giovedì, luglio 31, 2008

Il libro della settimana: Alain de Benoist, Pensiero ribelle. Interviste, testimonianze, spiegazioni al di là della Destra e della Sinistra, Controcorrente, Napoli 2008, pp. 424, euro 30,00 - http://www.controcorrentedizioni.it/

Nel 2006, a cura dell’Association des Amis d’Alain de Benoist (http://www.alaindebenoist.com/) apparvero due grossi volumi, più di settecento pagine in tutto, che raccoglievano le interviste concesse da Alain de Benoist dall’inizio degli anni Ottanta del Novecento ad oggi.
Ora, il primo dei due volumi (C’est-à-dire. Entretiens-Témoignages-Explications, vol. 1) è uscito anche in lingua italiana per i tipi di Controcorrente, ma con un titolo leggermente modificato per l’occasione: Pensiero ribelle. Interviste, testimonianze, spiegazioni al di là della Destra e della Sinistra, Napoli 2008, pp. 424, euro 30,00. Il secondo, al quale dovrebbe seguirne un terzo di testi vari, sembra debba uscire a breve.
Indubbiamente sono due volumi importanti. Perché consentono di fare più luce, grazie a un'agile strumento come l’intervista, sull’opera ricca e profonda di una delle mente più fervide dell’attuale pensiero non conformista. Come scrive de Benoist nell’Introduzione:

“L’intervista è un genere particolare, il cui stile peraltro differisce per natura da ciò che scrivo di solito. Ad esempio, è da escludere che possano figurarvi note a piè di pagina! Un’intervista è un dialogo: vi si risponde a domande alcune delle quali sorprendono talvolta colui al quale sono poste. Ma è una formula apprezzabile, direi persino insostituibile, perché pienamente complementare agli articoli e ai libri. Essa permette di dire, in forma viva, ciò che si ritiene necessario dire. Ma permette altresì di rispondere alle obiezioni, di sviluppare il proprio pensiero, di esplicitare ciò che si è forse espresso altrove in modo troppo allusivo e lapidario”.

Il primo volume è diviso in tre parti: “La Nuova Destra”; “Destra e Sinistra”; Il “pensiero unico”. Nel prossimo le sezioni saranno quattro: “Actualité”; “Idées”; “Témoignages”; “Religion”.
Il quadro che viene fuori dai due volumi è di grande interesse, dal momento che l'opera - e si tratta solo di un consiglio - andrebbe letta di seguito, proprio per mettere meglio a fuoco il ritratto di un autore “metapoliticamente” complesso come de Benoist.
Quanto all’influenza nel nostro Paese di Alain de Benoist (alcune interviste sono state rilasciate a riviste italiane), la porremmo sullo stesso piano di quella giocata, più di un secolo fa, da un altro grande pensatore francese, Georges Sorel : entrambi studiosi e lettori onnivori ; politicamente trasversali perché attenti alle costanti della politica e della sociologia ; integerrimi intellettuali e anche instancabili critici di se stessi. In questo senso ridurre l’influenza italiana di de Benoist, soltanto alle vicende della Nuova Destra italiana degli anni Settanta, o nel caso di Sorel, alle correnti prefasciste, è in entrambi i casi riduttivo. Alla stregua di un Sorel che influenzò seppure criticamente, Gramsci, solo per citare un pensatore di livello, ma per poi arrivare a influire persino sul Sessantotto studentesco e operaio, noi oggi possiamo ritrovare spunti debenoistiani (diretti, indiretti, certo, è ancora difficile dire), ad esempio in pensatori di sinistra, aperti alla trasversalità "metapolitica", come Pietro Barcellona, Costanzo Preve, Danilo Zolo (a questo proposito di Preve si veda Il paradosso de Benoist, Edizioni Settimo Sigillo, Roma 2006 http://www.libreriaeuropa.it/ordini@libreriaeuropa.it).
Un’influenza che dal punto di vista storico è appena agli inizi. Perché il futuro, e pensiamo ai rivolgimenti culturali e politici legati a un possibile riflusso della globalizzazione nei prossimi cinquant'anni, potrebbe riservare grandi conferme sulla capacità di influenza e trasversalità a lunga gittata del pensiero debenoistiano. E dunque sorprese. Di qui l’importanza, soprattutto se si è ancora giovani, di prepararsi intellettualmente leggendo i due volumi delle interviste.

mercoledì, luglio 30, 2008

Sociologia delle vacanze (di massa)

Sta per iniziare, come ogni anno, il “grande esodo estivo”: tutti o quasi vanno in vacanza. Ma, come si dice, cerchiamo di andare oltre la cronaca.
Ebbene, in principio era Blackpool... Una località balneare inglese. Nel 1937 fu meta di vacanze per 7 milioni di persone. Ma i lavoratori britannici vi si recavano in massa almeno dalla metà degli anni Venti, cominciando così ad assaporare per primi i piaceri di quella che poi sarebbe divenuta routine: la vacanza, come rito sostitutivo, in grado di trascendere e compensare le frustrazioni della vita lavorativa.
Più precisamente si tratta di un rito espiatorio: si proiettano sulla mitica vacanza le privazioni subite e accumulate durante un anno di lavoro. E quanto più il lavoro sarà stato duro tanto più la vacanza dovrà essere liberatoria. Curiosamente, si cerca di “espiare”, divertendosi il più possibile, la “colpa” di aver dovuto lavorare duramente per vivere. Va qui sottolineato anche un altro aspetto tipico del comportamento rituale, quello della ciclicità o ripetizione: si deve assolutamente andare in vacanza, secondo una scansione regolare, altrimenti il dio-lavoro, se privato del sacrificio-espiazione annuale, potrebbe “vendicarsi” e diventare più odioso che mai.
Il riferimento a Blackpool, una specie di Rimini ante litteram, è calzante. Infatti, mostra come gli inglesi, oltre ad aver creato il capitalismo e il lavoro di massa, abbiano dovuto inventare, anche un rituale espiatorio per “purificarlo”: le vacanze di massa. Il lavoro capitalistico, così duro e poco gratificante soprattutto ai livelli più bassi, per essere accettato aveva bisogno di “valvole di sfogo”, dalle radici antiche. Di conseguenza gli inglesi, con le “ferie” retribuite e annuali, reintrodussero per primi l’antica ciclicità del rito all’interno di una società che credeva nel moderno progresso lineare. Il capitalismo si scusava coi lavoratori venendo a patti con gli antichi. Ma fino a un certo punto. Cerchiamo di scoprire perché.
In primo luogo, la vacanza di massa, proprio perché tale, risente dell’artificiosità del sistema economico moderno: il bene-vacanza è un bene di consumo come un altro. Non è mai frutto di esperienze spontanee, dirette e personali ma di pratiche indotte, collettive e impersonali. E come per gli elettrodomestici, si “compra” un certa vacanza, perché è già stata comprata da altri. E così via…
In secondo luogo, la vacanza di massa, a causa del nesso economico tra lavoro e non-lavoro (chi non lavora non va in vacanza) e della sproporzione tra tempo di lavoro (11 mesi) e tempo di vacanza (1 mese, o anche molto meno), si trasforma in un vero e proprio tour de force: ci si vuole “divertire” a tutti costi dal momento che è ritenuta “autentica” solo la breve vita del “vacanziere” e non quella “lunghissima” del lavoratore… E di riflesso si ritorna a casa più stanchi di prima.
In terzo e ultimo luogo, la vacanza di massa, al di là di una promiscuità tutta esteriore, recepisce e riproduce le gerarchie sociali esistenti. Per esempio già a Blackpool nel 1937 i beni-vacanza erano "modernamente" stratificati: stabilimenti balneari, suddivisi secondo i ceti sociali, e così ristoranti, negozi, eccetera. Oggi, nell’ anno di grazia 2008, nulla è cambiato: basta andare sulla riviera romagnola, ufficialmente aperta a tutti, per scoprire che esistono ristoranti e discoteche di serie A, B e C, che rifiutano l’ingresso a clienti ritenuti non all’altezza della “casa”. Pertanto anche in vacanza si finisce per ritrovare le stesse stratificazioni sociali, fonti di nuove invidie, frustrazioni e delusioni.
Comunque sia, se non ci fosse il “rito” delle vacanze di massa, il sistema potrebbe diventare ingovernabile. Le ferie estive favoriscono, in termini di consenso, la riproduzione sociale: la sopravvivenza “morale”, da un anno all’altro, del lavoratore-vacanziere. E ovviamente anche quella di un meccanismo economico basato sulla crescita dei consumi, e quindi pure del bene-vacanza…
E la coazione a ripetere, in termini di comportamenti sociali, è talmente forte che spesso ci si indebita pur di andare in vacanza “come tutti gli altri”.
Quali alternative? Poche. Restarsene a casa per riscoprire, turisti permettendo, gli angoli nascosti della propria città. Oppure, se si hanno poche primavere sulle spalle, si può, rompendo ogni indugio, partire zaino in spalla, con amici fidati, in cerca di “nuove frontiere”, soprattutto dentro di noi.

martedì, luglio 29, 2008

Ferrero e l’anticapitalismo
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La vittoria di misura di Ferrero indica la gravità della crisi in cui versa Rifondazione e tutta l’area che in qualche modo si riferisce ai valori del comunismo. Naturalmente nei riguardi del nuovo segretario è subito scattata l’accusa di estremismo e in particolare di anticapitalismo. Non sia mai..
Ora, non sappiamo quanto Ferrero sia sincero anticapitalista, dal momento che è stato ministro di un governo che aveva come Ministro dell’Economia Padoa-Schioppa, un fanatico neoliberista… Ma è dell’accusa di anticapitalismo che vorremmo qui parlare.
Si tratta di una definizione che ha puro valore retorico e politico. E che oggi viene principalmente usata per screditare un avversario. Con questa accusa si cerca di metterlo fuori gioco senza discutere la fondatezza delle sue critiche al capitalismo. Si parte da un pre-assunto di tipo totalitario: il capitalismo è il migliore dei mondi possibili e dunque non può essere criticato. Chiunque osi farlo va considerato nella migliore delle ipotesi un pazzo, perché “sputa” nel magnifico piatto in cui mangia, nella peggiore un criminale, perché va contro quelle che sono le giuste “leggi” che regolano la società capitalistica.
Pertanto non vorremmo essere nei panni di Ferrero. Ci auguriamo solo che la sua fede anticapitalista sia sincera e salda…
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P.S.
Quanto agli sconfitti, Bertinotti e Vendola, auguriamo loro che riposino in pace tra le braccia di Morfeo-Veltroni.

