e a filo doppio, a quello di miliardi di onesti cittadini-investitori. Magari solo desiderosi di guadagnare in fretta... Quasi, ma non proprio, come i "mascalzoni"...
Come è del tutto inutile qualsiasi atto di fede nel mercato, legato al ragionamento che il ciclo economico debba fare il suo corso. Se si “lascia fare” al ciclo economico, corriamo il rischio di ritrovarci, tutti, con centinaia di milioni di disoccupati.
Ovviamente ogni intervento, sulla falsariga di quello proposto da Bush, implica una crescita del tasso d’inflazione. Ma fra inflazione e recessione è preferibile la prima. Anche perché alla politica di intervento creditizio andrebbe affiancata una politica di opere pubbliche e di promozione dell’occupazione. Allo scopo di favorire il rilancio dei consumi privati e pubblici. E dunque la crescita dei salari e l' avvio di un nuovo ciclo economico, questa volta virtuoso. Il che ovviamente, per andare a regime, potrebbe richiedere almeno cinque, se non dieci anni. E si spera nessuna nuova guerra.
E’ perciò l’ora di attuare una “globalizzazione” non più del mercato, ma dell’intervento pubblico. Dal momento che non esistono alternative, se non quella di una crisi, dalla quale uscirebbero rafforzati solo quei gruppi sociali che detengono il potere militare. Il capitalismo, e in particolare quello Usa, allo stato attuale non ha oppositori capaci di coalizzarsi “globalmente” e trasformare la crisi economica in crisi rivoluzionaria.
Certo, resta la possibilità, di una “compartimentalizzazione” della crisi mondiale per grande aree geopolitiche. Ma anche qui mancano le classi politiche, soprattutto in Europa, capaci di sganciarsi e muoversi autonomamente rispetto alle classi economiche. L’Europa finirebbe ( o resterebbe) perciò nell’orbita di altre grandi potenze. Almeno per ora.
In conclusione, ripetiamo, è giunta l’ora di “globalizzare” l’ intervento pubblico, comune e concordato tra tutti i paesi. E questo, sul piano dei principi, non per salvare il capitalismo - non lo meriterebbe - ma per salvare il futuro dei nostri figli e nipoti. Purtroppo legato, almeno per ora, alla sorte dei "mascalzoni" di Wall Street.

domenica, settembre 28, 2008

Paul Newman. Un ricordo

Non siamo critici cinematografici. E del resto poco potremmo aggiungere al fiume in piena di commenti celebrativi su Paul Newman, scomparso sabato scorso: “Quanto era bravo!”, “Quanto era bello!”, “Quanto era liberal!”, eccetera.
Newman - che bravo lo era veramente - ha interpretato sessanta film; non molti rispetto ad altri attori della sua generazione. Di qui il nostro stupore nell’osservare che nessuno si sia soffermato, dal Corriere della Sera al Manifesto, su uno dei suoi film più duri nei riguardi dell’America. Ma non nella solita chiave liberal . Perché, per farla breve, si tratta di un film problematico, che ideologicamente si pone oltre la destra e la sinistra.
Parliamo di Un uomo, oggi (WUSA, tit. or.), prodotto nel 1970. Una pellicola diretta da Stuart Rosenberg e tratta dall’avvincente romanzo di Robert Stone, Hall of Mirrors, (1967); nel senso, se traduciamo correttamente, di una società americana, sempre più somigliante a una sala o corridoio degli specchi deformanti. Stone sceneggiò anche il film.
Insomma siamo davanti a due intellettuali liberal, anzi tre con Newman, in libera uscita dai conformismi di sinistra. Soprattutto Stone che, già in quegli anni, univa alla frequentazione della controcultura un forte senso sociologico dei determinismi sociali (si veda di lui il recente e autobiografico Prime Green: Remembering the Sixties, Harper Collins 2007). Tradotto: del perché la società risulta più forte degli uomini, spingendoli a fare cose che non vorrebbero mai fare. Tuttavia sostenere certe tesi "collettiviste" nella patria di Henry David Thoreau dove anche i castori sono individualisti, può portare all’insuccesso.
Infatti il film, nonostante un cast notevole (oltre a Newman, vi recitavano Joanne Woodward e Anthony Perkins), venne maltrattato da una critica che oggi chiameremmo “politicamente corretta”. Negli Stati Uniti fu stroncato, come cattivo esempio di cinismo e populismo, da Roger Greenspun del New York Time (http://movies.nytimes.com/movie/review?res=9D05E6DE143BEE34BC4A53DFB767838B669EDE). Ma anche in Italia non andò meglio: Tullio Kezich sul Corriere della Sera (http://www.mymovies.it/dizionario/critica.asp?id=52363), lo liquidò, per contro, come poco sociologico ( o poco di sinistra?) e molto "aneddottico".
Ma di che cosa parla Un uomo, oggi ( il titolo italiano, tra l’altro, è molto infelice…)? Di un giornalista mezzo fallito, interpretato da Paul Newman, che pur di campare accetta di lavorare in una radio di estrema destra, la WUSA, nella razzista New Orleans. Ma viene coinvolto in un complotto, rivolto a danneggiare il processo di integrazione sociale dei neri poveri.
Potrebbe perciò sembrare il solito film “liberal”, con qualche cedimento al complottismo, ma rivolto "canonicamente" a scomunicare il razzismo sudista. Ovviamente c’è anche la sacrosanta condanna del White Power, ma non solo. La pellicola vola più alto: per un verso, evidenzia le difficoltà del riformismo, attraverso la figura di un volenteroso ma fragile volontario civile, interpretato da Perkins. Il quale resta psicologicamente imbrigliato, al punto di venirne distrutto, nel corrotto meccanismo di una macchina burocratica, che con la scusa di eliminare la povertà, invece la riproduce… E per l’altro, rivela anche l’ambiguo fascino che la violenza esercita sugli americani, a prescindere dalle scelte politiche e dalle intenzioni più o meno buone. Perciò si può scorgere tra le righe del film una critica alle “soluzioni dirette” anche se rivoluzionarie, o comunque rivolte a eliminare fisicamente i villains, o cattivi.
Del resto - come si sottolinea nel film - la maggioranza silenziosa degli americani, pur di vivere in pace, sembra disposta a rinunciare alla propria libertà individuale, senza fare distinzioni tra buoni e cattivi. Proprio come l’anonimo giornalista-Newman che accetta di lavorare per i razzisti. E guai a coloro che ingenuamente cerchino di turbare tale “equilibrio sociale”, come il giovane volontario civile. Linciato nelle ultime scene del film.
Un uomo, oggi , per metterla sul difficile, potrebbe piacere, se improvvisamente ritornasse tra noi, a un liberale - e non liberal - come Alexis de Tocqueville. Perché fustiga quell’impasto antropologico, tutto USA, di individualismo rapace e gregarismo, da lui individuato con largo anticipo. E che tuttora impregna e avvelena la psiche collettiva americana. Impedendo al tempo stesso sia le riforme che la rivoluzione.
Gli americani - ecco la morale del film - vivono, politicamente parlando, in una specie di terra nessuno. Dove in ultima istanza sembrano contare soltanto denaro e forza. Di cui il dollaro e la sedia elettrica sono i simboli perfetti.
Eccellente l’interpretazione di Paul Newman.

venerdì, settembre 26, 2008

Appello per la sopravvivenza dei piccoli giornali

ROMA - Si amplia la crisi dell'editoria, specie per i quotidiani di partito e quelli con tirature minori che hanno anche meno introiti pubblicitari. L'articolo 44 del decreto Tremonti ha ridotto il capitolo di spesa per l'editoria di 83 milioni per il 2009 e di 100 milioni per il 2010 (quando mancheranno altri 26 milioni per il decreto Ici).
ALLARMI - Il Manifesto rilancia l'appello: «sosteniamoci». L'Unità e Europa danno ampio spazio alla vicenda. Liberazione sciopera: venerdì non sarà in edicola in segno di protesta contro il silenzio della società editrice, la Mrc, e del partito editore (Rifondazione comunista) sul futuro del giornale. Si allarga in modo trasversale l'allarme per il rischio chiusura con il quale devono fare i conti cooperative di giornalisti, testate non profit e di partito. Per molti di questi giornali è ormai corsa contro il tempo: per alcuni la resa dei conti è fissata alla fine dell'anno, per altri a giugno 2009, con la chiusura del prossimo bilancio.
REGOLAMENTO - Il decreto Tremonti ha soppresso il carattere di diritto soggettivo dei contributi pubblici all'editoria e ha stabilito che i fondi verranno erogati in base all'andamento dei conti dello Stato. A preoccupare è anche lo schema di regolamento messo a punto dal dipartimento per l'Editoria: tra le novità, l'accesso ai fondi legato alle copie effettivamente vendute, la stretta sul credito agevolato, lo snellimento del comitato chiamato a decidere gli stanziamenti, le agevolazioni tariffarie postali aggiornate annualmente in base all'inflazione per le società quotate in Borsa. La Federazione nazionale della stampa chiede la «rimozione» dei tagli al settore, e annuncia per lunedì 29 settembre un coordinamento dei giornali di opinione.
(
http://www.corriere.it/economia/08_settembre_25/crisi_editoria_giornali_1427f802-8b2d-11dd-b62d-00144f02aabc.shtml)

