lunedì, giugno 30, 2008

La società dei corpi senz'anima. Dalle foto hard via cellulare della dodicenne di Treviso alla schedatura in stile nazi dei Rom.

Prima notizia. Treviso, una ragazzina di dodici anni si fotografa nuda, o quasi, col suo cellulare, e rivende le foto ai suoi coetanei, per comprarsi abiti firmati.
Seconda notizia. Roma, il governo vuole prendere le impronte a tutti i Rom, bambini inclusi, per il bene di questi ultimi, come sostiene Maroni, spalleggiato addirittura da Massimo Cacciari.
Ora, la gente che compra telefonini ai figli, disinteressandosi, come avviene della loro educazione, crediamo sia la stessa che vuole schedare i Rom, per “dormire tranquilla”.
Sappiamo di metterla sul complicato (e l’antipatico), ma al centro di queste due notizie c’è una questione fondamentale. Quella di ridurre gli esseri umani a corpi da manipolare e/o controllare.
Una dodicenne vende il proprio corpo per apparire. I Rom, invece, vedono i loro corpi violati, rischiando di sparire. Non è un gioco di parole. In entrambi i casi quel che conta è la fisicità dell’essere umano: il corpo, appunto.
Un corpo denudato e poi rivestito di abiti firmati. Oppure un corpo “scannerizzato”, “schedato” e dunque manipolato…
Facendo ricorso al solito buonsenso borghese, si dirà che la ragazzina di dodici anni, al massimo, è un pericolo per se stessa, mentre i Rom sono “un pericolo per tutti”. E che parlare di “corpi violati”, maleodori di biopolitica, stile buonismo sinistrorso.
Ma riflettiamo un attimo. Che cosa c’è dietro due scelte, apparentemente così differenti? Il peggiore utilitarismo, oggi su piazza. E spieghiamo perché.
Da un lato una ragazzina vende il proprio corpo, in modo calcolato per comprarsi abiti griffati: la sua è una scelta utilitaristica. Dall’altro lato si punta a schedare, “per corpi” un intero popolo. E sempre per ragioni utilitaristiche. Perché si cerca di ottenere il consenso delle masse puntando, sempre in chiave utilitaristica, su un facile capro espiatorio: i Rom.
Attenzione però: in una società secolarizzata, come la nostra, dove l’anima, come qualcosa che va oltre la fisicità, è un puro e semplice optional, un bel giorno, vendersi il corpo “per cellulare” potrebbe diventare una specie di “secondo lavoro”, magari tassato, per giovani ragazze in cerca di occupazione. E dunque legale.
Così come, per ragioni utilitaristiche di consenso, potrebbero essere "scannerizzate" altre tipologie di persone, ritenute alla bisogna ideali capri espiatori. Insomma, una volta “finito il lavoro con gli zingari”, si potrebbe passare ad altre categorie "non conformiste", giudicate "disturbatrici della quiete pubblica" ...
A proposito dei Rom si dirà che si deve pur far qualcosa, perché la gente è stanca, eccetera, eccetera. D’accordo. Ma quel che spaventa è il “principio”: pretendere di ridurre l’umanità delle persone a un corpo da vendere e/o manipolare in modo utilitaristico.
Sembra impossibile che la vita di un essere pensante possa consistere all’acquisto di un abito firmato. Oppure nella pura e semplice volontà individuale di cancellare, per “quieto vivere” ogni fastidiosa diversità, come quella rappresentata dai Rom, etnia che (giustamente) non si lascia omologare. Eppure è così.
Per farla breve: siamo davanti a un approccio che si ferma al corpo e all’utile, trascurando l’anima, come principio vitale di ogni essere vivente. E avvilendo quel che, secondo le più diverse tradizioni, viene giudicato come l’ essere profondo delle persone, sotto l'aspetto spirituale, morale, religioso e affettivo: un principio vitale che accetta la diversità culturale come una ricchezza, e che si rafforza attraverso il rispetto della differenze. E credere nel possesso di un'anima, implica l'accettazione dell'idea circa l'esistenza di un "nucleo centrale", presente in tutti gli esseri umani. Ma anche della possibilità delle sue diverse declinazioni storiche e culturali. E pluribus unum .
Pura poesia? Romanticismo? Chiacchiere da intellettuali?
D'accordo, saremo pure inguaribili romantici, e probabilmente anche molto ingenui, ma riteniamo che le società non debbano somigliare alle sfilate di moda, né alle caserme. Due realtà dove si finisce per vestire tutti uguali: la divisa di Dolce & Gabbana, agognata dalla dodicenne, non è poi così diversa da quella, idealmente "a rigoni", (come si usava una volta con i carcerati), che ora si vorrebbe far indossare , in via informatica, a tutti i Rom.
Ma come spiegarlo a gente che ha fatto del materialismo e dell’utilitarismo una bandiera?