venerdì, luglio 25, 2008

Sport degli antichi e dei moderni

La morte di un alpinista famoso, Karl Unterkircher, ma anche di scalatori sconosciuti (ieri è addirittura mancata quasi un’intera famiglia(http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/incidenti-montagna/morti-monte-bianco/morti-monte-bianco.html), impone di riflettere, anche se sommariamente, sullo sport dei moderni, partendo però dal lontano, come siamo soliti fare.
Ad esempio spesso si discute sulle differenze tra politica degli antichi e dei moderni: la prima fondata sulla democrazia diretta e la partecipazione, la seconda su quella parlamentare e la delega. Ma possibile estendere questa classificazione anche allo sport? E così parlare di sport degli antichi e dei moderni? Riteniamo di sì. Anche se va subito fatta una precisazione: la parola sport è moderna e di origine inglese, risale al XV secolo e indica divertimento, svago o passatempo. Mentre, come è noto, per gli antichi, in particolare greci e romani, lo “sport” come attività fisica e ludica era soprattutto un fatto religioso e di perfezionamento fisico e interiore. Si gareggiava per gli dei della città ma anche per migliorarsi spiritualmente: la sfida riguardava se stessi e non doveva mai suscitare l’invidia degli dei. Oggi invece lo sport significa svago per gli spettatori, e denaro per chi lo svolge a livello professionistico. Permane l’elemento ludico, ma quel che conta è vincere per gratificare economicamente, non gli dei, ma lo sponsor e così guadagnare favolosi compensi.
Ma veniamo all’elemento della “delega”. Se il cittadino antico era spesso un ex atleta, il cittadino moderno è uno spettatore, che in nove casi su dieci non ha mai praticato lo sport che segue in tv. Ovviamente, il cittadino della Roma repubblicana, era anche un soldato, e come è noto, i soldati dovevano tenersi in perfetto esercizio fisico, praticando sport come la lotta e la corsa. Buoni esempi di sport “privi di delega”, che si ramificano fino al medioevo, sono quelle gare come il “lancio della palla”, molto simili alle moderne partite di calcio, cui partecipavano, durante feste e fiere, semplici cittadini ai quali si chiedeva solo di possedere forza bruta nei contrasti e potenza di piede.
Comunque sia, non bisogna idealizzare troppo lo sport degli antichi, né disprezzare quello dei moderni, o sottovalutare le possibilità di riscoprire antichi valori. Ad esempio, i cosiddetti “sport “estremi”, sono un ottimo esempio di fusione tra valori antichi e moderni. Pensiamo a discipline come il surf, il free climbing (la scalata di pareti di roccia senza l’ausilio di attrezzature alpinistiche), il rafting (la discesa su zattera di torrenti), lo sci estremo (la discesa solitaria su neve fresca e pendii molto ripidi), il parapendio, il paracadutismo a caduta libera. In queste nuove pratiche sportive, si recupera l’elemento della crescita, non solo fisica ma anche interiore: la competizione più che con l’altro è con se stessi. Quanto al pubblico, si tratta di gente che ha praticato in precedenza lo sport che segue: perciò chi “delega”, ha un passato da sportivo attivo, la delega non è mai passiva. Infine, intorno all’organizzazione delle gare e alla preparazione degli atleti aleggia uno spirito emulativo o di squadra, che coinvolge tutti: dall’artigiano che fabbrica le attrezzature ai preparatori atletici fino a cuochi e magazzinieri.
Ma quel che distingue queste attività, e ne rappresenta l’aspetto antico, è il principio che la pratica sportiva deve puntare all’ “autoperfezionamento interiore”: il bisogno (moderno) di superare i propri limiti viene così conciliato con un ideale (antico) di perfezione corporea, che ha nell’integrità fisica e nella pace con se stessi, gli strumenti per giungere alla conoscenza del proprio io.
Va però anche detto che per praticare questi sport ad alti livelli, occorre essere ben allenati. Di qui la necessità di addestrarsi in spazi artificiali (pareti di cemento, fiumi con portata d’acqua programmabile, piste sciistiche prefabbricate), e anche di ricorrere agli ultimi ritrovati della tecnica moderna (fibre di vetro e carbone, leghe speciali). Tutto questo fa crescere i costi e rende più difficile sottrarsi agli sponsor (e alla commercializzazione).
Non è perciò difficile ipotizzare che gli sport estremi potrebbero essere trasformati in potenti veicoli pubblicitari, puntati come cannoni verso una platea di spettatori-consumatori passivi. Una passività molto ambita proprio da sponsor commerciali e media. Tutti mossi da un’avidità di profitti che finisce per favorire il costante impiego di atleti professionisti, richiamati appunto dagli alti compensi, fissati dagli sponsor.
Il che purtroppo sta già avvenendo. Per impedirlo si dovrebbe tornare alla politica degli antichi. Ma questa è un’altra storia.

giovedì, luglio 24, 2008

Il libro della settimana: Nicola Vacca, Frecce e pugnali, Edizioni il Foglio, Piombino (LI) 2008, pp. 84, euro 10,00 – www.ilfoglioletterario.it – il foglio@infol.it

“Dove sono finite le parole che affondano come pugnali dritti nelle coscienze?” (p. 17), si chiede Nicola Vacca, critico letterario, scrittore e poeta in uno degli aforismi di questa sua densa raccolta intitolata appunto Frecce e pugnali (Foglio, Piombino (LI) 2008, pp. 84, euro 10,00 http://www.ilfoglioletterario.it/ – il foglio@infol.it ).
Ecco, dove sono andate a finire? Crediamo, tutte o quasi, in questo libro. Frecce e pugnali è una specie di corpo a corpo intellettuale, ma al tempo stesso carnale, con gli uomini e con Dio. E noi in questa recensione, pur ricordando che il libro è ricco di critiche al progressivo decadere di una “civiltà delle anime”, ci occuperemo in particolare del "duello" di Nicola Vacca con Dio.
Una lotta all’ultimo sangue, che non può non lasciare il segno nel lettore appassionato e in cerca di passaggi segreti, spesso angusti e scivolosi, verso l’Assoluto.
Perché, particolare non secondario, Nicola Vacca, pur battagliando con Dio, dalla prima all’ultima pagina, come nota tra le righe, anche Giordano Bruno Guerri nella sua solforosa introduzione, usa la maiuscola: Dio. E non per ragioni grammaticali…
Perché diciamo questo? Per la semplicissima ragione che riteniamo Frecce e pugnali, non un libro cioraniano, come in apparenza un lettore poco avvertito potrebbe credere. Ma un testo scritto da un “creatore di idee”, come lo definisce Guerri. Un poeta dell’anima che va oltre il pur raffinato nichilismo di Emil Cioran. Per farla breve: Cioran non interroga Dio, Vacca sì. Cioran, non si preoccupa del silenzio di Dio, Vacca sì. Cioran tace, Vacca geme e urla contro Dio.
Nelle quattro sezioni del libro: Alfabeto della Crudeltà ; La perfezione del male; Allegria del terrore; Dio lo scettico, la presenza del Dio dei cristiani è fitta fitta: “Dio gioca ai dadi con l’universo. Peccato che sia un pessimo giocatore” (p. 11); Però: “Siamo praticamente morti, ma paradossalmente qualcuno ci tiene in vita” (p. 13). Ancora: “Dio tradisce se stesso. Così nasce il male” (p. 15). Di più: “Dio non ascolta le nostre preghiere. Allora perché devo temere il suo giudizio universale” (p. 17). Ma a suo modo, Vacca, sembra, paradossalmente, ringraziarlo: “Non sono mai venuto in possesso del dono della fede, grazie a Dio” (p. 25). Per poi tornare a colpire: “Dio non parla perché è consapevole di non aver mantenuto nessuna delle sue promesse di felicità” (p. 28); Duro: “Il dolore è l’errore fatale di Dio” ( p. 29).
Ma ecco, un piccolo cedimento: “Dio è cattivo perché soltanto lui sa del dolore, della sofferenza, del male che si accaniscono” (p. 44). Per poi cadere addirittura nel blasfemo: “Dio nasconde sempre il suo volto agli uomini. Forse perché ha lo stesso aspetto del suo nemico Satana” (p. 45); o per approdare al rifiuto stesso del bene e del male cristianamente concepiti: “La morte di Dio e dei demoni. Non dovremmo pretendere altro per vivere meglio” (p. 53). Dal momento che “L’infelicità del credente nasce dall’attendere invano un intervento di Dio nelle azione umane” (p. 76); Tuttavia “Dio e lo scettico due pianeti che non si incontrano. Forse per questo hanno molte cose da raccontarsi” (p. 78). Perché in realtà “siamo disperatamente alla caccia di un Dio di cui non si riesce a sentire la voce. Dietro il suo silenzio non si nasconde il Nulla, ma una raffinata crudeltà” (p. 79).
Ecco, per tornare al parallelo con Cioran, Vacca sfida Dio, Cioran lo ignora. Il Dio dei cristiani, che non è il cattivo Demiurgo gnostico evocato da Cioran, c’è.
Ora, il vero punto della questione è se il corpo a corpo avrà un vinto e un vincitore. Difficile dire. Ma, comunque sia, sarebbe bello, deposti le frecce e i pugnali, vederli dialogare insieme, Nicola e Dio. In questo Mondo, s’intende. Chissà, forse già in un prossimo libro.

mercoledì, luglio 23, 2008

Il fascino della bandiera. dagli indigeni del Pacifico a Bossi

Secondo certa vulgata chi profana, magari bruciandola, una bandiera nazionale, o al contrario la esibisce troppo, fino a sacralizzarla, peccherebbe di tribalismo. Un’accusa terribile. Che oggi ha quasi lo stesso peso che aveva un’imputazione di eresia per il chierico medievale. Infatti per l’intellettuale politicamente corretto, “il Progredito Uomo Occidentale” sarebbe tale proprio perché, sfoga “civilmente” la sua “fame” di simboli, solo acquistando abiti griffati.
Quel che però è preoccupante è che ogni comportamento che si discosti da questa impostazione etnocentrica, venga poi regolarmente demonizzato: dagli striscioni e vessilli esibiti dai tifosi di calcio alle bandiere fatte orgogliosamente sventolare, per opposte ragioni, da pacifisti e fondamentalisti islamici.
Il punto è che un fenomeno sociale, così ampio e profondo, come il simbolismo della bandiera - ma anche quello legato al valore simbolico dell “inno nazionale” per riagganciarci alle polemiche di questi ultimi giorni provocate da Bossi - non lo si spiega degradandolo a una specie di anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo, di cui è disdicevole parlare. E da relegare nel museo della preistoria umana.
Al contrario, un evento come ad esempio la diffusione delle bandiere della pace, in bella mostra su molte finestre, indica un fatto importante. Che nel “civile” Occidente, il presunto bisogno tribale di identificazione tra causa e bandiera è ancora piuttosto forte. E che paradossalmente gli stessi “civili” pacifisti, come li definiscono i media, che marciano sotto i vessilli arcobaleno, spesso se la prendono, tribalmente, bruciandola, con la bandiera degli Stati Uniti…
Come spiegare allora la persistenza di certi simbolismi? Per Pareto e Durkheim - due distinti signori che si sono inventati dal nulla la sociologia moderna - bandiera e rituali connessi, non sono fenomeni “tribali”, ma rinviano a un fondo animistico, ancora presente e attivo nell’uomo. Un “basso continuo” che non è primitivo, antico o moderno. Ma che consiste nell’ innata capacità umana di considerare tutte le cose animate da spiriti vitali. E di ritenere il principio o i principi che le incarnano come una specie di forza superiore.
Detta così la cosa può apparire complicata. Ma facciamo un esempio. Tra gli indigeni del Pacifico, come tra i cittadini statunitensi, un drappo di stoffa in cima a un bastone, indica psicologicamente lo stesso fenomeno: per i primi, è un simbolo per celebrare il compimento delle operazioni di piantagione di tuberi commestibili in una area sacra e di proprietà collettiva; per i secondi è un simbolo per celebrare, ad esempio il Quattro Luglio, il compimento di un processo di indipendenza nazionale, che ha come oggetto un’area altrettanto sacra e di proprietà collettiva: la nazione. Per i due popoli ogni offesa alla “bandiera” è un’offesa a quel che c’è di più sacro e inviolabile: un territorio condiviso, che incarna collettivamente - ecco il fondo animistico - un principio superiore di unità e solidarietà, dotato di una forza propria, rappresentata appunto dalla bandiera. Va da sé che sia gli indigeni del Pacifico che gli americani puniscono chiunque profani la “bandiera”,e ovviamente seguendo modalità differenti.
Ma la profanazione rappresenta il rovescio della medaglia: la consacrazione della propria bandiera non esclude, anzi spesso implica la profanazione di quella altrui. Sacralità e profanazione vanno di pari passo (solo quel che è ritenuto sacro può essere profanato, e non sempre c’è accordo sul valore dei rispettivi “principi superiori”…) . Come nel caso di certi pacifisti, che pur battendosi per abolire ogni atto di guerra, finiscono per bruciare le bandiere altrui: un gesto simbolico decisamente contrario all’etica pacifista. Ma inevitabile. Dal momento che la sacralizzazione di una causa con una bandiera, implica automaticamente anche il rischio “antropologico” della profanazione.
Per fortuna, non tutti i pacifisti e i popoli si comportano così. Ma la persistenza di certi comportamenti “profondi”, si pensi al gestaccio di Bossi contro l'inno d'Italia, spiega quanto sia difficile trasformare culturalmente l’uomo. Insomma, non è facile per nessuno, “progredito” o meno, rinunciare a levare in alto la propria bandiera, e qualche volta “abbassare quella dell’altro.
Il che paradossalmente, visto che vale per tutti, da Bossi agli indigeni del Pacifico, potrebbe renderci più tolleranti. O no?