Il giornalismo, fin dai suoi esordi storici, non è mai stato libero dal denaro. In Italia in particolare i quotidiani non hanno mai raggiunto le tirature e le vendite di altri paesi. Di qui la dipendenza dai poteri forti e dai finanziamenti occulti. Ma soprattutto non è mai esistita una piccola rete di giornali indipendenti. L’Italia non ha mai conosciuto, salvo alcune eccezioni e per brevi periodi, la figura del piccolo editore puro che si erge a difensore (e rappresentante) della libertà di stampa.
Di conseguenza lo strumento del finanziamento pubblico ai quotidiani venne studiato, circa un trentina di anni fa, come un prezioso meccanismo per mettere sullo stesso piano, almeno formalmente, grandi e piccoli. E così combattere i finanziamenti occulti.
Si dirà, utopie (social)democratiche. Tuttavia i finanziamenti pubblici ai giornali, oltre a rimpinguare, e per alcuni ingiustamente, le casse della grande stampa, hanno permesso la crescita e lo sviluppo, di un’agguerrita e professionale stampa di partito: si pensi a Liberazione, ma anche al Secolo d’Italia, oppure a piccoli e interessanti giornali di opinione a diffusione nazionale, come il Manifesto e Linea, tanto per fare due nomi. E soprattutto hanno permesso a giovani, bravi ma privi di denari e relazioni, di diventare giornalisti e pubblicisti, facendo il praticantato presso piccole ma vivacissime e informali redazioni.
Nessuno nega che alcuni editori ne abbiano approfittato. Tutti ricordano la celebre inchiesta in materia condotta da “Report”, qualche anno fa. Ma è il principio che conta: quello di mettere su un piano di eguaglianza grandi e piccoli. E di riflesso aprire a tutti i giovani, capaci ma privi di mezzi, le strade del giornalismo.
Il decreto Tremonti, che introduce il carattere di diritto soggettivo dei contributi pubblici all'editoria e stabilisce che i fondi vengano erogati in base all'andamento dei conti dello Stato, va in direzione opposta. Rafforza i grandi giornali, con le pagine fitte fitte di pubblicità, e che perciò possono fare a meno del finanziamento, e strangola i piccoli giornali, che non avendo alcun peso in un mercato pubblicitario dominato dai soliti noti, ne avrebbero invece bisogno.
Il che non è buono né giusto. E ci riporta indietro.

giovedì, settembre 25, 2008

Il libro della settimana: Massimo Campo, Jineteras. Puttane all’Avana, Edizioni il Foglio, Piombino 2008, pp.168, euro 12,00 – www.ilfoglioletterario.it – il foglio@infol.it

Su Cuba le posizioni politiche sono tuttora contrastanti: da un lato gli ammiratori di Fidel Castro che esaltano giustamente le conquiste civili post-rivoluzionarie, in primo luogo l’assistenza sanitaria gratuita e per tutti, cui si affianca un più che discreto sistema scolastico ed universitario; dall’altro i critici che, altrettanto giustamente, mettono in luce l’imbavagliamento di qualsiasi forma di opposizione all’anziano e malato leader.
Jineteras. Puttane all’Avana, opera di esordio di Massimo Campo, viaggiatore per lavoro e per caso, non è tenero verso Cuba, così com’è oggi. Tuttavia, al tempo stesso, Campo, con l'occhio già addestrato dello scrittore, riesce a scorgere in quel sesso a pagamento con le "fantine", o jineteras, sui cui il regime chiude tutti e due gli occhi, un fondo, come dire, dionisiaco e liberatorio, che fa della jinetera, una specie di dolente eroina. Forse anticipazione di una terza via "impolitica", né liberale, né comunista, ma fondata su un’antichissima e precristiana sacralità della prostituta. Un mettere in vendita (dal latino prostituere), caro agli dei. E dunque sacro.
Ovviamente la nostra è un’interpretazione soggettiva, e al di là del bene e del male, e dunque contestabilissima. Ma si tratta di una chiave di lettura che non può essere ignorata. Ovviamente la “sacra vendita” ha un suo fondo, duro, sociologico. Come scrive, nella prefazione Gordiano Lupi, proprietario e brillante animatore delle Edizioni Il Foglio , “l’autore scrive secondo l’ottica dei più deboli, non giudica ma comprende la vita di chi deve prostituirsi per sopravvivere e coltivare una speranza”.
Quanto alla sua prosa, è lo stesso Campo a confessare certo amore per Charles Bukowski, Pedro Juan Gutiérrez e Irvine Welsh. Quindi il lettore deve prepararsi a uno stile realistico, a tratti duro, ma con una sua propria apertura e capacità di descrivere e parlare al mondo. E in modo asciutto, conservando la giusta distanza da uomini, donne e cose, pur nel furore descrittivo di certi amplessi. Forse anch'esso sacro per la contaminazione dei ricordi.
Il volume è arricchito dalle illustrazioni, sei ci si passa la caduta di stile, “vietate ai minori”, del bravissimo Emanuele Caponera. Sulle quali è dolce ogni tanto posare lo sguardo. Perché tra le morbide rotondità in vista delle jineteras, si avverte la presenza di quell’uovo sacro, che come ricorda Mircea Eliade, rinvia alla potenza creatrice e totale della luce. Come la fiamma bruciante, e mai appagante, di una notte d’amore con la “sacra prostituta" dell'Avana...

mercoledì, settembre 24, 2008

Otto tesi sul potere

Non vogliamo assolutamente darci delle arie, ma se ci si passa l’espressione spavalda da blogger, in giro e da qualche secolo, c’è molta confusione teorica su come inquadrare sociologicamente il problema dei problemi: quello del potere.
In modo particolare, notiamo, una sovrapposizione assai pericolosa tra le aspirazioni politiche (“il dovere essere) e la realtà politica, sociale, economica, eccetera, cosi com’è (“l’essere”). Inoltre non c’è accordo, sopratutto oggi, tra i critici di questo sistema, a destra come a sinistra, sull’esistenza di una fondamentale costante sociale come il potere. Una costante che “esiste” ed “esisterà” sempre, indipendentemente dai nostri desideri e dal modello teorico di società cui eventualmente ognuno di noi aneli (liberale, socialista, comunista, fascista eccetera). In questo senso resta molto pericolosa qualsiasi teoria che prometta di costruire un mondo nuovo, “più grande e più bello che pria!”, capace di eliminare il potere dell'uomo sull'uomo dalla faccia della Terra e della Storia.
Per ora ci limiteremo a “dettare” otto tesi sul potere, con particolare riguardo a quello politico ed economico.
In primo luogo, il potere, in quanto manifestazione di una volontà di potenza ( purtroppo non abbiamo trovato termine migliore...), come desiderio di accrescere il proprio controllo sugli uomini e sull'ambiente, insita in tutti gli esseri umani (che si differenzia individualmente secondo il diverso patrimonio genetico e culturale), tende sempre a ricostituirsi, concentrarsi ed espandersi.
In secondo luogo, l’economico, come forma di potere tende a sua volta a invadere e sottomettere la sfera del politico.
In terzo luogo la società capitalistica è caratterizzata dal conflitto tra queste due forme di potere. Il conflitto implica anche alleanze, armistizi e periodi di pace armata. Ad esempio, in questo momento, come mostra l’interventismo pubblico Usa, il potere economico, accetta alcuni condizionamenti, pur di sopravvivere alla crisi. Diciamo perciò che la volontà di potenza trova un limite nell'istinto di sopravvivenza. E che quest'ultimo non è altro che una volontà di potenza "ristretta" al proprio minimo spazio vitale dal succedersi di sempre possibili eventi negativi.
In quarto luogo, alla base di questa piramide, segnata al vertice dallo scontro tra potere politico ed economico, restano i popoli. I quali rappresentano le “truppe”, più o meno ben "armate", utilizzate dai vertici nel quadro di un “conflitto”, tra i due poteri, che, come detto, ha distinto con alti e bassi l’intera storia del capitalismo.
In quinto luogo, le varie ideologie (liberali, socialiste, comuniste, fasciste, eccetera) sono sovrastrutture del potere. Che vengono utilizzate in termini di discorso giustificativo sul potere stesso (politico ed economico). E per alimentare, mescolandolo all’istinto di potenza, certe capacità immaginative dell’uomo. E tali ideologie diventano tanto più pericolose quanto più si allontanano da una visione realista del potere, come quella che qui proponiamo.
Il sesto luogo, i poteri politico ed economico possono essere “addomesticati” ma non eliminati. Si pensi ad esempio alle vecchie ma interessanti tesi di Charles Bettelheim, sull’esistenza, anzi sulla necessità (certo in chiave finalistica) della lotta di classe - vista sostanzialmente come conflitto per il potere - all’interno della stessa società sovietica. Ma anche alla dottrina liberale che istituzionalizza e celebra il conflitto all’interno di un sistema di regole (giuridiche, economiche, eccetera).
In settimo luogo, il fatto che i poteri politico ed economico possono essere “addomesticati”, ci autorizza a immaginare, sul piano ricostruttivo (e dunque di un “dover essere” che però tenga conto anche dell’ "essere"), una società, dove un Potere Terzo, non economico e non politico, potrebbe (il condizionale è d'obbligo), a sua volta, esercitare attraverso regole e nuove forme di socializzazione un controllo dall’esterno.
In ottavo luogo, che cosa intendiamo per Potere Terzo? Il potere religioso, culturale, morale. giuridico? Oppure quello di alcuni uomini carismatici? O ancora la “Democrazia” come portato di una volontà di potenza, profonda e capace di sublimare a fin di bene il conflitto? Non ci pronunciamo. Consigliamo però di tenere presente, quando detto nella prima tesi: che il potere, di qualunque tipo esso sia, tende sempre a ricostituirsi, concentrarsi ed espandersi. Di qui la possibilità di conflitti fra i “tre poteri” ( politico, economico, “terzo”, da non confondere, quest'ultimo, con il potere della magistratura secondo la classica e troppo formale tripartizione liberale dei poteri...). Anche perché i processi di socializzazione culturale possono sì “addolcire”, sul piano individuale e collettivo, l’istinto di potenza ma non possono sopprimerlo completamente. Regola questa che vale per qualsiasi istituzione sociale, a prescindere dai suoi "buoni propositi"e dalla stessa capacità sistemica, democratica o meno, di "inculcarli" nei singoli.
Crediamo, per ora, di aver proposto ai nostri lettori sufficienti materiali di riflessione.