martedì, luglio 22, 2008

Fascismo? Basta la parola? No

Come è difficile in politica mettersi d’accordo sul significato di certi termini storici. Secondo Bossi sarebbe “arrivato il momento, fratelli, di farla finita" con lo Stato“fascista”, naturalmente italiano…(http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/politica/giustizia-8/bossi-pd/bossi-pd.html) . Per altri invece, soprattutto nella sinistra radicale, ad essere fascista, sarebbe l’attuale governo di centrodestra…
Che confusione. Diciamo allora, per aiutare l'onesta comprensione della verità, che il governo Berlusconi, sta mostrando un preoccupante atteggiamento autoritario (si pensi solo alla questione delle impronte ai bambini Rom). Mentre Bossi critica, a torto o ragione, il cosiddetto centralismo dello Stato italiano, che tutto sommato, ancora oggi resiste.
Ora, autoritarismo e centralismo posso essere ricondotti nell’alveo del fascismo italiano, quello mussoliniano, per essere chiari? Sì e no.
Sì, perché nel fascismo storico vi erano componenti autoritarie e centralistiche. Che in certo senso rappresentavano un legato del nazionalismo italiano e, ancora prima, della concezione accentratrice dello stato della Destra Storica (1861-1876).
No, perché il fascismo rinviava a un’ideologia gerarchica, imperialista, bellicista, dittatoriale , e secondo alcuni studiosi, addirittura totalitaria, visto che era fondato sulle ragioni ideologicamente invasive del partito unico (la dottrina del fascismo, il corporativismo, l'inquadramento di tutte le organizzazioni, eccetera).
E dal punto di vista logico quel che è vero e falso al tempo stesso, appartiene alla categoria dell' indeterminato. Il che significa che sia Bossi che i suoi avversari di sinistra assegnano al fascismo caratteristiche così annacquate, fino al punto di trasformarlo concettualmente, in una specie di otre vuoto all’interno del quale si può versare il vino poco sincero dell’invettiva puramente ideologica. Dove tutte - e si sottolinea tutte - le forme di centralismo e autoritarismo diventano seduta stante “fascismo”. Il che non è serio. E soprattutto pericoloso. Per quale ragione?
Perché implica la trasformazione dell’avversario politico in nemico assoluto, dal momento che l’accusa di fascismo muta, come in un rito di degradazione simbolica, colui che la riceve in una specie di pedofilo politico. Un “verme” che si può solo schiacciare. E qui si pensi soltanto alla valenza simbolica, ma anche agli effetti pratici (bombardamenti a tappeto, eccetera) dell’accusa di “islamofascismo” molto in voga oggi, purtroppo, tra i neocons americani e italiani.
Pertanto un modesto consiglio a coloro che nell'Italia di oggi continuano a farne largo e improprio uso: è giusto criticare, anche duramente Berlusconi e Bossi, ma è assolutamente sbagliato e pericoloso scagliare loro contro l’accusa di fascismo. Perché si rischia di creare una spirale d’odio politico dalle conseguenze imprevedibili. E crediamo che il compito degli intellettuali, a prescindere dalle scelte politiche individuali, debba essere quello di far ragionare le persone comuni. E non di usare le parole come pietre.
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P.S.
Ovviamente, le solite aquile della blogosfera, dopo aver letto questo post, ci accuseranno subito di berlusconismo e leghismo... C'est la vie, noi siamo solo poveri passerotti... E di questi tempi per essere linkati si deve parlare sempre e solo male di Berlusconi, Bossi e compagnia cantante.

lunedì, luglio 21, 2008

Il caso di Eluana Englaro. Qualche riflessione

Eluana Englaro, la ragazza di Lecco in coma da sedici anni dopo un incidente stradale, “adesso può morire”: i medici potranno staccare il sondino che la tiene in vita…
Scarne e involute le spiegazioni dei giudici della Corte d’appello civile di Milano. I quali sentenziano di “decisione inevitabile…vista la straordinaria durata dello stato vegetativo permanente e l’altrettanto straordinaria tensione del suo carattere verso la libertà e la sua visione della vita”. Più comprensibile, perché frutto di vero dolore, la prima reazione del padre, Beppino Englaro: “Ora la libereremo”. Meno altre sue dichiarazioni: “Non è eutanasia ma una scelta di libertà”; “Oggi ha vinto lo Stato di diritto”.
Due riflessioni.In primo luogo, la nostra società nega e nasconde la morte. Ai bambini si spiega che i nonni spariscono tra i fiori. I malati terminali spesso muoiono, isolati dal mondo, in apposite strutture ospedaliere. Mentre anzianità e la vecchiaia, ancora nell’Ottocento, erano vissute come graduale preparazione alla morte, oggi sono negate in nome, se ci si passa il sociologhese, di un ridicolo “giovanilismo eternista”. Perciò ora l’uomo è impreparato ad affrontare, come si diceva un tempo, una “una buona morte”, quale naturale conclusione della vita, o comunque, come passaggio a un’altra vita. Il che del resto è scontato, piaccia o meno, in una società, come questa, che nega l’Aldilà. E dove, di conseguenza, morire significa sparire e perdere le “dolcezze” consumistiche della vita: se il “paradiso” è in questo mondo, la morte non può non essere vissuta come un’ingiustizia ( e negata, o quanto meno scacciata )... Ecco però, che di colpo, Eluana Englaro - come già Piergiorgio Welby - con il suo corpo dolente, richiama tutti alla nuda realtà della morte.In secondo luogo, la nostra società è profondamente segnata dall’individualismo. Ma da un individualismo di tipo particolare, da alcuni definito “assistito” o “protetto” Nel senso che i diritti individuali devono essere ( e sono) garantiti da strutture pubbliche: dal potere sociale. L’individuo è libero di decidere ma all’interno di un “percorso” istituzionale e societario obbligato. Che in certo senso, finisce per condizionare, spesso pesantemente, la decisione del singolo. Si pensi alla tutela del diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione, affidata per legge ai controlli di occhiute e impersonali burocrazie. Si può perciò parlare di diritti individuali “vincolati” al riconoscimento di un potere sociale o pubblico, talvolta inefficiente, che si manifesta e concretizza attraverso leggi, giudici, regolamenti e funzionari.
Pertanto che significato può assumere, dinanzi “burocrazie” di cui sopra, parlare di una “scelta di libertà”, come fa appunto il padre di Eluana? Il quale, in buona sostanza, rivendica, davanti a una società che si illude di essere libera, il diritto individuale alla dolce morte.Quali conclusioni? La miscela tra rifiuto della morte e individualismo assistito, potrà condurre, prima o poi, solo a qualche cattiva legge, approvata magari in fretta, che riconoscerà a burocrazie legali e mediche l’ultima parola sulla vita di uomini e donne. Si pensi, ad esempio, alle difficoltà insite nella strutturazione stessa di protocolli medici “sicuri” in materia. Oppure al rischio di “routinizzazione” dell’ iter di accertamento medico-legale dei requisti per aver “diritto” alla “morte assistita” o “protetta” . Ma, allora, che fare? Difficile dire. Purtroppo, la sola scelta, è quella tra l’attuale divieto di darsi da soli una morte liberatoria e l’approvazione di una legge che deleghi a notai, giudici e medici un potere di vita e di morte sugli individui.Molti penseranno meglio una cattiva legge che nulla… Certo, ma può essere definito libero un individuo la cui sorte ultima rischia di dipendere dal potere sociale o pubblico?

venerdì, luglio 18, 2008

Le (dis)avventure di un povero lettore di “Famiglia Cristiana”
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Innanzitutto una sincera ammissione: non siamo lettori abituali di Famiglia Cristiana. Ma ci è bastato dare una scorsa agli ultimi tre numeri di luglio, acquistati per leggere Il cavallo rosso, capolavoro di Eugenio Corti, in distribuzione con la rivista, per capire lo stato confusionale in cui versa certa buona (?) stampa cattolica.
Non desideriamo infierire. E ci limitiamo a ricordare nell’ultimo numero, quello del 20 luglio, l’ampio servizio, con commenti ed interviste, dedicato alla tragedia di Federica Squarise, uccisa mentre era in vacanza con un amica a Lloret del Mar, una specie “divertimentificio”, all’insegna di balli e sballi, sulla Costa Brava.
Il tono generale dell’inchiesta è quello dei “consigli per gli acquisti”: giovani andate ma usate alcune precauzioni di ordine sanitario (nel senso della profilassi medica da seguire prima di partire) e alberghiero (nel senso che il low cost “a volte non paga”). Punto.
Ora, a noi non piacciono certi tromboni cattolici: quelli che pontificano sulla crisi dei valori, anche a proposito delle file alla posta, eccetera. Ma ci infastidiscono pure quei cattolici progressisti (?) che pretendono di combattere la “cultura dello sballo” consigliando di “girare in compagnia”, o di evitare “di dar retta a persone sconosciute, proprio come ci diceva sempre la mamma”. Oppure di chiedere, una volta sul posto, al tour operator o al personale alberghiero “a quali zone e strutture del posto bisogna prestare maggiore attenzione, e quali sono invece da evitare”…
A dirla tutta: per leggere queste cose non c’è bisogno di comprare Famiglia Cristiana . Dal momento che sono luoghi comuni da "turismo sicuro". Insomma perché acquistare un settimanale dichiaratamente cattolico, per poi sentirsi ripetere le stesse cose che si possono leggere sull’ Espresso o Panorama ? Dov’è la differenza?
Sempre che questa rivista non ritenga sufficiente per “mettersi in regola” con i valori cristiani, rieditare Eugenio Corti, acuto critico di quel cinismo dei corpi e delle menti che impregna il mondo in cui è avvenuta la tragedia di Federica. Ma Il cavallo rosso è un libro di 1200 pagine. Un romanzo storico dove si discute magistralmente di Provvidenza, Male e Libertà umana. E chi può farcela, in questa società del mordi e fuggi, a leggerle tutte? Di certo non le ragazze della stessa età di Federica.

giovedì, luglio 17, 2008

Lo scaffale delle riviste: “Letteratura - Tradizione”, n. 42, Primo Semestre 2008, speciale per gli ottant’anni di Giano Accame.