martedì, settembre 23, 2008

Per farla finita con Geminello Alvi
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Ormai da qualche tempo ci resta difficile condividere il pensiero di Geminello Alvi. Un economista, che in anni non sospetti, prima del tornado berlusconiano, definimmo geniale.
Ad esempio sul Giornale, al quale collabora regolarmente, ha pubblicato un editoriale, dove stigmatizza gli ”espedienti ai quali Sec e Tesoro degli Stati Uniti si sono votati” (http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=292219).
Ora, l’economista famoso è lui, noi siamo soltanto modesti sociologi… Tra l’altro, come ci fece notare una volta bonariamente o quasi, che “ sprecavano i propri talenti nel giornalismo”… Ma la psicologia insegna che spesso si proietta se stessi negli altri…
Tuttavia - ecco il punto, non personale - Alvi critica le scelte interventiste di Bush appellandosi, nella chiusa, alla bontà della teoria economica di Hayek. Un economista, certo non banale ma liberista convinto, anche troppo, che voleva privatizzare, se non parcellizzare (individuo per individuo), il diritto di emettere moneta… Confidando nelle naturali e benefiche armonie economiche di mercato. In pratica, nulla di nuovo: Hayek e Alvi ragionano come Frédéric Bastiat, economista ultraliberale, morto nel 1850. Il quale collegava le leggi del mercato ai disegni della provvidenza divina. Diciamo solo, come poi vedremo, che Alvi e Hayek, da bravi laici, alla provvidenza divina hanno sostituito, secolarizzandola, quella della mano invisibile.
Nell’editoriale Alvi, critica i provvedimenti Usa, perché favorirebbero la speculazione, la corruzione, e la trasformazione del capitalismo americano nell’autoritario capitalismo cinese. Ma non fornisce indicazioni (ri)costruttive, se non quella, pare di capire, di affidarsi alla “mano invisibile”. Appunto come Bastiat. Probabilmente le avrà fornite in altri articoli. Purtroppo - ed è colpa nostra - abbiamo stomaco debole e non riusciamo a sfogliare tutti i giorni il quotidiano della famiglia Berlusconi.
Possibile che Alvi non capisca che in un momento simile, la passività dei governi aggraverebbe la situazione? Non siamo filoamericani, ma le scelte di Bush vanno condivise. Semplificando al massimo: in certi casi fare qualcosa è sempre meglio di non fare nulla.
Il vero problema teorico di Alvi è quello di non avere una visione corretta del Politico. Appunto come Bastiat. Per Alvi la società, non avrebbe bisogno del Politico (come individuazione del nemico, decisione e conflitto, ma anche quale fattore di coesione nelle emergenze), perché capace di progredire per forza propria e di trovare da sola, di volta in volta, il proprio equilibrio. Le sue tesi sulla triarticolazione, sulle fondazioni, eccetera, ma anche la sua ormai proverbiale disaffezione per i partiti, i sindacati, e più in generale, per qualsiasi forma di intervento statale, nasce da questa visione semplicistica del pluriverso sociale. Che invece ha bisogno del Politico, anche modernamente inteso come forma statuale, proprio per non finire nelle mani dell' Economico, o del Mercato se si preferisce.
Certo, c’è sempre il rischio che Stato e Mercato si mettano d’accordo, come mostra - è vero - la storia del capitalismo. Con tutte le involuzioni negative del caso. Ma nella situazione attuale, dove il rischio è quello di ritrovarsi con centinaia di milioni di disoccupati, il Politico non può, anzi non deve tirarsi indietro.
Di qui la responsabilità morale di economisti come Geminello Alvi che, per così dire, si girano dall’altra parte. Quella del Mercato... Per continuare a dormire, sognando impossibili armonie di mercato. Facendo così il gioco dell'Economico. Tradotto: dei poteri economici forti.

lunedì, settembre 22, 2008

Alitalia. Perché nessuno ha parlato di cogestione e azionariato dei dipendenti e/o popolare?

Oggi ritorniamo sulla questione Alitalia, perché quel che sta accadendo mostra in modo esemplare la pessima qualità del dibattito politico italiano. Ci spieghiamo subito.
La decisione di Fantozzi di aprire “allo straniero” attraverso un’ asta pubblica eccetera, è stata subito applaudita a sinistra. Mentre a destra, tramite Matteoli e Sacconi, si insiste, invocando i "sacri" valori liberisti, sull' inevitabilità e sulla "moralità" del fallimento.
Naturalmente dietro le “posizioni di principio”, a destra come a sinistra, si nascondono gli interessi concreti di cordate opposte, eccetera. Le cui ragioni lobbistiche qui non desideriamo indagare. Lasciamole scoprire al giornalismo investigativo e spesso urlato. Che scorge gli alberi ma non la foresta. E qual è qui la foresta? Presto detto.
Il dibattito politico italiano è così scaduto che chiunque desideri intervenire nella questione Alitalia deve per forza schierarsi sulle basi di una divisione ideologicamente posticcia che definisce di sinistra coloro che parteggiano per “lo straniero” e di destra coloro che condividono la “scelta italiana”, e in subordine quella del fallimento.
In realtà - ecco il punto - su queste basi, ripetiamo, si fa solo il gioco delle cordate di cui sopra. Che poi siano italiane o straniere il risultato finale difficilmente cambierà: privatizzazioni e licenziamenti.
Inoltre, il ragionare per cordate ha implicato l’esclusione di qualsiasi soluzione legata a forme di azionariato popolare e/o dei dipendenti Alitalia. E dunque almeno di cogestione dell’azienda tra piccoli azionisti, lavoratori e dirigenti. Il solidarismo aziendale e non - tra l’altro sancito in materia dall’articolo 46 della Costituzione Italiana (http://www.quirinale.it/costituzione/costituzione.htm ) - dovrebbe essere un valore comune alla destra come alla sinistra. E qui invece si continua a discutere di come far guadagnare meglio, e non importa se italiani o stranieri, chi di denari ne ha già tanti, troppi… Penalizzando ovviamente i lavoratori…
Ora, qualche anima candida, magari di sinistra, ci dirà che i tempi tecnici sono ormai così ridotti, da non consentire più un’operazione del genere. Giusto. Ma non un anno fa. E, dispiace dirlo, quando al potere c'era chi dell' "I Care" aveva fatto in campagna elettorale una bandiera.

venerdì, settembre 19, 2008

Scene di lotta di classe a Fiumicino

L’esultanza dei piloti ma anche il visibile imbarazzo di Epifani, costretto dopo anni di mediazioni al ribasso a dire no per ragioni politiche, sono scene che non fanno pensare al ritorno della lotta di classe, ma a un' Italia che vola, dove ormai prevale il si salvi chi può. Soprattutto una volta abbandonata qualsiasi idea di mantenere la proprietà pubblica della “compagnia di bandiera”.
Perché la vera battaglia dei sindacati - e anche di quelli che ieri volevano firmare - doveva essere quella di difendere la natura pubblica di Alitalia. E non di accettare con il cappello in mano l’idea della privatizzazione per discutere, ma solo "dopo", del “piano industriale”. Che, come ogni studente di economia sa bene, una volta accettata l'idea del passaggio da un' economia, diciamo così, di comando a una di mercato, non può non essere lesivo dei diritti sociali dei lavoratori.
Altro errore, come sta avvenendo, è quello di spostare l’attenzione sulle responsabilità circa il fallimento della trattativa Si pensi alle populistiche dichiarazioni di un Di Pietro, vero alter ego politico di Berlusconi, avventatosi come un avvoltoio sulle macerie di Fiumicino.
Troppo comodo.
Certo i piloti, come abbiamo scritto in altro post, non sono indenni da colpe. Ma il vero punto della questione è quello di aver accettato - "tutte" le parti rappresentative dei lavoratori - l’idea di privatizzazione come una specie di panacea.
E, ora, chi è causa del suo mal pianga se stesso. Altro che rinascita della lotta di classe…

giovedì, settembre 18, 2008

I libri della settimana: Katherine Albrecht e Liz Mcintyre, SpyChips, Arianna Editrice, Bologna 2008, pp. 352, euro 19,50; Elio Lannutti, La Repubblica delle banche, Arianna Editrice, Bologna 2008, pp. 240, euro 13,50 ( www.ariannaeditrice.it )
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Anche questa volta Arianna Editrice ha segnato due punti a suo favore nella battaglia contro i “poteri forti”, pubblicando due ottimi volumi a carattere controinformativo. Ma, attenzione, nel senso "alto" del termine.
SpyChips è opera di due battagliere e informatissime ricercatrici americane, da anni impegnate nella difesa dei consumatori, Katherin Albrecht e Liz Mcintyre. Il libro mette in guardia i cittadini dal pericolo racchiuso nell' incontrollata diffusione di particolari microchips chiamati RFID (Radio Frequency IDentification). “La tecnologia RFID - scrivono le autrici - permette di identificare e tracciare qualsiasi oggetto fisico possibile e immaginabile: libri, pneumatici, scarpe, flaconi di medicinali, vestiti, animali, domestici e persino esseri umani. Nell’acronimo RFID, le due lettere ‘RF’ stanno per ‘radiofrequenza’ e spiegano in che modo la tecnologia RFID svolga la sua azione di tracking: si serve dell’energia elettromagnetica, nella forma di onde radio, per trasmettere informazioni remote… La tecnologia RFID può assumere molte forme diverse: può essere nascosta in puntali, perline, in cavi, in fibre, persino in scritte ed etichette” (pp. 31-32), al fine di tracciare a scopo, ovviamente di controllo, qualsiasi nostra mossa. E qui, dopo aver alimentato la curiosità del lettore, ci fermiamo…
La Repubblica delle banche è invece l’ultima fatica di Elio Lannutti, neosenatore, giornalista ed esperto di questioni economiche. Il testo si avvale anche di una prefazione del comico Beppe Grillo. E si distingue soprattutto per lo stile cristallino di Lannutti. Che da esperto giornalista spiega in modo facile cose difficili. Ma lasciamo la parola all’autore: “C’è una sottile differenza tra il sistema camorristico e il sistema bancario, tra la criminalità praticata dalla camorra come finalità e il vero e proprio sistema mafioso degli istituti di credito, una piovra adusa a praticare ‘microcrimini quotidiani’ a danni di correntisti, risparmiatori, richiedenti credito. Quando i ‘colletti bianchi’, con un colpo di clic, addebitano spese e commissioni a milioni di correntisti con nuove voci di costo – il rag. Fiorani della Banca Popolare di Lodi addebitò tra Natale e capodanno del 2004, almeno 100 euro ciascuno a 1 milione di correntisti, ancora da restituire - spesso non vengono perseguiti. Quando piazzano dei tango bond che avevano nel loro portafogli titoli, a vecchi ottantenni, mandando in fumo fatica e sacrifici di un intera vita di lavoro o quando ti spacciano prodotti che, invece dei previsti piani previdenziali per assicurarti una serena vecchiaia, sono piani di debito con l’iscrizione alla Centrale Rischi di Bankitalia, tali comportamenti illeciti , comuni a buona parte del ‘sistema’, sono più gravi delle peggiori condotte criminali. Raramente però vengono puniti, per le collusioni evidenti e le ampie coperture, delle distratte autorità vigilanti, ma anche perché il ‘sistema’ gode di ottime protezioni di ordine istituzionale” (pp. 16-17).
E anche qui, dopo aver stuzzicato, la curiosità del lettore, ci fermiamo. Aggiungendo però una considerazione finale.
Libri come SpyChips e La Repubblica delle banche non possono non mancare nella biblioteca di tutti coloro che rivendicano, in un mondo segnato dal più vergognoso conformismo mediatico, l’importanza del diritto “a capire” dove le nostre società stiano andando. Perché, per dirla con Luigi Einaudi, un vero liberale, non come Berlusconi: per deliberare, ogni cittadino deve prima conoscere.