“Benvenuto nel quarto Ventennio!” , così l’anglista e studioso di Ezra Pound, Luca Gallesi presenta questo “speciale” di “Letteratura – Tradizione, da lui curato, per gli ottant’anni di Giano Accame, giornalista, storico e scrittore, molto conosciuto e apprezzato, a destra come a sinistra.
Ma lasciamo la parola a Gallesi:
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“Questo speciale contraddice il pessimismo poundiano: amici lontani geograficamente e anagraficamente si sono idealmente raccolti per rendere omaggio a un brillante e generoso protagonista della cultura italiana del dopoguerra che quest’anno compie quattro volte vent’anni. Intelligenza scomoda del Novecento, socialista tricolore e attento studioso di quel fascismo ‘immenso e rosso’ che si è invano opposto alla spietata dittatura del denaro, Giano Accame ha guidato con successo il mondo della cultura di ‘destra’ lontano dallo sterile reducismo, conducendolo allo studio e alla comprensione dei più significativi protagonisti della cultura europea: da Pound a Schmitt, da Evola a Marinetti, da Michels a Céline, da Blasetti a Pirandello a tutti gli altri proscritti, che hanno in realtà caratterizzato profondamente il pensiero del Ventesimo Secolo dalla letteratura al cinema, dalla politica all’economia, dalla filosofia al teatro, dalla giurisprudenza alle arti figurative. Della sua bibliografia trattano diffusamente molti degli autorevoli contributi che sono stati qui raccolti, che sono stati divisi in tre sezioni, una di tributo accademico scientifico, Omaggio , una parte idealmente autobiografica, Testimonianze, seguita dalla sezione Universale, opera di studiosi esteri che abbiamo voluto mantenere nella lingua originale. ‘Il Paradiso d’un uomo/è la su buona natura’ ricorda ancora Pound nel Canto XCIII e di questo paradiso nei godono tutti i suoi amici”.
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Lo “speciale” ospita scritti di Massimo Bacigalupo, Claudio Bonvecchio, Luigi G. de Anna, Simone Paliaga, Giuseppe Parlato, Caterina Ricciardi, Mario Bernardi Guardi, Giuliano Borghi, Mary de Rachewiltz, Gianfranco de Turris, Giorgio Galli, Carlo Gambescia, Luciano Garibaldi, Sandro Giovannini, Mario La Floresta, Sergio Pessot, Luca Leonello Rimbotti, Marcello Staglieno, Piero Vassallo, Marcello Veneziani, Ernesto Zucconi, Alain de Benoist, Tim Redman, Demetres P. Tryphonopoulos.
Lo speciale si arresta a pagina 54. Dopo di che “Letteratura – Tradizione”, nelle rimanenti duecento pagine (circa), offre il fittissimo fuoco di fila delle sue intriganti rubriche, divise in sezioni, tra le quali vanno segnalate, senza per questo far torto alle altre: “Il movimento delle idee” a cura di Stefano Vaj; “Fondazione Evola" a cura di Gianfranco de Turris; "Pagine del modernismo", a cura di Caterina Ricciardi; “Simbolica della politica”, a cura di Claudio Bonvecchio; “Poesia”, a cura di Miro Renzaglia.
Fra i numerosi e interessanti contributi ricordiamo in particolare il solforoso articolo di Antonio Pennacchi ( Poesia, metrica e preghiera. Appunti sul decasillabo manzoniano, pp. 89-92), dove al di là del titolo piuttosto tecnico, non si parla solo di Manzoni, come appunto è costume del geniale scrittore "pontino"… Nonché l'avvincente articolo-saggio sul nichilismo del filosofo e storico delle idee Giovanni Sessa, ( Sul nichilismo: prospettive dal e oltre il nulla ,pp. 161-177), ricchissimo di vedute originali, spunti e indicazioni bibliografiche. Notevole infine l’ottima messa a punto di Marco Rossi, storico e scrittore (Alcuni problemi fondamentali di storia dell’esoterismo, pp. 218-221), dove si evidenzia l’importanza di studiare questo fenomeno sotto l’aspetto scientifico. E ci permettiamo di aggiungere, da sociologi, anche sotto il profilo di una teoria dell’azione sociale, come dinamica di gruppi portatori di una visione a metà strada tra il sapere tradizionale e la razionalità di scopo tipica di ogni gruppo organizzato.
Il fascicolo si chiude con la “Sezione artistica” curata Gian Ruggero Manzoni, dedita alla scoperta di ammaglianti “sollecitazioni visive”, e dunque ricchissima di disegni e illustrazioni, anche a tutta pagina e a colori. In questo numero Gian Ruggero Manzoni si occupa di Acciaio su legno: l’attacco e la difesa nelle opere di Anna Baraldi (pp. 227-232); Carlo Alberto Consani di Architettura e natura (pp. 233-238); Sandro Giovannini di Istallazioni creative (pp. 239-241).
“Letteratura - Tradizione” , diretta dal poeta, scrittore e, come dire, vero artista a tutto tondo, Sandro Giovannini, può essere richiesta ai seguenti indirizzi: Heliopolis Edizioni, Viale della Vittoria 231, 61100 Pesaro (PU) - info@heliosedizioni.comsandrogiovannini@aliceposta.it . Il costo di un abbonamento annuo (due fascicoli di circa 250 pagine) è di 50 euro. E non per fare pubblicità, ma la rivista di Sandro Giovannini li vale tutti.

mercoledì, luglio 16, 2008

Che cos’è l’inflazione? Qualche riflessione sociologica

Che cos’è l’inflazione? E soprattutto da un punto di vista sociologico? Cerchiamo di capirlo insieme.
Come un terremoto l’inflazione apre voragini sociali, inghiotte classi e ceti, distrugge patrimoni, stati, imperi. Nella Roma vincitrice di Cartagine elevò i Cavalieri, prestatori di denaro, e iniziò a erodere le laute rendite del patriziato. Nel tardo Impero, il problema di pagare le truppe, attraverso successive riduzioni del contenuto metallico delle monete, rovinò i Cavalieri, ormai “imborghesitisi” e il notabilato provinciale, oppresso da tasse elevate e dalla caduta del potere d’acquisto. Nel XVI secolo l’afflusso di metalli preziosi dall’America distrusse l’economia spagnola: l’oro facile svuotò le campagne e le casse imperiali, disabituò al lavoro un intero popolo, che quando il flusso si interruppe, credeva ancora di poter vivere di rendita. All’inizio del XIX secolo l’inflazione provocata dalle guerre napoleoniche divorò quel che rimaneva delle rendite terriere aristocratiche e favorì l’ascesa di una rapace borghesia degli affari. La guerra civile americana, e l’inflazione che ne seguì (dovuta al cambio delle moneta imposto dal Nord vittorioso), cancellò le aristocrazie sudiste.
Ovviamente alle inflazioni si accompagnano le deflazioni: fasi di brusca diminuzione dei prezzi. Che essendo in gran parte causate anche da un senso di scoraggiamento generale verso il futuro rischiano di sfociare in periodi di stasi economica e poi in sommosse, rivoluzioni e persino guerre, come negli anni Trenta del Novecento.
Va però ricordato, che con l’avvento del capitalismo consumistico post-1945 (dal credito facile), l’alternanza tra inflazione e deflazione si è interrotta o comunque si è fatta più episodica, almeno fino alla seconda metà degli anni Ottanta. Periodo in cui si è affacciata una nuova spirale inflazionistica con successive, pur lievi, cadute deflazionistiche.
Attualmente i prezzi, soprattutto a far tempo dal passaggio "obbligato" all’Euro, sono in crescita. Niente che per il momento riporti ai fenomeni storici di cui sopra, ma sicuramente è in atto, come dire, un sommovimento sociologico, composto di tante piccole scosse, avvisaglie o sintomi appena percettibili. Ma il terremoto, il maledetto terremoto sociale, che ogni inflazione porta con sé, è purtroppo nell’aria. Di qui l’ attuale atteggiamento restrittivo della BCE. A dire il vero poco responsabile, perché i suoi dirigenti ignorano, o fingono di ignorare (per favorire servilmente il dollaro e l'economia americana), i bassi tassi di sviluppo europei (si pensi ai recenti cali di produttività...). Anche a rischio di soffocare la ripresa economica europea, a causa del crescente costo del denaro.
Ma torniamo alle avvisaglie.
Il primo sintomo è la sfiducia delle classi medie a reddito fisso verso la crescita del proprio potere d’acquisto: operai specializzati, dipendenti pubblici, quadri intermedi, statali e privati. Purtroppo, come già si scriveva nel Cinquecento, il primo segno di inflazione è rappresentato dalla sensazione che intorno a noi tutto aumenti. Una specie di sintomo dell’assedio, avvertito psicologicamente da chi non abbia altre entrate, come un pensionato pubblico ( monoreddito, come si dice...) . Dopo di che, per contagio sociale, la sensazione di diffonde, provocando ulteriori aumenti dei prezzi, e preparando la successiva deflazione ( che sarà tanto più dura quanto più elevato il tasso di inflazione).
Un secondo sintomo è il consumismo euforico che distingue lo stile di vita delle classi a reddito variabile: imprenditori, professionisti, industriali, grandi distributori, operatori del “lusso” e della finanza. I quali assecondano l’ascesa dei prezzi, e vivono come tutte le classi sedute su un vulcano acceso, molto al di sopra dei mezzi disponibili, convinte e fiere della giustezza del loro stile di vita, ma ignare che la successiva deflazione può sancirne la sparizione.
Il terzo sintomo è l’incapacità dei governi.
In primo luogo, come mostra la vicenda dell’Euro (il cui cambio troppo elevato ha penalizzato monete debole come la Lira), si registra una sudditanza totale nei riguardi dell’economia, come accadeva nella Spagna del Cinquecento. Se i re spagnoli erano nelle mani di voraci prestatori di denaro, i governi di oggi sono prigionieri di banchieri ed economisti (con alcune eccezioni..,) al servizio dei poteri forti. In secondo luogo, molti governi mostrano di non voler o saper affrontare adeguatamente i problemi di coloro che hanno redditi saltuari o non ne hanno affatto: una massa di poveri (disoccupati, pensionati sociali, immigrati, eccetera) destinata perciò a crescere e, purtroppo ad assorbire i nuovi poveri (i ceti medi declassati da una più che probabile ripresa della spirale inflazione-deflazione).
Classi medie in difficoltà, ceti ricchi irresponsabili, governi imbelli, povertà crescente. I sintomi ci sono tutti, come del resto mostrano le statistiche sociali. La terra potrebbe perciò iniziare a tremare di nuovo e sul serio.

lunedì, luglio 14, 2008

La crisi della sinistra. Un risata “vi” o “li” seppellirà?

Oggi in Italia possiamo distinguere quattro sinistre.
La prima è quella riformista incarnata dal Pd di Veltroni che sostanzialmente vuole liberalizzare l’economia, sulla scia del blairismo. Vuole trattare con Berlusconi.
La seconda è quella legalista, sempre di derivazione riformista. Impersonata da girotondi e "ceti medi riflessivi” (pochi per la verità...) E che si riconosce in un contraddittorio "più mercato più regole". Vuole sbattere Berlusconi in prigione.
La terza è quella radicale. Che non è riformista ma neppure rivoluzionaria. E’ contraria alle liberalizzazioni, ma manca di programmi alternativi. Vuole sbattere Berlusconi in prigione.
La quarta è quella dei comici. Non ha alcun programma politico preciso. Vuole però sbattere Berlusconi in prigione.
E’ perciò abbastanza chiaro che nell'insieme la sinistra non ha alcun programma economico chiaro se non di tipo liberista, come nel caso di riformisti e girotondi, fondato perciò sui tagli e la flessibilità. Dal momento che quello della sinistra radicale resta assai confuso. Visto che pretende di coniugare il welfare, fondato sullo sviluppo, con elementi di economia della decrescita.
Su questa confusione, certo a sfondo neoliberista, piovono come grandine le risate provocate dalla sinistra dei comici. Che irride il centrodestra, senza però fornire - ma del resto non è suo compito - concrete soluzioni alternative. Il punto è che le battute fanno ridere, ma, appunto perché tali, semplificano troppo le cose. E alimentano il qualunquismo (quello del “Basta che sparisca Berlusconi, eccetera eccetera”).
Diciamo però che tre componenti su quattro della sinistra (legalisti, radicali e comici) sono d’accordo solo sul fatto che Berlusconi debba essere subito sbattuto in prigione. Mentre quella riformista nicchia.
Il che, come programma per cambiare l’Italia, è a dir poco stringato. O no?
Perciò sussiste il rischio che le risate - a differenza di quanto si diceva un tempo - finiscano per seppellire solo una sinistra in stato confusionale. E per alcuni comatoso.

venerdì, luglio 11, 2008

Ancora su Tremonti, Berlusconi, eccetera. Risposta "collettiva" ai commenti di ieri (*).
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Cari lettori, il post di ieri ha creato scompiglio. Mi sono piovute addosso accuse di “Tremontismo”… E anche qualche battuta sarcastica, che però ho già perdonato. Ho trovato particolarmente interessante, tra gli altri, l’analitico intervento di Carlo Bertani. Senza dimenticare quelli altrettanto accurati di Albcor.
Bertani però espone alcune idee e dati interessanti, ai quali non saprei come rispondere, anche a causa del suo dettagliatissimo post del 10 luglio ( "Dalla Luna alla Terra" - http://carlobertani.blogspot.com/ ) sulle prime misure concrete, prese per ora, dal governo di centrodestra.
Dunque touché. Anche se caro amico, se mi passi il tono personale, credo che prudentemente, sempre se si desidera restare uomini di studio ( sine ira et studio, per dirla con il vecchio Tacito), si debba aspettare per giudicare quel che combinerà, in particolare, Tremonti. Insomma, come si dice al biliardo, "calma e gesso". Dal momento che ancora oggi i giudizi (storici) su Crispi rimangono discordanti... Figurarsi per un governo in carica da meno di due mesi. Certo, il "buongiorno si scorge dal mattino". Ma un adagio, seppure antico e saggio , resta pur sempre un adagio . E noi due, caro Bertani, benché immeritatamente, facciamo parte del mondo degli studiosi. Se vuoi liberi e indipendenti, ma stu-dio-si. O no?
Su un punto però mi permetto di farti una lieve ed amichevole critica: quello dell’appartenenza o meno alla massoneria di alcuni politici dei quali discuto nel post d ieri. Nodo importantissimo, ma sul quale, amico Bertani, ritengo difficile basare un’analisi sociologica. Siamo per dirla con Popper, nel regno dell'infalsificabilità: perché, probabilmente, troveremo risposte solo nell' Altra Vita ( o se preferisci dopo un congruo numero Reincarnazioni…). Del resto neppure Mussolini, attivissimo - pure troppo - dittatore e nemico giurato della massoneria, riuscì a cavare un ragno dal buco in merito… Figuriamoci oggi. Però capisco e rispetto la tua posizione, frutto di un sincero slancio civile e amore per l’Italia. Pertanto, e a prescindere da quanto appena detto, prometto che mi applicherò di più: le mie letture sulla massoneria sono ferme al libro di Mola...
Venendo all’attuale Ministro dell’Economia, diciamo che di Tremonti - anche per rispondere al gentile Roberto Murgia (puoi chiamarmi tranquillamente Carlo, la Rete è democratica e antiborghese, siamo tutti sullo stesso piano, non ci sono professori, dottori, eccetera: si deve essere giudicati per ciò che si scrive. Punto) - mi hanno colpito, al di là della questione tecnica sulla fattibilità della Robin Tax (sulla quale in precedenza anch'io avevo avanzato dubbi), alcuni aspetti di metodo: il pragmatismo, che, si parva licet componere magnis, rinvia alla tradizione italiana di eccellenti statisti liberali, come Cavour, Giolitti, Einaudi; lo storicismo economico, che rinvia a List piuttosto che a Keynes, come capacità di relativizzare i diversi sistemi ( a questo proposito vi invito a leggere libri di Tremonti: Draghi, ad esempio, non relativizza un bel niente e ripete a pappagallo la stessa lezioncina: mercato-mercato-mercato). E in terza battuta il suo ritenere la decisione politica superiore a quella economica: tesi in cui avverto echi schmittiani. E chi mi legge sa quale stima nutro verso il grande Machiavelli tedesco.
Su questa base, come dire di metodo, poggia un’altra mia convinzione, ampiamente illustrata nei post dei giorni precedenti, che se cadesse Berlusconi - visto lo stato confusionale in cui versa la sinistra - potremmo ritrovarci con un governo ancora più impopolare, con a capo uomini di totale fiducia dei poteri forti: se si vuole un esecutivo Pane e Mercato, e non Pane, Stato e Mercato, come sostiene Tremonti, che probabilmente proprio per questa sua posizione è disistimato dai poteri forti, come ha già dimostrato Giuseppe Maneggio. E così “fine delle trasmissioni” democratiche in Italia. Ovviamente, è una "mia" convinzione. E perciò discutibilissima. O per dirla ancora una volta con Popper: falsificabile.
Naturalmente Tremonti, sul piano ideologico, resta filoamericano (ma attenzione è un pragmatista in politica, e dunque “potrebbe”, uso il condizionale, cambiare cavallo…), e tutto sommato, pur storicizzandola, fedele all’economia di mercato. Ma riveduta e corretta attraverso interventi pubblici, anche di natura protezionistica e antispeculativa, come scrive nei suoi libri e “promette di fare”.
Certo, tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare… e anche il Cavaliere, notoriamente chiuso nei suoi egoismi familistici
Però ecco, dal punto di vista dell’analisi metapolitica e sociologica, nei riguardi di Tremonti, almeno per ora consiglierei una sospensione del giudizio… Ovviamente posso sbagliarmi. Di qui la mia disponibilità a ricredermi.
Amici lettori, sia chiara una cosa, questo non è un blog politico contro qualcuno, ma è un blog metapolitico per o con qualcuno: rivolto ad analizzare la realtà politica, economica, culturale e sociale che circonda tutti noi (e a volte assedia). Si forniscono strumenti conoscitivi, grazie ai quali, i lettori - mi auguro - possano fare scelte politiche consapevoli e a trecentosessanta gradi. Perché, attenzione, senza metapolitica, come spiego nell’Url, si può fare solo cattiva politica.
Naturalmente anch’io sono pieno di pregiudizi. Ad esempio sono antiamericano, antiutilitarista. E cattolico. “Scelta” che ad alcuni di voi può apparire “di parte”. Inoltre, “metodologicamente” (altro difetto, mi piacciono i paroloni in sociologhese…), in quanto studioso di sociologia, tendo a privilegiare la foresta sugli alberi: le costanti collettive generali sui comportamenti individuali. O se volete l’universale sul particolare. E quindi molte cose mi sfuggono.
Però credo che riconoscere i pregiudizi personali e cercare di “tenerli a bada”, quando si fa analisi sociale e metapolitica, sia già qualcosa. Come, ad esempio ha osservato, anche il caro Antonio Saccoccio.
Grazie, per avermi seguito fin qui. E un caro saluto a tutti.
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I nomi dei commentatori citati sono in neretto.