mercoledì, settembre 17, 2008

Fine del capitalismo? Mhhhhh…
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Che prima o poi sarebbe esplosa la crisi era cosa che si ripeteva da almeno dieci anni negli ambienti degli addetti ai lavori. Che la crisi sia seria è altrettanto vero. Ma parlare di crollo finale del capitalismo ci sembra prematuro. Soprattutto perché si tratta di una crisi che viene “dopo” quella del 1929, e che dunque presuppone ottant’anni di politiche sociali e di sostegno anticiclico alla spesa pubblica e alla moneta. Nonché, sul piano mondiale, un apparato militare e di polizia, sicuramente “compiacente” nei riguardi del potere economico. E che non ha eguali nella storia del Novecento. Di qui la possibilità da parte di una oligarchia globalista, ma di origine e formazione euro-americana, di poter usare sia la carota del sostegno a occupazione, banche e assicurazioni, sia il bastone della repressione poliziesca contro qualsiasi sommovimento sociale.
Che poi, come abbiamo sostenuto altrove, il capitalismo sia entrato negli anni Settanta del Novecento, nella fase depressiva di una quarta onda K[ondratieff], iniziata con una fase espansiva nel 1940, indica solo che alla fase depressiva, ora probabilmente giunta al suo culmine, potrebbe seguire un quinta onda, segnata da una nuova fase espansiva. Guai a interpretare le teorie del grande economista russo, fatto fuori da Stalin, in chiave deterministica.
Ciò però non significa che la crisi in corso debba essere sottovalutata dal punto di vista dei "costi sociali", che invece potrebbero essere consistenti. Diciamo che quanto più la reazione alla crisi economica - che però per il momento è finanziaria - sarà di tipo welfarista quanto più sarà possibile gestirla, evitando “complicazioni” sociali.
Naturalmente vanno considerate tre variabili non economiche.
a) La compattezza morale nel fronteggiare la crisi delle élite politiche ed economiche della sfera euro-americana.
b) Il ruolo del complesso militare-industriale in tutto l’Occidente, che invece potrebbe puntare sulla guerra all'esterno come diversivo.
c) Il ruolo della Russia e delle altre potenze non occidentali nei riguardi di un Occidente in crisi ma sempre più minaccioso.
Qualora prevalesse un visione globalista, del tipo “one world”, inclusiva delle potenze non occidentali (anche se per un arco limitato di tempo: giusto per affrontare con il piede non sbagliato un possibile ciclo "stagflattivo", interno alla fase depressiva di cui sopra), la crisi potrebbe essere fronteggiata, e probabilmente superata. Nel caso contrario potrebbero scatenarsi guerre e sommovimenti sociali interni. Ovviamente nell’arco temporale di almeno un decennio, o forse più.
Va poi sottolineato che mentre le élite politiche ed economiche dell’Occidente, tutto sommato, sono unite tra di loro, lo stesso non si può dire dei suoi nemici esterni ed interni.
Pertanto la “festa” per il crollo finale del capitalismo, almeno a nostro avviso, andrebbe rinviata a data difficile da stabilire.
Almeno per ora.

martedì, settembre 16, 2008

Cybersessonauti
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Un recente studio della Siipac (Società italiana di intervento sulle patologie compulsive - http://www.siipac.it/) ha evidenziato che quasi due milioni di italiani avrebbero una idea fissa: il sesso. Si tratta grosso modo del 2% della popolazione. La dipendenza dal sesso attraverserebbe tre fasi: la masturbazione maniacale, culminante nel sesso telefonico, e in quello che viene definito il cybersesso, il feticismo e il travestitismo, poi l’esibizionismo, il voyeurismo le molestie sessuali e infine il sesso con chiunque si abbia, diciamo così, a portata di mano.
Ora quel che ci interessa analizzare è il cosiddetto cybersesso. Come è noto Internet sta modificando le abitudini sessuali. Perché consente la fruizione di contenuti in materia, inseriti in rete senza alcuna forma controllo. Ragion per cui, malgrado gli straordinari vantaggi di questo strumento, Internet consente un facile, forse fin troppo, accesso a contenuti di tipo pornografico.
Sembra che il 60% delle visite abbia come motivazione la ricerca di contenuti esplicitamente sessuali. Tuttavia l’internauta in cerca di cybersesso non si limita alla fruizione visiva, magari accompagnando queste azioni con la masturbazione, ma alla vera e propria pratica di una sorta di sesso post-moderno, romantico, anzi fantastico ma cinico e concreto al tempo stesso. E soprattutto individualistico. Fatto di lettura e scrittura di messaggi e storie inviati via e-mail e cinicamente finalizzati alla ricerca di incontri sessuali effettivi, nonché virtuali, attraverso l’uso di webcam. Se ci si perdona la caduta di stile: si tratta di comportamenti rivolti al clicca e godi...
E’ perciò scontato che sotto questo profilo siano molto seguite le chat a contenuto sessuale. Tuttavia resta il fatto - ecco un’altra caratteristica del sesso on line - che molti soggetti “sfoderano” in Rete comportamenti sessuali (sadomaso, con varie curvature, eccetera) che invece non manifestano nel mondo reale. In poche parole, grazie a un nickname vengono meno quei freni inibitori che tutto sommato caratterizzano la vita reale, comunque segnata da regole scritte e tacite da rispettare.
La maggior parte delle persone coinvolte è spinta dalla curiosità. Mentre altre, sembra un 10%, finiscono per essere risucchiate in modo permanente nel circolo vizioso del cybersesso maniacale, cui abbiamo accennato all’inizio. Sembra che i “cybersessonauti” (chiamiamoli così) siano tra il 6 % e l'8% dei navigatori. Si tratta di uomini ( grosso modo l’ 80%), e per la metà sposati, “frequentanti” per 11 ore a settimana. Pare che gli uomini siano più colpiti dalle immagini sessuali, mentre le donne dalla possibilità di “incontri” attraverso le chat. I collegamenti in genere “coprono” le ore notturne.
Ora, una riflessione finale.
Il cybersesso - e sappiamo di asserire una cosa scontata - è frutto della mancanza di una autentica vita sessuale e relazionale. E di regola provoca nel soggetto colpito una specie di “avvitamento” esistenziale: il suo stato di solitudine e frustrazione cresce man mano che aumentano le ore trascorse davanti al computer alla ricerca di cybersesso. Una condizione di malessere psicologico e fisico che finisce per estendersi alle persone, se vi sono, che ruotano intorno al cybersessonauta, perché, a loro volta, si sentono trascurate dal proprio familiare e/o partner.
La riposta più logica, almeno sul piano individuale, potrebbe essere quella, come nelle altre dipendenze, dell’astinenza da computer, e dunque dal cybersesso, per almeno novanta giorni. Ma in una società mediatizzata che ha mercificato il sesso come regolare consumo di massa. E che risponde alle critiche, attraverso i suoi guru televisivi, dichiarando che anche il sesso obbedisce alle "inesorabili" leggi della domanda e dell’offerta, il cybersessonauta dove potrà trovare idee e stimoli per smettere? Si è già visto che i divieti non funzionano. E poi in che modo controllare l’individuo nella sua intimità domestica? Forse si potrebbe puntare su una controcultura del sesso, anzi dell'amore fisico, come punto di arrivo della pienezza di rapporti, soprattutto spirituali, con l’Altro o l’Altra.
Ma c’è qualcuno che oggi sia disposto a credere nelle future fortune di una cultura basata sul valore iniziale dell’astinenza sessuale in nome dei valori dello spirito?
Si accettano scommesse.

lunedì, settembre 15, 2008

I piloti dell’Anpac come i minatori inglesi sotto la Thatcher? Non diciamo assurdità
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Prima un' ammissione in relazione ai valori, come direbbe Max Weber: i piloti civili non ci sono mai stati simpatici. Per quale ragione?
In primo luogo, ricordiamo, da giovani ufficiali di complemento, certi ragionamenti utilitaristici di quei piloti militari in procinto di passare all’aviazione commerciale, “perché pagava molto di più”. Dopo essere costati all’aeronautica militare diversi miliardi per l’addestramento e la formazione… E per noi, giovani idealisti, era come il replay, magari in sedicesimo, dell'Otto Settembre...
In secondo luogo, i “comandanti” dell’ Alitalia, hanno rappresentato e rappresentano la quintessenza della “casta”… Da sempre chiusi nei loro privilegi corporativi. E pronti ciclicamente, pur di difenderli, a paralizzare il traffico aereo. Danneggiando azienda, utenti e immagine all'estero dell’Italia.
Pertanto il nostro giudizio non è sereno. Lo ammettiamo.
In realtà però il vero pericolo è un altro. E diciamo questo, pur ( o proprio) avendo manifestato la nostra contrarietà alla privatizzazione di Alitalia ( si veda il post del 1 settembre). Ma, dicevamo, qual è il pericolo ? Quello di scambiare, soprattutto a sinistra, la posizione di chiusura dei piloti nei riguardi delle trattative e del governo Berlusconi, con quella dei minatori inglesi, autentici eroi del lavoro, verso la Thatcher…
I piloti vogliono il contratto separato per mantenere i privilegi. Sono disposti a guadagnare di meno, ma non a rinunciare a quell’ inquadramento particolare, che resta una delle cause dei passati sperperi di Alitalia. Mentre i minatori inglesi lottavano per difendere un tenore di vita, cento volte inferiore a quello dei “comandanti”. Perciò la sinistra rifletta bene su una questione fondamentale: mai confondere una élite superpagata con i proletari autentici…
E attenzione, Berlusconi, ben diverso dalla signora Thatcher-palle d'acciaio - se ci si passa la caduta di stile - invece cederà. E tutto continuerà come prima. Privati o non privati...

venerdì, settembre 12, 2008

Prostituzione. Il “virtuismo” della Carfagna
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Vilfredo Pareto, uomo della Belle Époque, sosteneva che il “residuo sessuale”, come istinto sociale profondo, non doveva essere sopravvalutato: il maggiore pericolo era proprio quello di parlarne troppo in tutti i sensi, pro e contro. Diceva, è un bisogno come tanti altri, una volta soddisfatto non ci si doveva pensare più... Quanto alla prostituzione bastava regolamentare… Inoltre Pareto temeva soprattutto il virtuismo: il voler a tutti costi, spesso solo a parole, redimere il mondo, e dunque anche le “prostitute”.
E per quale ragione? Perché il grande sociologo sosteneva che dietro il parlare in modo sdegnato della prostituzione si nascondesse una vera e propria ossessione (certo negativa, ma, come dire, sempre in argomento…) per il sesso. E, tutto sommato, una volontà di nascondere, i vizi pubblici, per favorire quelle privati, facendo finta, una volta introdotti i divieti, di non vedere…
In poche parole, secondo Pareto, lo sdegno a comando del virtuista, non era che un’altra manifestazione della forza potentissima del “residuo sessuale”. Che le società dovevano regolamentare, non potendolo sopprimere… Senza per questo dover pretendere la redenzione universale del genere umano, predicando ipocritamente i "sani costumi" come invece facevano (e fanno) i virtuisti.
Ora, il disegno di legge in materia di prostituzione presentato dal Ministro Mara Carfagna (http://www.repubblica.it/2007/11/sezioni/cronaca/prostituzione-divieti/approvato-ddl-carfagna/approvato-ddl-carfagna.html ) si muove proprio in un’ottica virtuista. Introduce sanzioni severe contro la prostituzione pubblica, quella in mezzo alla strada, ma non dice nulla su quella “privata”, in luoghi chiusi, appartamenti, eccetera. Di conseguenza, come alcuni sostengono, il disegno di legge “contro la prostituzione” la permetterebbe tacitamente in veste "casalinga". Una contraddizione in termini…
In realtà, siamo davanti a un esempio, diremmo classico, di virtuismo. Una forma di tartufismo che ai suoi tempi avrebbe fatto la gioia del Pareto analista sociale: si vieta, ma non si regolamenta… E neppure si tenta di ”redimere”… Perché si chiude un occhio, anzi entrambi, sulla prostituzione della porta accanto. Prima si “rabbrividisce”, come dichiara il ministro Carfagna, davanti alle donne che vendono il proprio corpo. Ma poi si fa capire che secondo questo disegno di legge "la prostituzione in luoghi chiusi non è legale e non è reato..."
Virtuismo allo stato puro. Vergogna.

giovedì, settembre 11, 2008

Il libro della settimana: Valter Binaghi, Devoti a Babele, Gruppo Perdisa Editore 2008, pp. 128, euro 12,00 -www.gruppoperdisaeditore.it
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Soltanto Valter Binaghi, scrittore e uomo complicato, da sempre in ascolto di ogni minima vibrazione del mondo, poteva scrivere un libro onesto e bello sulla “dipendenza”. Infatti Devoti a Babele (Gruppo Perdisa Editore 2008, pp. 128, euro 12,00), il suo ultimo romanzo è un’indagine sull’incapacità dell’uomo contemporaneo - in questo caso un ragazzo, Arvo - di vivere schiettamente la propria libertà. Che attenzione, per Binaghi, catto-lombardo, è responsabilità.In primo luogo verso Dio.
Arvo, il protagonista, passa attraverso il nodo delle dolorose dipendenze, o "devozioni", che segnano la Città degli uomini di oggi, la Babele del titolo: la droga, la fama mediatica, il sesso, anche nelle sue più sordide forme on line. E, purtroppo, ognuno di questi veleni a prima vista sembra non avere alcun antidoto.
La libertà dalla droga rischia di trasformarsi nella dorata prigione della devozione gesuitica al guru di turno. La rinuncia alla volgare fama mediatica in individualismo autistico. E, quel che è peggio, nell’onanistico sesso virtuale, nascosto dietro voluttuosi nickname tardo-romantici…
Insomma una autentica discesa agli Inferi post-moderni. Dalla quale però Arvo riuscirà a risalire… E lasciamo al lettore, il piacere di scoprire come.
Binaghi, come abbiamo notato in altra occasione (http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/02/il-libro-della-settimana-valter-binaghi.html ), ha una capacità tutta sua di mescolare, e bene, più registri: quello di un linguaggio duro e post-moderno, consapevole della maligna forza degli egoismi umani, con quello di un amore antico per Dio, che affonda in certo cattolicesimo lombardo, sincero e rigoroso, ma non privo di empatia, talvolta ironica, per le creature di questo mondo. Semplificando al massimo: Valter Binaghi è un "paolotto" che in questo romanzo, come in altri suoi lavori, passa attraverso le fiamme di Bataille, tenendo sottobraccio, per così dire, l'opera omnia di Chesterton...
Ma ecco un assaggio. Arvo dopo un’ overdose finisce in ospedale, si riprende, ma non demorde, la carne chiama: “Gli hanno dato una dose di sedativo che abbatterebbe un mulo ma l’astuzia del desiderio può muovere un automa. Alle tre di notte, guidato solo dall’olfatto del sonnambulo, svicola per corridoi, esplora salette, elude turnisti assonnati e casca sull’armadietto giusto, riconosce le fiale (ce n’è a mercato nero in piazza Verra), una anzi due. E la siringa. Poi nel cesso. E’ lì che lo ritrova il ragionier Lorini, unico nottambulo degente tormentato dalla prostata, alle ore 3 e 26 minuti, collassato. La madre arriva in taxi, nel cuore della notte, la terza volta in vita sua che ne prende uno. Le hanno parlato di coma, ma non profondo, non ha capito bene, si è seduta. Lui è pallido, immobile, un fior reciso. Mater dolorosa, mater lacrimosa, una spada ti trapassa il cuore” .
Ecco in quel “Mater dolorosa” c’è un grido di salvezza. Perché si tratta di una sofferenza, offerta a Dio prima che agli uomini. Ma Dio la recepirà? Secondo Binaghi ciò dipende dalla sincerità di quel grido. E noi siamo d’accordo con lui.

mercoledì, settembre 10, 2008

“Povera” Gelmini. Adesso ci si mette pure l’Ocse…

Secondo un sondaggio (http://www.affaritaliani.it/politica/piepolisondaggio050908.html) il Ministro dell’Istruzione Gelmini è in cima alla classifica dei ministri più amati dagli italiani. Ne siamo lieti per lei. Peccato però che ora sia arrivata anche la bocciatura Ocse della scuola italiana… (http://www.corriere.it/cronache/08_settembre_09/scuola_rapporto_ocse_33eb15f0-7e50-11dd-8ebb-00144f02aabc.shtml ). "Povera" Gelmini...
Tralasciamo subito il problema dei “tagli”, benché serio. E per una semplice ragione. Perché, crediamo che la critica alla politica scolastica della Gelmini debba andare più a fondo. E occuparsi della contraddizione tra gli appelli del ministro sulla necessità di un ritorno ai valori meritocratici e gerarchici e il brodo culturale in cui sono immersi gli italiani, soprattutto i giovani: probabilmente la peggiore miscela di cinismo e consumismo degli ultimi cinquant’anni.
Sia chiaro: il nostro non è il solito discorso rivolto a rimpiangere i bei tempi andati, eccetera. Ma una critica a un certo modello culturale, tutto lavoro e consumi. Facciamo subito un esempio.
Se i sondaggi ci dicono che due ragazze su tre sognano di diventare veline per sposare un calciatore famoso, oppure che due ragazzi su tre non vedono l’ora che giunga il fine settimana per “sballarsi”, riteniamo gli appelli del ministro, anche se magari seguiti da misure concrete (tipo la reintroduzione valutativa del voto in condotta), destinati a non produrre risultati. Anzi a peggiorare le cose, perché i ragazzi, una volta usciti alle ore 13 dalla gabbia scuola, e per giunta incattiviti, tornerebbero a “nuotare”, e con maggior spirito di trasgressione, in quella cultura del nichilismo gaio, da cui ormai quotidianamente dipendono.
In realtà le questioni sono due.
In primo luogo, la scuola non è più uno strumento di socializzazione, e se lo resta, solo in minima parte. Oggi i giovani si formano all’interno delle istituzioni di “consumismo mediatizzato” (televisione, centri commerciali, concerti, stadi, eccetera) e dei cosiddetti “gruppi amicali”. Gruppi che rispondono a ferree regole legate all’età, alle suddivisioni dell’ambiente urbano, ai ceti sociali di provenienza e ai gusti cultural-musicali, anche questi rigorosamente Le abitazioni familiari, anche se modeste, spesso sono divise in comparti stagni, dove ogni membro, conduce vita separata… Pertanto anche la famiglia, con alcune eccezioni, rischia di non essere più uno strumento di socializzazione. O comunque determinante per la formazione della personalità socioculturale dei ragazzi.
In secondo luogo, come il lettore dovrebbe aver già capito, il principale responsabile di questo degrado è certa cultura “divertentistico-consumistica” fondata sul principio “del lavora e compra”. E nel caso dei giovani su quello “dello studia e comprati uno sballo”: nel senso che durante la settimana si deve lavorare e studiare sodo, per poi dedicarsi ai consumi, di ogni tipo, anche oltre i confini del lecito, magari rimettendoci la salute e sempre più spesso la vita.
Ma come conciliare lavoro e studio da una parte e vita vera (quella dei consumi crescenti) dall’altra? In nessun modo, se non ricorrendo a dosi massicce di psicofarmaci, come mostrano le statistiche sul crescente e generalizzato consumo di questi prodotti.
Conclusioni. In un quadro del genere ogni invito alla meritocrazia e alla gerarchia nei riguardi di giovani dalla personalità schizofrenica (in senso sociologico e non clinico), rischia di cadere nel vuoto. Si dovrebbe avere il coraggio, per dirla brutalmente, di spegnere la televisione… E di smetterla di aggirarsi come zombies, per i centri commerciali. A cominciare dagli adulti.
Il che non è possibile, ci dicono gli economisti scuotendo la testa, perché il sistema produttivo ne risentirebbe. Benché, come mostra l’andamento disastroso della borsa mondiale, il sistema ce la stia mettendo tutta… Per affossarsi, of course.
Ma non ditelo agli economisti.