giovedì, luglio 10, 2008

Draghi contro Tremonti. Che c’è sotto.
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Tremonti è uno che la sa lunga. Anche Draghi, tutto sommato, “ci coglie”. E perciò lo scambio di battute a distanza sul Dpef, tra i due, di qualche giorno fa, è tutto sommato interessante per cogliere due differenti visioni dell’economia e del ruolo della politica. E anche per una "full immersion", per quanto veloce, nel mondo dei poteri forti.
Draghi, diciamo, è un mercatista. Per il Governatore della Banca d’Italia, il mercato viene prima di ogni cosa. Draghi, pur non credendo nella provvidenza divina crede in quella della mano invisibile del mercato: domanda più offerta e vai con tango. Tremonti, per sua stessa ammissione, è un liberale pragmatico, “listiano” (lasciateci sdottoreggiare….): da Fiedrich List, un economista tedesco vissuto nell’Ottocento, che sosteneva che il libero mercato, soprattutto se nazionale, per crescere doveva contare sull’aiutino dello Stato, in termini di investimenti pubblici e alte tariffe doganali. Di qui la pubblicazione di un libro molto tosto: Il sistema nazionale di economia politica (1841). Che Tremonti ha imparato a memoria, al contrario di Draghi, che invece lo ha lasciato rosicchiare dai topi nella soffitta della sua casa di campagna…
Ma, scendiamo dalla stelle alle stalle e mettiamo Draghi e Tremonti a confronto sul Dpef governativo (si veda la repubblica del 3 luglio 2008) :
Secondo Draghi: “La politica economica deve ora abbattere il debito e contribuire alla ripresa della crescita con servizi pubblici migliori e una riduzione del carico fiscale”. Insomma la solita musichetta mercatista: zum-zum-zum-zum. In particolare, per il governatore, “la riduzione delle aliquote d'imposta gravanti su lavoratori e imprese rafforzerebbe gli interventi volti a dare sostegno alla crescita”. Ma Draghi non indica “quali interventi”… Questo intervento - però prosegue - “diminuirebbe le distorsioni dell'attività economica e migliorerebbe la posizione competitiva delle nostre imprese”. E ti pareva… Inoltre “qualora si delineasse un andamento congiunturale più favorevole di quello atteso” di “restituire il drenaggio fiscale per sostenere il reddito disponibile delle famiglie”. Che generosità.
Secondo Tremonti: “Le coordinate economiche del Dpef sono state sviluppate sotto il vincolo della grave crisi economica in atto in Italia e nel mondo. Negli anni passati siamo stati accusati di non essere pro mercato, adesso molti si interrogano sui limiti del mercato” Nell'estate del 2007 - continua il Ministro dell’Economia “qualcuno aveva parlato di una crisi soltanto finanziaria, senza effetti sull'economia reale. Adesso si scopre che è la crisi più grave dal dopoguerra con effetti non limitati al solo campo finanziario, ma estesi anche alla vita della gente”.
La “botta” è per Draghi, che fino a qualche tempo fa definiva la crisi mondiale esito di eccessivo interventismo pubblico. E non, come era e com’è, di un neoliberismo sfrenato, con addentellati (lasciateci parlare difficile…) speculativi. “Io ho i titoli – conclude Tremonti - per discutere di questo, altri non hanno i titoli morali perchè hanno concorso a creare il male che sta arrivando”. Insomma, primo tempo, Tremonti 1 - Draghi 0…
Ovviamente anche il Ministro dell’Economia è favorevole, se avremo un ritorno di sviluppo e ricchezza, a redistribuire quest’ultima “in termini fiscali a favore di redditi da lavoro dipendente, delle pensioni e della famiglia. Si tratta di un impegno che pensiamo di formalizzare e prendere prima dell'estate”. Bravo.
Però il punto è che Draghi, da buon mercatista, non apprezza la Robin Tax, come ha ribadito anche ieri (http://www.repubblica.it/2007/10/sezioni/economia/draghi-bankitalia/draghi-abi/draghi-abi.html
Draghi sta dalla parte delle grandi imprese. E gufa, dicendo che le banche “scaricheranno” questa tassa sui clienti, aumentando l’importo delle commissioni, eccetera. Ma Draghi, al tempo stesso, non accetta neppure, da seguace della mano invisibile, quella politica di investimenti pubblici nelle infrastrutture sociali (e al conseguente sganciamento della spesa socialmente utile dai vincoli di bilancio pubblico, imposti, a suo tempo, da Maastricht), in cui crede Tremonti. Però al tempo stesso Draghi si è detto favorevole alla decisione della Bce di aumentare i tassi di interesse. Perché proteggerebbe i salari... In realtà sono pure "fantasie", perché come ha notato Joseph Halevy sul Manifesto:
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"Se l'aumento dei tassi risultasse efficace la riduzione dell'inflazione avverrebbe attraverso la produzione, l'occupazione e la deflazione salariale, comportando un'ulteriore perdita del potere d'acquisto dei salari. A parità di condizioni, un costo del denaro più alto rallenta sia la domanda di investimenti, effettuati tramite il credito, sia la domanda di crediti da parte delle famiglie. La domanda globale ne soffre. La stagnazione della domanda può frenare sostanzialmente la spinta dei prezzi ma solo se questa proviene dall'interno dell'economia. Se invece la fonte è nelle materie prime e nelle derrate alimentari, i costi unitari di tutti i produttori continueranno a lievitare http://www.ilmanifesto.it/Quotidiano-archivio/09-Luglio-2008/art36.html
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Di qui, crediamo, l'importanza di misure antispeculative come la Robin Tax, che tocca le materie prime. O almeno la coraggiosa necessità di tentare... Di fare qualcosa insomma. Invece di schierarsi, pavlovianamente con i poteri forti, come fa Draghi. Che attenzione, qualora cadesse Berlusconi, potrebbe succedergli alla guida di un governo tecnico che farebbe a polpette gli italiani. Il che spiega anche il frenetico e sospetto attivismo di Draghi, proprio in questi giorni.
Ora, ammesso che il pragmatismo liberale e “listiano” del Ministro dell’Economia sia la strada giusta, riuscirà il nostro "eroe" a introdurre elementi di interventismo pubblico, non diciamo nell’ immediato (la prossima finanziaria), ma nei prossimi quattro anni di governo? Riuscirà Tremonti a convincere i mercatisti della Bce, che certi investimenti pubblici in campo infrastrutturale sono fondamentali per la ripresa economica? Riuscirà Tremonti a convincere i poteri forti che sono dietro la finanza europea, che la speculazione finanziaria va combattuta con ferrei controlli sui movimenti di capitali speculativi e sulla rinuncia a conseguire profitti a breve termine?
Per il momento Draghi, in Italia, gli rema contro. E con lui personaggi come Bersani, legati alla sinistra dei buoni affari. Uno che da ministro voleva privatizzare anche l’Arma dei Carabinieri: che ex comunista, però eh?… E che infatti ha subito attaccato, definendola statalista, la politica dell’attuale Ministro dell’Economia
Che dire? Speriamo che Tremonti, come l’Arma dei Carabinieri verso la Patria, resti fedele, non diciamo per secoli ma almeno per una legislatura, al suo antimercatismo. Speriamo.

mercoledì, luglio 09, 2008

Estate. Il vecchietto dove lo metto?
Quando si deciderà di prendere le impronte anche agli anziani? Paradossalmente potrebbe anche essere un modo per interessarsi a chi d’estate rimane solo in città. E di cui ci si ricorda solo in campagna elettorale, per strappare qualche voto, promettendo il classico aumento delle pensioni.
Le indagini confermano che il periodo più duro per l’anziano è quello estivo. Quando i già tenui legami familiari diventano ancora più flebili. Le “grandi vacanze” segnano un punto di rottura anche negli affetti. E soprattutto, come nel caso di molti anziani sull’orlo della vecchiaia, con pochi di mezzi, si finisce per restare soli. O in amara “compagnia”, se esistono infrastrutture sociali e culturali, di altri coetanei, a loro volta, vittime sacrificali dell’egoismo vacanziero dei figli. Che cosa resta all’anziano solo in città? La televisione ( che di gran lunga è il “passatempo” preferito). Tenuta accesa, spesso, per più di otto ore giornaliere, in particolare, pare, dagli under settantacinque. Un dato, purtroppo confortato, dalle cosiddette morti domestiche, dove spesso il corpo senza vita di un “nonno” o di una “nonna”, viene ritrovato dopo alcuni giorni dalla morte, davanti a una televisione urlante e indifferente. E con il telecomando “abbandonato” sul vecchio divano, tanto per citare Franco Battiato.
Ora, senza pretendere di volare troppo alto, si può però dire che la “questione anziani” è legata all’uscita “dal ciclo produttivo” dell’uomo-anziano, in genere tra i sessanta e i sessantacinque. A quel punto, se non si hanno mezzi economici congrui, si corre il rischio di uscire dal circuito della socialità. Perché gli impegni degli anziani si rarefanno, a mano a mano che entrano nel ciclo della vecchiaia, dopo settanta. Mentre figli, a loro volta, molto impegnati e soprattutto se privi di prole in età scolare da affidare ai nonni, si allontanano in misura crescente dai padri ormai vecchi…
In genere dopo i settant’anni, la socialità tra padre e figli, si riduce al minimo di una telefonata giornaliera, se non settimanale. Restano le feste del ciclo religioso e familiare, che vengono però festeggiate sempre più di rado in famiglia. I figli, in fuga da un lavoro spesso oppressivo, preferiscono gli amici coetanei, oppure l’isolamento a livello nucleare (marito, mogli e figlio). in qualche località turistica.
E d’estate, come si diceva all’inizio, il quasi isolamento dell’anziano, rischia di risolversi in emarginazione, esistenziale. Alla quale non sempre possono porre riparo i servizi sociali, attraverso forme di assistenza periodica domiciliare (dal latte alle medicine, eccetera). Dal momento che si tratta di forme di socialità, su basi burocratiche. Si dovrebbe invece ricreare intorno all’anziano il circolo virtuoso della comunità familiare e di vicinato.
Ma dove trovare oggi persone disposte a donarsi all’altro? A dare qualcosa all’altro in cambio di nulla? Ecco il vero problema.

martedì, luglio 08, 2008

Immaginando il dopo-Berlusconi... Solo un brutto incubo? Mah...

Oggi proviamo a tratteggiare un ipotetico dopo-Berlusconi. Naturalmente partendo dai motivi sua caduta.
Dunque, a causa di una serie di raccomandazioni a sfondo sessuale, Berlusconi è costretto dimettersi, e con lui il governo di centrodestra. Repubblica e soci esultano. Napolitano manifesta subito la sua contrarietà a nuove elezioni: “La difficile situazione economica non le consente, prima di tutto il bene dell’Italia”. Viene chiamato Draghi a formare un governo "tecnico" di “salvezza nazionale" (alla Banca d'Italia, grazie a una rapidissima riforma statutaria è chiamato Bazoli di Banca Intesa-San Paolo). Nel nuovo governo entrano ( e rientrano) tecnici graditi a FI, al Pd, An e Casini si accodano ( Spaventa, Boeri, Rossi, Monti, Brunetta, Baldassarri). Ma anche rappresentanti del mondo economico (Montezemolo, Caltagirone, Abete). Mentre vengono fatti fuori politicamente Di Pietro, Lega e tutti gli altri, grazie ad altre intercettazioni… I girotondini restano con un palmo di naso. Le richieste, peraltro formali, della sinistra radicale, ormai ridotta a ruota di scorta delle non numerose giunte locali di centrosinistra, non vengono tenute in alcuna considerazione, o tacitate con incarichi retribuiti, ai vari "leaderini", nella macchina amministrativa regionale, comunale e provinciale... Al Nord viene inviato l'esercito per reprimere qualsiasi tentativo di protesta leghista. Il Sud invece viene "appaltato" agli "Amici degli Amici". Onu, Ue e Stati Uniti approvano.
Il nuovo governo, oltre a rinnovare con la Bce il suo impegno a una politica di rigoroso contenimento della spesa pubblica, manifesta la sua fedeltà agli Stati Uniti, accettando di inviare altre truppe italiane in Afghanistan e altrove. Gli Usa si compiacciono. L'Onu e l'Ue pure.
Viene varata una riforma elettorale, che, introducendo il limite del 10 per cento, penalizza definitivamente i partiti “minori” e rafforza il potere dell’esecutivo. Che per governare può ricorrere all’uso del decreto-legge, però convertibile, per ragioni di sicurezza nazionale, entro due anni dalla sua adozione, rinnovabili per altri due... Viene totalmente privatizzata l’economia italiana, dando in pasto quel che resta del pubblico, soprattutto sul piano locale, ai grandi monopolisti interni e internazionali. Favoriti gli investimenti borsistici di ogni genere. I sindacati trasformati in holding di investimenti azionari, capace di far fruttare i soldi degli iscritti. Aumentati del 500 per cento gli stipendi dei magistrati. Ai Rom viene preso il Dna... Onu, Ue e Stati Uniti approvano.
Intanto Forza Italia, Partito Democratico, Alleanza Nazionale e UDC si fondono in un unico partito e preparano il terreno a nuove elezioni… Berlusconi, "finalmente" e "giustamente" riabilitato (" Ah, Berlusconi... solo un inguaribile e distinto rubacuori", scrive Repubblica ), viene nominato presidente ad honorem del nuovo partito, Veltroni segretario, Casini e Fini vicesegretari. Il nome del nuovo partito è Democrazia Laico-Cristiana (DLC). Ed Emma Marcegaglia è scelta, in omaggio alle femministe, come candidato a Primo Ministro. La nuova forza politica dispone di sette televisioni: Rai, Mediaset e LaSette… Che propongono all'unisono l'immediata elezione di Berlusconi alla Presidenza della Repubblica, anche per "risarcirlo moralmente" . Aumentando, non i suoi poteri, ma vista la sua "giovane età", la durata del mandato a quattordici anni. E poi si vedrà... Il Cavaliere accetta per spirito di servizio. Anche perché finalmente può occuparsi del cerimoniale quirinalizio... Insomma, il "vecchio leone", come scriverebbe Ferrara, ormai privo di denti, si accontenta di un "Buen Retiro" di lusso... Onu, Ue e Stati Uniti approvano.
E, ovviamente, su questi basi, la DLC non può non vincere le elezioni, che infatti si tengono di lì a due anni. E grazie anche al premio di maggioranza del 45 per cento, introdotto dalla nuova legge elettorale. E così governare l’Italia, nei successivi trent’anni, con il 95 per cento della rappresentanza parlamentare e senza il fastidio di alcuna opposizione. Onu, Ue e Stati Uniti approvano. E il Papa? Ecco il problema. E comunque sia, per dirla con Stalin, non ha divisioni militari...
Concludendo, solo un brutto incubo? Mah...