martedì, settembre 09, 2008

Napolitano contro La Russa

Lo scontro di ieri tra Napolitano e La Russa (http://www.repubblica.it/2008/09/sezioni/politica/anniversario-8-sett/anniversario-8-sett/anniversario-8-sett.html ), pone una serie di problemi sulla natura del fascismo e dell’antifascismo. E in particolare dell’antifascismo come principio fondante della Repubblica. O per dirla con Napolitano del “patriottismo costituzionale” italiano.
I nuovi regimi “moderni”, basta riandare alla storia europea dell’Ottocento e del Novecento, si sono sempre fondati contro qualcuno o qualcosa: la religione, la tradizione, l’aristocrazia, la borghesia, eccetera. E in modo particolare, dopo il 1945, alla fine di una durissima guerra tra due regimi politici: il democratico e il dittatoriale. Dalla quale i popoli europei, divisi e affamati, erano appena usciti. Di qui il ricorso alla formula del “patriottismo costituzionale” fondato sull’antifascismo. Soprattutto in Italia, dove il fascismo era nato.
Ora, il problema è questo: perché a distanza di sessant’anni l’Italia si ritrova con un partito di derivazione fascista al potere e una nazione tuttora divisa sul significato da attribuire ai valori della Resistenza? Evidentemente il patriottismo costituzionale “non ha funzionato” . E perché non ha funzionato?
Noi abbiamo già affrontato l’ argomento analizzando, ovviamente in termini sociologici, il concetto di memoria storica in relazione alle vicende italiane del dopoguerra in questo post: http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2007/04/il-25-aprile-riflessioni-sul-concetto.html , al quale rinviamo i lettori.
Vorremo però aggiungere che le strumentalizzazioni politiche di certa sinistra - e qui penso ai pericoli racchiusi nell'antifascismo settario e militante - come le calcolate e irritanti “minimizzazioni” da parte di certa destra circa la natura dittatoriale e antidemocratica del fascismo non favoriscono una civile discussione politica. E soprattutto la ricomposizione dell’anima italiana - nel senso, certo metodologicamente avventuroso, lo ammettiamo, di una comune psiche collettiva - intorno alla difesa della democrazia da ogni tentazione dittatoriale.
Sarebbe perciò necessario fare un salto di qualità, mutando, entrambi le parti in conflitto, l'approccio controversistico alle rispettive ideologie. Per andare finalmente oltre il "patriottismo costituzionale" che parla alle menti ma non all'anima delle persone.
Ma esiste, oggi in Italia, a destra come a sinistra, la sincera volontà di andare oltre il puro uso strumentale del passato ? Crediamo di no.

lunedì, settembre 08, 2008

Gli Stati Uniti nazionalizzano Fannie e Freddie. Tre riflessioni


“WASHINGTON – Per evitare una catastrofe sui mercati finanziari americani e mondiali, come ha sottolineato il ministro del tesoro Henry Paulson, l’amministrazione Bush ha assunto il controllo della Fannie Mae e della Freddie Mac, le due agenzie semigovernative che finanziano quasi la metà dei mutui del Paese, il cui totale è di 12 mila miliardi di dollari. La Federal housing financial agency, un organo della Tesoreria, le ha assunte in amministrazione controllata acquistandone le azioni privilegiate. L’intervento potrebbe costare allo Stato americano e quindi ai contribuenti 26 miliardi di dollari secondo il Congresso. Ma era inevitabile: a causa del crollo dei mutui, in un anno la Fannie Mae e la Freddie Mac hanno perso circa 15 miliardi di dollari, rimanendo quasi senza capitali, e deprezzando i loro titoli di quasi il 90 per cento. Inoltre, 4 milioni di famiglie, il 9 per cento dei mutuati, sono andate in bancarotta o sono in grave ritardo nei pagamenti rateali. GRANDE DEPRESSIONE - L’iniziativa ha precedenti solo negli interventi governativi del presidente Franklin Roosevelt durante la Grande depressione economica degli Anni trenta, e rappresenta una clamorosa inversione di rotta dell’amministrazione Bush, la più liberista dell’ultimo mezzo secolo. E’ la misura più drastica presa sinora dal ministro Henry Paulson e dal governatore della Riserva federale Ben Bernanke: di fatto, con il loro commissariamento, le agenzie sono temporaneamente nazionalizzate in base a una legge approvata dal Congresso. La misura era diventata urgente anche perché i giorni scorsi era fallita l’undicesima banca dallo scorso settembre, la Silver state del Nevada, e si teme che numerose altre chiudano i battenti. Il ministro e il governatore hanno esposto il loro piano a Daniel Mudd e Richard Syron, i presidenti rispettivamente della Fannie Mae e di Freddie Mac, che verranno sostituiti da due ex banchieri, Herb Allison e David Moffett; ai candidati alla Presidenza il democratico Barack Obama e il repubblicano John McCain; ai governi stranieri che detengono grandi quantità di titoli della Fannie Mae e della Freddie Mac. Secondo il Wall street journal, il Tesoro inietterebbe fondi ogni trimestre, in modo d’attirare anche investimenti privati. Per i milioni di famiglie americane che rischiano di perdere la casa è una tempestiva operazione di salvataggio. La situazione dei mutui è la peggiore degli ultimi 29 anni, dal crollo delle Casse di risparmio, e le misure sinora adottate da Bush, dai rimborsi fiscali di 168 miliardi di dollari ai contribuenti alla vendita”
Ennio Caretto (
http://www.corriere.it/economia/08_settembre_07/freddie_mac_3b4666ec-7cf7-11dd-ba5e-00144f02aabc.shtml )


La decisione del governo federale americano di nazionalizzare Fannie e Freddie è indubbiamente di grandissima importanza. E come gravità è nettamente superiore a quelle prese da Roosevelt durante la Grande Depressione degli anni Trenta nei riguardi del mondo bancario e finanziario americano. Come scrisse un grande storico americano, Arthur M. Schlesinger, "nel 1933 la regolamentazione finanziaria sembrava essere solo una parte marginale del New Deal" (A.M. Schlesinger, L’età di Roosevelt. L’avvento del New Deal, il Mulino, Bologna 1963, p. 442). Quindi Caretto semplifica troppo. Ma non è questo il punto.
Il provvedimento è importante per tre ragioni.
Il primo luogo, perché, come detto, non ha precedenti. E questo in una nazione, dove da sempre democratici e repubblicani vedono in qualsiasi intervento pubblico, anche minimo, un attentato alla libertà economica individuale: una specie di anticipazione del comunismo.
In secondo luogo, l’inflazione americana, di conseguenza, crescerà, espandendosi a macchia d’olio anche all’estero, soprattutto in Europa. In modo particolare se non verrà sterilizzato il dollaro come moneta di pagamento internazionale. Il che è difficilissimo che avvenga perché questa misura rischia di compromettere i rapporti tra gli Stati Uniti e l’Ue. Infatti la decisione unilaterale europea di rifiutare il dollaro in favore dell'Euro nelle transazioni internazionali, potrebbe addirittura condurre a una guerra con gli Usa, prima economica e poi in senso letterale. Pertanto, vista la mancanza di coraggio delle classi dirigenti europee, programmaticamente pacifiste, la crisi economica rischia di farsi più pesante anche in Europa. E senza alcuna concreta contropartita positiva per noi. Se non quella pseudomorale della solidarietà atlantica... Chi si contenta gode.
In terzo luogo, gli Stati Uniti, stretti nella morsa dell'inflazione crescente e alle prese con una crisi sociale sempre più grave, potrebbero puntare sul nemico esterno. Nel senso di accentuare l’impegno militare nel mondo, come gradita valvola di sfogo economico per il complesso militare-industriale, nonché come risposta ai crescenti problemi occupazionali e di tipo debitorio che attanagliano il popolo americano: "arruolarsi" anche nelle industrie e nei servizi, indirettamente collegati alle forze armate, potrebbe costituire una “ciambella di salvataggio” per molti americani “falliti”, a causa delle crisi bancaria. Non va dimenticato, tra l'altro, che per coloro che vanno in guerra - come già avvenne nel 1941 - la legge americana prevede ancora la sospensione dell’esazione coattiva degli eventuali debiti contratti nella vita civile. Si tratta di un'astuta “metodologia” parabellica che risale a Roma antica, e tuttora in uso anche in altre nazioni.
Il momento è perciò molto grave. Siamo in presenza di una vera e propria svolta, politica ed economica. Sulla quale non potrà assolutamente influire il colore della pelle del prossimo presidente Usa (http://carlogambesciametapolitics.blogspot.com/2008/01/le-primarie-e-le-elezioni-presidenziali.html. Un povero burattino nelle mani del complesso militare-industriale americano. Una plutocrazia che vede di buon occhio la guerra totale esterna, perché preferibile alla guerra civile interna... O comunque, che non disdegna la sua progressiva intensificazione, famelicamente memore degli altissimi profitti incamerati durante la Guerra Fredda.

venerdì, settembre 05, 2008

Il fascino discreto delle "bubbane" . Alcune osservazioni generali sulle teorie cospirative
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La prendiamo da lontano. I lettori sicuramente ricorderanno che Prodi, un paio di anni fa, in un’ intervista al Pais dichiarò, più o meno, che contro di lui era in atto un complotto di chissà quali forze occulte dell'economia… Quanto a Berlusconi, oggi di nuovo al governo, periodicamente, ritira fuori la storia delle trame rosse contro di lui… Ma anche in Francia, a cicli alterni, si torna a parlare parla di complotto lepenista, fascista e nazista. In Spagna, la Chiesa è sospettata di chissà quali trame anti-Zapatero. Mentre i cattolici spagnoli, reputano il Premier socialista una marionetta nelle mani della massoneria “eterna”. Anche negli Stati Uniti non si scherza: Bush vede complotti ovunque. Per contro, i suoi avversari, di estrema destra come di estrema sinistra, non esitano a definirlo un complice segreto di misteriosi gruppi semiti, volti alla conquista del mondo. Va poi ricordato il rumore politico-editoriale sollevato, a suo tempo, dal Codice da Vinci: il libro e il film hanno suscitato, trasversalmente, nei diversi schieramenti (pro e contro il mystic-thriller di Brown), teorie complottiste, una più tendenziosa, e diciamolo pure, demenziale, dell’altra.
Come mai una società ufficialmente democratica, illuminata e razionale, come quella occidentale, ricorre alla teoria cospirativa come normale strumento comunicativo? In parole povere, quanto di più irrazionale, almeno in apparenza, si possa pescare nel buco nero della psiche collettiva… Insomma, perché si crede nelle famigerate "bubbane", per dirla con il comico Natalino Balasso?
Le spiegazioni possono essere tre, e in certo senso complementari.
In primo luogo, l’idea cospirativa, in quanto compiuta o totale (nel senso che la sua vaghezza la rende inconfutabile) colpisce l’immaginazione collettiva perché indica il nemico ( i comunisti, i fascisti, i massoni, eccetera). E’ un esempio classico di idea-forza. Che accresce la coesione intorno alla persona (o al gruppo sociale) vittima del presunto complotto. E per contro rafforza pure la compattezza di coloro che ne siano eventualmente ritenuti autori. La teoria cospirativa è conflittuale per eccellenza: unisce e divide a un tempo. E’ un’ arma, spesso micidiale, come mostra la sanguinosa storia del Novecento.
In secondo luogo, l’idea di complotto, ha una funzione socialmente esplicativa: rende chiaro quel che a prima vista appare incomprensibile e rassicura, scoprendo le eventuali colpe. Basti ricordare che le interpretazioni complottistiche della rivoluzione francese, furono dovute al fatto che molti monarchici continuarono per anni a ritenere inaudito il crollo improvviso di un antico regno europeo: non credevano ai loro occhi. Cosicché l’attribuzione della caduta alle trame massoniche svolse una funzione esplicativa e, tutto sommato, di rassicurazione emotiva e politica nei riguardi del mondo aristocratico. Che poteva auto-assolversi e così puntare sul suo riscatto sociale e storico. Si tratta di un approccio ricorrente che si ritrova anche in altre rivoluzioni.
In terzo luogo, l’evocazione del complotto ha un “sottofondo” animistico, diremmo antropologico. L’uomo, soprattutto quello collettivo, ha un “bisogno”, quasi fisiologico, di credere che dietro ogni fenomeno sociale vi sia un principio superiore che spiega, giustifica e protegge. L’idea che un re sia tale, per ragioni di diritto divino, fa il paio con quella che un complotto sia tale, per ragioni di “provvidenzialismo” sociale. Il punto è che sia l’esistenza del diritto divino sia di un grande vecchio, appagano lo stesso bisogno antropologico di veder confermata l’idea che dietro gli eventi sociali vi sia sempre qualcuno che imprime una direzione. Insomma, che il nostro mondo (grande o piccolo che sia, dalle capanne africane ai grattacieli newyorkesi) abbia comunque senso compiuto: un ordine.
Ora, può sembrare esagerato, ricorrere a un’analisi così complicata, per spiegare il teatrino politico italiano, europeo e americano. Ma si rifletta un momento: una forza di governo (o di opposizione) di qualunque colore sia, dichiarando, a cicli alterni, di essere vittima di un complotto comunista, fascista, eccetera, dà una riposta al bisogno animistico, non solo dell’elettore ma dell’uomo che vi è sotto, affamato come ogni altro essere umano di significati "compiuti", e non importa se immaginari come l'idea di una cospirazione universale.
Il che significa che l’uomo di oggi, ritenuto presuntivamente razionale, ha radici antiche e ritorte nell'irrazionalità, difficili da recidere. Tradotto: le "bubbane", magari nei particolari, mutano nel tempo , ma l'uomo meno...

giovedì, settembre 04, 2008

Il libro della settimana: Camillo Regalia e Giorgia Paleari, Perdonare, il Mulino, Bologna 2008, pp. 128, euro 8,80 - http://www.mulino.it/

Perché perdonare? Per quale ragione quando qualcuno ci offende proviamo al tempo stesso dolore e volontà di ferire a nostra volta? E infine, perché i popoli, di regola, non sono facili al perdono? Per quale motivo le collettività fanno del “non perdono” un elemento di discrimine tra “noi” le vittime e “loro” i carnefici?
Tali quesiti sono ora affrontati nel bel libro di Camillo Regalia e Giorgia Paleari, Perdonare (il Mulino, Bologna 2008, pp. 128, euro 8,80). Gli autori, due psicologi, insegnano rispettivamente alla Cattolica di Milano e alla Statale di Bergamo. Il respiro del testo è ampio perché va oltre i confini della psicologia, aprendosi agli apporti della filosofia, della sociologia e della storia delle religioni. Usando un linguaggio semplice, e dunque alla portata di tutti, senza mai però rinunciare al rigore scientifico
Per gli autori, in buona sostanza, “il perdono si pone come una possibile riposta in grado di contrastare l’escalation dei conflitti e rilanciare il legame con l’altro anche nelle situazioni in cui viene duramente messo alla prova” (p. 9).
Resta però una questione: non tutti i gruppi sociali reagiscono allo stesso modo. Infatti, anche a detta di Regalia e Paleari, i pochi lavori in argomento mostrano come “la propensione al perdono sia tendenzialmente più diffusa nei paesi cosiddetti collettivisti (asiatici e africani) che non in quelli considerati individualisti (nordamericani ed europei). Mentre in questi ultimi vengono enfatizzati l’indipendenza, l’autonomia e la responsabilità personale, la realizzazione di sé, il primato del benessere individuale su quello comune, nei paesi a orientamento collettivista si sottolineano la dipendenza dell’individuo dal contesto e dai gruppi ai quali appartiene, l’importanza degli obblighi e delle reazioni sociali, il primato del benessere collettivo su quello personale. Poiché il perdono è uno strumento fondamentale per ricucire e rinsaldare i legami, che spesso prelude alla riconciliazione, è comprensibile che esso venga attuato nell’ambito delle culture collettiviste in cui l’armonia sociale e i contatti interpersonali frequenti vengono maggiormente valorizzati” (p. 62).
Tuttavia, come del resto notano gli stessi autori, il collettivismo, soprattutto se inteso in chiave razzista, può diventare la causa prima dei conflitti. Perché privilegiando i confini della propria comunità, rischia di favorire la distruzione di coloro che non ne fanno parte, designandoli come nemici, proprio per rinsaldare il senso di appartenenza dei suoi membri. Sotto questo aspetto sono piuttosto interessanti le pagine dedicate al Sud Africa e soprattutto al Ruanda, dalle quali si intuisce come perdono e riconciliazione, anche tra i popoli collettivisti, siano ben lungi dal procedere insieme. E quel che è più grave - e qui si pensi all'Olocausto - come il tempo, invece di guarire le ferite, le inasprisca.
Ma probabilmente quest’ultima è un’altra storia.

mercoledì, settembre 03, 2008

Norberto Bobbio: un conservatore di sinistra...