lunedì, luglio 07, 2008

La sinistra tra razzismo cognitivo e "complesso dei migliori"

Luigi Mascheroni sul Giornale pone un problema interessante, quello del rapporto ( di disprezzo) tra sinistra e popolo che vota a destra. In realtà lo pone tra le righe, perché il suo articolo sembra ruotare intorno all’atteggiamento di certi intellettuali di sinistra come Eco, Vattimo, Fuskas, eccetera, sempre pronti a criticare la volgarità della destra, usando però espressioni altrettanto triviali, fino all’uso del turpiloquio.
Crediamo però non sia solo una questione di "galateo". Sotto c'è qualcosa di grosso. Si prenda ad esempio l' articolo di Giovanni De Luna, apparso sul Manifesto, dove lo storico rivendica alla sola sinistra addirittura la capacità di ristabilire il “primato dei fatti e della conoscenza”, rispetto alla superficialità cognitiva della destra populista, attualmente al potere... (http://www.ilmanifesto.it/ricerca/ric_view.php3?page=/Quotidiano-archivio/04-Luglio-2008/art73.html&word=politica;smarrita )
Ma torniamo a Mascheroni. Il quale scrive che per questa sinistra,

“la gente normalmente si divide in due, come i villeggianti di Paolo Virzì che passano le Ferie d’Agosto a Ventotene: da una parte il popolino brutto, sporco, cattivo, ignorante e anche un po’ fascista, che è meglio se stia zitto, perché non legge i libri e non sa parlare. E dall’altra i professionisti impegnati che comprano MicroMega, leggono Repubblica, hanno la casa piena di Adelphi, un nonno partigiano e un padre da sempre ‘sincero democratico’. Il Paese, quando deve far bella figura, è meglio che faccia parlare uno di loro”.
(
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=274219)
.
In realtà, se rilette con attenzione, queste poche righe riassumono molto bene ciò che qui possiamo chiamare il razzismo cognitivo della sinistra. Che è tanto pericoloso quanto certo razzismo tout court, di cui viene accusata la destra populista, berlusconiana, aennina, leghista eccetera.
Perché è pericoloso il “razzismo cognitivo”? Per tre ragioni.
In primo luogo, perché impedisce alla sinistra “intellettuale” di valutare il “popolo italiano” per ciò che è, con i suoi pregi e difetti, come tutti i “popoli” della mondo.
In secondo luogo, perché questo atteggiamento elitario scava un abisso tra il “popolo” e i politici, di sinistra. Un vuoto "psicologico" che spinge molto persone "normali", stufe di essere trattate alla stregua di bambinetti, a votare a destra. Come è avvenuto alle ultime elezioni.
In terzo luogo, perché la superiorità cognitiva si trasforma sempre in superiorità morale. E la superiorità morale in virtuismo morale. Il che, come è sotto gli occhi di tutti, non facilita il dialogo politico, con l’avversario. Visto, appunto, come moralmente inferiore.
Luca Ricolfi, attento studioso, non di destra, della società italiana, ha parlato giustamente di “complesso dei migliori”. Ma purtroppo sembra che finora a sinistra nessuno gli abbia dato retta. Peccato.

venerdì, luglio 04, 2008

Il caso di Thomas Beatie: il Transgender e il Capitale

Thomas Beatie, transgender americano trentaquattrenne, è divenuto padre di una bambina (http://www.repubblica.it/2008/07/sezioni/esteri/uomo-incinto-partorito/uomo-incinto-partorito/uomo-incinto-partorito.html).
Che dire? Innanzitutto che la vita va sempre apprezzata dovunque e comunque fiorisca… Ma va segnalato anche un altro aspetto, e certamente non positivo, della questione. Beatie, che aveva cambiato sesso dieci anni fa mantenendo però gli organi genitali femminili, ha dichiarato che “avere un bambino non è un desiderio femminile, né maschile. E' un bisogno umano. Sono una persona e dunque ho diritto ad un figlio biologico”.
Due questioni.
La prima. Crediamo che Beatie, pur se in buona fede, scambi, il concetto di desiderio con quello di bisogno. Si può desiderare un figlio, ma si può vivere anche senza. Il bisogno, come quello di nutrirsi, ad esempio, distingue la persona ma in termini biologici: se non ci si nutre si muore. Mentre un figlio, come desiderio di averne uno, è un fatto culturale. Dal momento, che si sopravvive biologicamente, per quando riguarda la propria stretta esistenza vitale, anche senza. La questione della continuità "biologica" - come trasmissione del nome di padre in figlio - è in realtà un fatto culturale, che varia in base alle diverse culture storiche. E dunque legato alle differenti forme di socializzazione.
La seconda. In questo “desiderare” un figlio a tutti i costi” scorgiamo il riproporsi di quel respingere ogni limite (della biologia umana, della tecnica, dell’economia, eccetera), tipico del nostro tempo. Il figlio “voluto a tutti i costi” fa il paio con quell’assenza di limiti che secondo molti deve segnare , l'inarrestabile ma benevola, marcia tronfale della “macchina capitalistica”: la mancanza di limiti è vista, di per sé, come segno di progresso. E ogni intralcio (biologico, morale culturale, eccetera) è giudicato come un ostacolo all’inarrestabile marcia dell’uomo verso “il sempre meglio”. Facciamo notare che la categoria di desiderio, scambiata da Beatie, con quella di bisogno, rinvia all’approccio capitalistico alle questioni umane: un'antropologia culturale dove i desideri sono di regola presentati, e mascherati, come bisogni (il bisogno di un' automobile nuova, di un abito firmato, eccetera).
Di riflesso - e concludiamo - un sincero anticapitalista, magari fautore anche della “decrescita”, dovrebbe riflettere un momento prima di approvare comportamenti tipicamente “consumistici” come quelli di Thomas Beatie. Che, attenzione, se tanto ci dà tanto, prima o poi potrebbe anche stancarsi di questa figlia, proprio come di un paio di mutande firmate passate di moda.
E allora?

giovedì, luglio 03, 2008

Il libro della settimana: Carl Schmitt, Il concetto discriminatorio di guerra, prefazione di Danilo Zolo, traduzione e cura di Stefano Pietropaoli, Editori Laterza 2008, pp. 86, Euro 15,00 - http://www.laterza.it/

Fra le leggende metropolitane che ruotano intorno a Carl Schmitt, grande politologo novecentesco, c’è quella di aver volato troppo alto, per tenersi lontano dalle questioni di attualità. Di qui, secondo alcuni studiosi, l’inutilità per il volgo di leggerlo, oggi come ieri. Il che non è vero.
E per scoprirlo basta sfogliare questo suo interessante libretto, che risale addirittura al periodo tra le due guerre mondiali: Il concetto discriminatorio di guerra, prefazione di Danilo Zolo, traduzione e cura di Stefano Pietropaoli (Editori Laterza 2008, pp. 86, Euro 15,00).
Il titolo, certo, non è molto invitante. E fa effettivamente pensare, a qualche memoria accademica. E di quelle pesanti. Ma le cose stanno diversamente. Nel libro si parla al mondo e non a pochi, perché si critica certo “interventismo democratico”, a uso e consumo del più forte, oggi, purtroppo, ancora in voga. Come quello che coniuga visione universalistica dei diritti umani e pesanti bombardamenti a tappeto su “stati canaglia”. Nazioni, spesso dai nomi esotici, che ovviamente non brillano per democraticità. Ma dove, una volta bombardate, si fa la triste contabilità dei corpi di donne vecchi e bambini, ritrovati sotto le macerie delle città distrutte…
Come scrive Danilo Zolo, docente universitario, profondo conoscitore del pensiero schmittiano, nonché membro del comitato scientifico della debenoistiana “Krisis”: “Schmitt propone una interpretazione fortemente suggestiva delle relazioni tra ‘vecchia Europa’ e il ‘nuovo mondo’ americano e offre una preziosa chiave di lettura degli imponenti successi che la vocazione messianica ed egemonica degli Stati Uniti ha conseguito nella seconda metà del Novecento. Si tratta di una chiave di lettura di drammatica attualità, che si rivela illuminante in particolare per quanto riguarda la fase di espansione planetaria dell’egemonia neo-imperiale degli Stati Uniti dopo il crollo dell’Unione Sovietica alla fine dell’assetto bipolare delle relazioni internazionali”. In buona sostanza, prosegue Zolo, “le ‘nuove guerre’ che gli Stati Uniti e i loro più stretti alleati occidentali hanno condotto nell’arco di tempo che va dalla Guerra del Golfo del 1991 alla aggressione all’Iraq nel 2003 - con al centro l’attentato dell’11 settembre 2001 - offrono una conferma sorprendente della “profezia apocalittica” annunciata da Schmitt: l’avvento di una guerra globale sottratta a ogni controllo e limitazione giuridica, ampiamente asimmetrica, nella quale una grande potenza neoimperiale si schiera e non solo e non tanto contro i singoli stati, quanto contro organizzazioni di “partigiani globali” (Kosmopartisanen) che operano su scala mondiale usando gli strumenti e perseguendo gli obiettivi di una guerra civile” .
Ma da quale tipo di analisi prende vigore la “profezia apocalittica” di Schmitt, datata, attenzione, 1938? Dalla convinzione che la prima guerra mondiale, considerata entusiasticamente dal presidente americano Wilson, come l’ultima delle guerre mondiali, volta a realizzare un mondo perfetto, avrebbe invece condotto a guerre ancora più feroci. Dove ogni avversario, giudicato secondo un criterio discriminatorio come nemico della “pace democratica universale”, sarebbe stato schiacciato con ogni mezzo quale nemico dell’umanità. Dal momento - ecco la novità - che il solo fatto di ricorrere alle armi, che nel passato secondo un concetto non discriminatorio del nemico veniva invece considerato come un male necessario, sarebbe diventato una colpa tremenda da estirpare con ogni mezzo. Wilson, insomma, come una specie di Papa laico e illuminato rilanciava il pericolosissimo concetto di “guerra giusta”: Che di lì a qualche anno avrebbe fatto ritornare il mondo alle guerre di religione. Ma questa volta tra teologia politica democratica e antidemocratica.
Ovviamente, Schmitt - e questo va onestamente riconosciuto - ragionava da tedesco weimariano: sconfitto e in cerca di rivincite, probabilmente non solo intellettuali. Di qui certe critiche non infondate di alcuni studiosi sulle sue iniziali simpatie per il movimento nazionalsocialista come salvatore della patria tedesca. Poi duramente scontate con un periodo di prigione nell’immediato dopoguerra. E forse ingiustamente, come sostengono altri studiosi (pochi per la verità): visto che Schmitt, già nelle seconda metà degli anni Trenta, aveva preso le distanze dal movimento hitleriano, pagando con l’isolamento interno al regime.
Preso atto del deragliamento politico-emotivo schmittiano, vanno però sottolineate la profondità e preveggenza delle sue analisi. Citiamo tre passi significativi:
Il primo: “La guerra di annientamento giustificata dal punto di vista universalistico-ideologico, proprio per la sua pretesa ecumenica spoglia innanzitutto lo Stato, in quanto ordinamento territoriale nazionale e chiuso, del carattere ordinatore che ha avuto sinora, e trasforma la guerra tra Stati in una guerra civile internazionale ” .
E non è proprio quello a cui oggi stiamo assistendo, soprattutto se si pensa al cosiddetto “interventismo democratico”. Grazie al quale - si fa per dire - un sistema di alleanza globale a Occidente, sembra imporre non solo ai singoli stati, ma ad esempio anche all’Europa quale “superstato”, il pesante e costoso coinvolgimento in operazioni di polizia internazionale, che rinviamo a un teatro di autentica guerra civile mondiale.
Il secondo passo: “ E’ inoltre da tenere presente, di conseguenza, che questa guerra [discriminatoria] priva del loro prestigio e della loro dignità i concetti di guerra e di nemico e li annienta entrambi, trasformando la guerra condotta dalla parte ‘legittima’ in un’esecuzione o in misura di epurazione, mentre la guerra della parte illegittima è una resistenza illecita e immorale di parassiti, sobillatori, pirati e gangster”.
Il terzo: Di conseguenza “ il progresso dello sviluppo tecnico militare” viene così presentato, “come un progresso storico d’importanza mondiale verso la trasformazione della guerra in un’ azione di pacificazione contro popolazioni ribelli o arretrate sul piano della civilizzazione… Ovviamente - conclude in modo ironico Schmitt - non si tratta di ‘guerra’, se su tali popolazioni vengono sganciate delle bombe” .
Come del resto nota anche Zolo, il recupero della “guerra civilizzatrice” a suon di bombe, teorizzato da Schmitt settant’anni fa, rinvia direttamente alla crisi attuale. E soprattutto a quei neocon americani dal grilletto facile, ruotanti intorno Bush figlio. I quali, come è risaputo, hanno teorizzano una guerra mondiale al terrorismo, in nome di valori che devono essere presuntivamente ritenuti come condivisibili da tutta l’umanità, di ogni fede e cultura. Punto e basta.
Sulle potenzialità belliciste e totalitarie di una posizione del genere è inutile insistere. Pur comprendendo la naturale reazione statunitense a un orribile attentato, come quello delle Torri Gemelle. E anche il ruolo di un’Europa che non può non dichiararsi, anche per ragioni di riconoscenza storia, prima alleata dell’America.
Ma esiste un preciso limite a tutto. E il compito della politica, soprattutto se preveggente, dovrebbe essere - e qui il condizionale è d’obbligo - quello di far ragionare le persone, soprattutto se preposte alle massime decisioni politiche. In che modo? Evitando, come ci fa capire Schmitt, un ritorno alle guerre di religione, esito di un’idea discriminatoria di conflitto bellico, dove il nemico sembra essere visto come erba cattiva da estirpare.
Ma probabilmente è già tardi. Anche se non è mai troppo tardi… Di qui l’utilità di leggere e discutere un libro come questo. Dove un vecchio saggio, come Carl Schmitt, non si stanca di ripetere una grande verità: il nemico politico non può essere amato, ma neppure demonizzato. Altrimenti, in quest’ultimo caso, si rischia di perdere di vista quel sottile confine di velluto, che separa gli uomini dagli animali. Dopo di che sono guai per tutti, buoni e cattivi.

mercoledì, luglio 02, 2008

Triste ammetterlo, ma tra Napolitano e Draghi da un parte e Berlusconi dall’altra, il male minore ora sembra rappresentato proprio dal Cavaliere

All’incontro organizzato dall’Aspen Institute Italia (si veda qui: http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/politica/napolitano-cinque/filo-rosso-ue-usa/filo-rosso-ue-usa.html ), Napolitano e Draghi hanno fatto del loro meglio per attenersi alla peggiore vulgata mercatista.
Napolitano:

“L'Italia ce la farà a condizione che abbia la fiducia per affrontare i sacrifici necessari a costruire il futuro". Inoltre, secondo il capo dello Stato, occorre liberarsi da alcuni freni che impediscono il cambiamento. "Non dobbiamo farci paralizzare dai contrasti ideologici - ha aggiunto - non dobbiamo farci bloccare da una sorta di hyperpartisanship [iperpartitismo], che è una camicia di forza”

Draghi:

“Capisco - ha affermato - che i governi riscoprano il valore di formule protezionistiche. La libertà dei commerci può sembrare un rischio; il protezionismo, un ristoro. Ma un problema di distribuzione del reddito - ha ammonito - non si risolve inaridendo una delle fonti più importanti del reddito stesso”

Sintetizzando: critica della politica e dei partiti, come fonte di pericolosi contrasti ideologici, ed elogio della globalizzazione e delle “liberalizzazioni”, come veicoli di progresso.
Il fatto che un ex comunista, divenuto presidente della Repubblica, e un tecnocrate del Mit, messo a capo della Banca d’Italia, dicano le stesse cose, indica purtroppo che il problema di fondo non è Berlusconi e le sue leggi ad personam, ma l’esistenza di un blocco di potere trasversale, che va dalla destra tecnocratica alla sinistra postcomunista.
Nulla di nuovo si dirà. Ma fino a un certo punto. Perché il forte appello di Napolitano a superare pericolose divisione partitiche, in vista dei sacrifici annunciati anche da Draghi, guarda a un' alleanza che rinvia a una sorta di superpartito dei buoni affari. Guarda caso appoggiato dagli stessi mass media che attaccano o blandiscono, a corrente alternata, Berlusconi. Il quale, ovviamente, fa del suo peggio, per farsi ricattare.
Che cosa si rischia? Che che nel caso di una caduta del governo Berlusconi anche il “residuo” potere politico, finisca nelle mani di uomini legati al superpartito degli affari di cui sopra, difeso a oltranza da Napolitano e Draghi.
Il che potrebbe significare alcune cose: più flessibilità, più liberalizzazioni, più immigrazione selvaggia volta ad abbassare ulteriormente il costo del lavoro (dispiace dirlo, ma sarebbe così), più spazio di manovra per quella criminalità che fa buoni affari con il mondo finanziario. Insomma più sacrifici, ma solo per chi non conta niente. Tradotto: la maggioranza degli italiani.
Triste ammetterlo, ma forse, in questo momento, il governo Berlusconi rappresenta il male minore.

martedì, luglio 01, 2008

Thyssen, due milioni a testa alle famiglie delle vittime. Alcune (amare) riflessioni

“I familiari delle sette vittime dell'incendio alla Thyssen Krupp di Torino hanno accettato il risarcimento proposto dagli avvocati della multinazionale siderurgica: due milioni circa di euro per ogni famiglia, una cifra totale di 12 milioni e 970mila euro. L'accordo impegna i famigliari delle vittime a rinunciare alla costituzione di parte civile nel processo. Due persone, legate a una delle vittime e comprese nell'elenco delle persone offese stilato dalla procura, non sono state comprese nell'offerta e si costituiranno parte civile. Andrà fino in fondo la Fiom: "rispettiamo la decisione dei familiari delle vittime - ha dichiarato il segretario nazionale Giorgio Cremaschi - per quanto ci riguarda la costituzione di parte civile della Fiom significa che il processo deve arrivare a una conclusione, individuare e punire in maniera esemplare i responsabili”.
(
http://www.repubblica.it/2008/02/sezioni/cronaca/incendio-acciaieria-2/rimborso-accettato/rimborso-accettato.html)

Cosa dire? Che non è facile né giusto dare giudizi su persone così duramente colpite negli affetti più cari. Tuttavia riteniamo non sia neppure giusto “quantificare” una vita. Ma soprattutto - ecco il punto - ci ferisce il fatto che il “quantum” venga stabilito, pur in accordo con le parti offese, da chi ha provocato quelle morti. E solo perché dispone di grandi risorse economiche... E perciò, per dire le cose pane al pane e vino al vino, di una grande capacità di persuasione.
In questo contesto, la pur lodevole decisione della Fiom di andare fino in fondo, perde parte del suo vigore morale, assumendo il carattere di una sovrapposizione istituzionale di bandiera. Importante ma, ripetiamo, di bandiera. Probabilmente i dirigenti Fiom avrebbero potuto esercitare sulle famiglie degli scomparsi maggiore pressione morale, anche in termini di concreti aiuti economici e legali. Si tratta, comunque, solo di una nostra supposizione. Dal momento che non è dato sapere con certezza che tipo di rapporti siano finora intercorsi tra le famiglie degli scomparsi e il sindacato.
Resta l’immagine, certamente non positiva, di un potere economico che in modo spavaldo può aggiustare ogni cosa. E qui è bene ricordare che stando alle indagini della procura, i dirigenti della Thyssen si sarebbero comportati con “superficialità e leggerezza al fine di risparmiare denaro”: i possibili rischi che correvano gli operai, erano noti da tempo, ma la multinazionale si guardò bene dal finanziare investimenti negli impianti di sicurezza, dal momento che si era già deciso di chiudere la fabbrica nel giro di sei mesi. L’accusa, nelle quindici pagine dell'atto di fissazione dell'udienza preliminare, indica come principale responsabile l’ amministratore delegato Harald Espenhahn. E per la prima volta in un caso di infortuni sul lavoro, si sostiene, nel suo caso, la tesi dell’omicidio con dolo eventuale. Mentre gli altri cinque imputati rispondono “di omicidio colposo aggravato dalla previsione dell'evento e di omissione dolosa e aggravata di cautele antinfortunistiche”.
Probabilmente la costituzione di parte civile delle famiglie avrebbe conferito al processo ben altro peso morale e giuridico. E proprio dal punto di vista di una necessaria (ma diremmo pure "sacrosanta") quantificazione "comunitaria" del “danno”, da parte di un Terzo Sociale. Che avrebbe avuto nella procura, e poi nella giustizia penale e civile, gli organismi istituzionali preposti a stabilire colpe e giusta reintegrazione di un gravissimo danno oggettivo, riguardante - attenzione - non soltanto le famiglie ( o un sindacato di categoria...), ma principalmente la società, come tipo morale, nel suo insieme.
Peccato. Ma, come alcuni un tempo dicevano, "la lotta continua".