Ieri la Repubblica ha pubblicato alcune anticipazioni del libro di Danilo Zolo su Norberto Bobbio (L’alito della libertà, Feltrinelli), del quale ci occuperemo prossimamente nella rubrica dedicata alle recensioni.
Per ora, perciò, ci limiteremo solo ad alcune riflessioni molto generali e veloci, sulla base appunto delle anticipazioni di Repubblica.
Il lavoro di Zolo pare rivolto a ricostruire il ritratto di un intellettuale segnato da “ irrequietezza spirituale” e “dal rifiuto di ogni conformismo”. Zolo sembra porre l’accento sull’importanza assegnata da Bobbio all’idea di eguaglianza come discrimine politico, allo stato di diritto e al garantismo.
Ora, per quel che ci riguarda, abbiamo sempre considerato Bobbio un liberale di sinistra, o se si preferisce un “liberal”, piuttosto che un socialista. Di qui, crediamo, il suo successo, nel dopo-Sessantotto dei "diritti civili o morte" , all'interno di una sinistra post-niente ma pronta a veleggiare verso una liberaldemocrazia con venature laburiste (in senso New Labour però…).
Certamente il percorso intellettuale di Bobbio è stato particolarmente complesso e condizionato dalle polemiche intellettuali interne a una sinistra italiana ( comunista e socialista), costitutivamente incapace di scegliere tra Marx e Bernstein. Ma quel che conta è il suo punto di arrivo: la democrazia procedurale e il filo-occidentalismo.
Come dimenticare - e se ne parla anche nel libro di Zolo, che tra l’altro ha in appendice 25 lettere del filosofo torinese all’autore - la tesi di Bobbio sulla Guerra del Golfo, come conflitto formalmente giustificato dall’aggressione irachena...
Ma anche quel suo ridurre l’eguaglianza politica al rispetto procedurale di un mucchietto di regole… Scelta tipicamente liberale. Che tuttavia rappresenta solo una parte della questione... Dal momento che senza eguaglianza sociale ed economica - o comunque senza una “tensione” concreta verso questi aspetti fondamentali della democrazia - lo stato di diritto è una scatolone vuoto al servizio dei più forti.
Sappiamo di aver semplificato un pensiero complesso, ma crediamo che l’attuale crisi (prima intellettuale e poi politica) della sinistra, sia legata proprio all'influenza e dunque all'accettazione, più o meno consapevole, del pensiero di Bobbio. Soprattutto nei suoi sviluppi ultimi. Esiti che possono essere ricondotti nell'alveo di un conservatorismo di sinistra. Un fenomeno quest'ultimo, ancora tutto da studiare. E che, si spera, non sia sfuggito all'occhio acuto di Danilo Zolo.

martedì, settembre 02, 2008

Calcio, tifosi e incidenti. Ora basta. Perché non applicare al mondo calcistico il concetto di decrescita?
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Ogni anno, appena riparte il campionato di calcio, ricominciano subito gli incidenti… E così si assiste al solito copione interpretato dagli stessi attori: tifosi teppisti che spaccano tutto, se non fanno di peggio; governo che dirigna i denti; polizia che ribadisce di avere pochi mezzi; società calcistiche e federazione che si girano dall’altra parte, facendo finta di nulla. Dopo di che tutto ricomincia come prima…
E noi qui a fare sociologia di una specie di baraccone dei pubblici divertimenti, dove c’è chi guadagna miliardi, e chi pur di andare alla partita s’impegna l’orologio d’oro del nonno.
Basta con le analisi. Proponiamo di applicare il concetto di decrescita al calcio. Meno squadre, meno soldi ai giocatori, meno partite, più attività sportiva di massa, e nelle scuole, a cominciare dai più giovani.
Già sappiamo però che nessuno prenderà in considerazione questa nostra modesta proposta per prevenire, per dirla con il grande Berto. Per quale ragione? Perché il mondo del calcio, così com’ è oggi strutturato (dalle società ai tifosi) è un potente narcotico sociale. Sappiamo di non dire nulla di nuovo. Ma spesso le cose vere sono quelle più banali.
In primo luogo, il sistema preferisce che il giovani più esagitati puntino, diciamo così, i fucili verso gli stadi, che non verso il Palazzo d’Inverno. Gli incidenti negli stadi, tutto sommato, sono il male minore. Tradotto: sempre meglio della rivoluzione.
In secondo luogo, altra cosa scontata, intorno al mondo del calcio girano enormi interessi economici (si pensi solo alla questione dei diritti televisivi ). In certo senso il calcio va a braccetto con il capitalismo più speculativo e probabilmente mafioso. Come mai certe società che sembrano sempre sull’orlo del tracollo, non falliscono mai? Dove prendono, società calcistiche (apparentemente) in crisi, i soldi - e tanti - per acquistare quei “campioni” che poi riempiono gli stadi e rimettono così il moto il circolo narcotizzante del calcio?
Basta, qui ci vuole una cura dimagrante. Il calcio deve decrescere. Perciò non solo consigliamo di non andare più allo stadio, ma anche di tenere spento il televisore nelle ore clou (tutte praticamente) di ogni domenica.
Insomma, perché non ridurre o addirittura tagliare le risorse economiche che alimentano un vergognoso baraccone divertentistico come il calcio, al servizio del più corrotto potere politico ed economico?

lunedì, settembre 01, 2008

Alitalia. Qualche riflessione
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Vogliamo parlare seriamente di Alitalia?
Bene, prima domanda: che cosa si voleva e si vuole fare nei riguardi della “compagnia di bandiera”.
Prodi voleva svendere ai privati stranieri (Air France), Berlusconi sta svendendo ai privati italiani (Colaninno e “cordata tricolore”). Dov’ è la differenza? E quel che è peggio nessuno si è mai interrogato sulla possibilità di mantenere pubblica Alitalia. Mai contraddire i professori neo-liberisti…
Di qui la seconda domanda: dove sta scritto che privatizzare è “bello”? Entriamo subito nei dettagli.
In primo luogo privatizzare, e a prezzi di vendita estremamente bassi (perché altrimenti le imprese pubbliche non le rileva nessun privato: le privatizzazioni funzionano universalmente così...), e per giunta in un settore strategicamente delicato come il trasporto aereo, significa fare un regalo ai privati, prescindendo dalla nazionalità di appartenenza.
Infatti, per quel che riguardava gli acquirenti privati di Alitalia c’erano tre possibili vie, tutte rovinose per la comunità: 1) i soliti noti italiani, indebitati fino al collo, avidi di profitti a breve, e prigionieri delle banche, le vere artefici di qualsiasi operazione. Come purtroppo sta avvenendo; 2) le piccole e medie imprese (anche consorziate), capaci di raggranellare i fondi necessari per acquisire Alitalia, rivolgendosi alle stesse banche di cui sopra. Senza poi però avere liquidi a sufficienza per gestirla: il che, di regola, rischia di risolversi con la cessione del bene privatizzato a terzi, e a prezzi stracciatissimi; 3) i grandi gruppi stranieri, in grado solo di acquistare, scorporare, rivendere a pezzi e filare via. Cosa che avrebbero fatto i francesi, e che, scommettiamo, farà, a sua volta, fra cinque anni, la cordata italiana, una volta venuto meno l’obbligo quinquennale di non rivendere ad altri. Pertanto nessun vantaggio per consumatori e dipendenti.
Ma c’è dell’altro. Una privatizzazione, in termini di allocazione efficiente delle risorse investite e di effetti di ricaduta sui consumatori, va a regime dopo almeno tre-cinque anni (insomma, tre-cinque bilanci di assestamento). Il mordi e fuggi di privati indebitati fino al collo o quasi, non produce utili per nessuno. O, probabilmente, ne produce solo per le banche da cui dipendono le imprese indebitate... Ma anche qui fino a un certo punto, vista la crisi creditizia internazionale in atto.
In secondo luogo, i servizi privatizzati, come è risaputo, vengono gestiti in outsourcing (a prescindere dalle dimensioni e dalla nazionalità dell’impresa privata subentrata a quella pubblica). Appena subentra il privato sono subito imposte tutte quelle forme di lavoro flessibile collegate, in qualche modo, all'esercizio dei servizio acquisito: lavori di pulizia, trasporto, manutenzione, sicurezza, elaborazione dati, ricezione chiamate telefoniche utenti. Il che significa - cosa del resto nota agli addetti ai lavori - che le privatizzazioni favoriscono la crescita del lavoro flessibile. E dunque anche del lavoro precario, già facilitato in Italia da una legislazione gradita, guarda caso, sia al centrosinistra che al centrodestra.
Perciò per dipendenti e consumatori le cose non possono non peggiorare qualora si rinneghi, come sta avvenendo in Italia, l’idea della proprietà pubblica della “compagnia aerea di bandiera”. E magari solo per fare una impossibile e pericolosa concorrenza (per passeggeri ed equipaggi) alle compagnie private low cost. Invece di puntare sulla autorevolezza, qualità e sicurezza del servizio pubblico. Certo, valorizzando opportunamente tra il personale una necessaria etica del dovere, come specificità di una compagnia aerea nazionale.
Per dirla fuori dai denti: il vero punto della questione non è l’italianità o meno della cordata, ma la forma giuridico-societaria di Alitalia. Che doveva restare pubblica, come nei suoi anni migliori: i costi si possono sempre razionalizzare, basta avere "nerbo organizzativo"… L’ attitudine al comando non è una prerogativa del solo manager privato. Come del resto la capacità di visione strategica: si pensi a "imprenditori pubblici" come Enrico Mattei. Il che implica che Alitalia, a far tempo dagli anni Novanta dell’altro secolo, ha pagato per errori gestionali dovuti a cattive scelte “politiche” nella designazione dei suoi amministratori delegati.
Non amiamo la dietrologia, ma probabilmente dietro le scelte sbagliate vi era la volontà politica di affossare Alitalia per svendere ai privati e così compiacere la retorica dei professori neo-liberisti, favorendo in realtà gli “affarucci” o “affaracci” dei soliti noti dell’economia italiana. E, attenzione, la “voglia” di spartirsi (privatamente) i beni pubblici risale sempre agli anni Novanta, allorché in un clima da Otto Settembre dell’economia mista italiana, partirono le prime privatizzazioni a cavallo - quando si dice le coincidenze - degli eventi di Tangentopoli.
E, guarda caso, nel 2006, proprio come la classica ciliegina sulla torta, Prodi, uscito indenne dalle inchieste dei giudici milanesi, deciderà di mettere Alitalia sul mercato. E in questo senso Berlusconi, che invece è tuttora sotto tiro, si sta comportando come degno erede del professore emiliano. Evidentemente ha imparato ( o sta imparando) la lezione…
Comunque sia, per Prodi e Berlusconi volare privato “è bello” e svendere ai privati (con coccardina tricolore o meno), demonizzando il sindacato, ancor più bello… E ciò che più delude è che anche l’ ”antimercatista” Tremonti sia d’accordo…
Ne riparleremo di qui a cinque anni. O forse anche prima.