venerdì, giugno 27, 2008

Le intercettazioni “a orologeria” dell’ Espresso: il fascismo degli antifascisti

Oggi, come da copione collaudato, Repubblica anticipa la notizia della pubblicazione sull’Espresso, in edicola domani, di nuove intercettazioni riguardanti Berlusconi, Saccà e altri politici e faccendieri vicini al centrodestra ( http://www.repubblica.it/ ).
Complimenti per la precisione cronometrica. Anche chi scrive non ama Berlusconi ed è contrario al provvedimento “salva-altecariche” dello Stato. Ma c’è un limite a tutto. E l’errore fondamentale di certa sinistra è quello di combattere Berlusconi, mettendosi sullo stesso piano del Cavaliere, prendendo a calci la democrazia. Perché, piaccia o meno ( e a noi non piace), Berlusconi le elezioni le ha vinte democraticamente. E grazie ai gravissimi errori politici di un centrosinistra indecente, scandalosamente spostatosi a destra. Con l'appoggio di una sinistra pseudoradicale e in stato confusionale. E gli italiani (anche quelli di sinistra), che non sono stupidi, li hanno mandati a casa. Punto. Queste sono le regole della democrazia.
Ora, ricorrere, alla mossa disperata di pubblicare nuove intercettazioni per far cadere il governo è un atto di sopraffazione tipicamente fascista: di grande disprezzo verso la democrazia e lo stato di diritto. Perché, come sanno anche i bambini, con la pubblicazione di atti riservati si danneggia l'onorabilità, salvaguardata giuridicamente, di persone, che possono piacere o meno ( e a noi non piacciono), ma che non vanno ritenute colpevoli fino a condanna passata in giudicato. Checché ne dicano, a turno e secondo convenienza, certe toghe vermiglie, azzurre, eccetera...
La tragedia italiana è certamente quella di avere al governo un Cavaliere che “si aggiusta le proprie cosette”. Ma è anche quella di dover contare su un centrosinistra che non è migliore di Berlusconi. E che ne segue le scivolose orme, come in questo caso. Tollerando un' operazione politico-editoriale "a orologeria" di bassissimo profilo, ma utile alla propria causa... Che poi si adduca la scusa che anche la stampa di centrodestra non sia migliore di quella di sinistra, non significa che sia buona cosa imitarla. O no?
Augusto Del Noce, sulla scia di Giacomo Noventa, scrisse che il problema dell’antifascismo, era, e purtroppo è ancora, quello di aver ereditato una mentalità fascista. Di essere, insomma, la continuazione politica di certa volontà di sopraffazione dell'avversario, tipica del fascismo. Ragion per cui le regole giuridiche non valgono per gli avversari.
Vergogna.

giovedì, giugno 26, 2008

Lo scaffale delle riviste: “Pagine Libere” n. 5 - Giugno 2008

“Où fuyez-vous en avant, imbéciles”. Con questo monito di Bernanos, “Pagine Libere” (n. 5 - Giugno 2008), accoglie i lettori, invitandoli nell’editoriale non firmato a riflettere sul fatto che oggi “si vive alla giornata, in modo, tutto sommato stupido”. Il che significa, continua il misterioso editorialista, che “il posto dove dovrebbe trovarsi il ‘sovrano interiore’, magari per opporre la pura legge del proprio essere ad ogni legge esterna, ad ogni ipocrisia o menzogna, è vuoto. Usque tandem?”.
E così “Pagine Libere”, prova anche in questo fascicolo a fornire ai lettori alcune indicazioni circa la direzione da prendere per recuperare la “sovranità” di cui sopra. E come? Intanto partendo da una rilettura del ’68, affidata a due incantatori di anime come Maurizio Messina (Avevamo vent’anni, p. 2) e Leo Valeriano (Un ricordo aspro come un cabaret, p. 3). Segue un evocativo e simbolico Elogio del lupo (p. 2), scritto da Giuliano Borghi, filosofo della politica: “Gli abitanti di Cosmopoli temono il lupo, la sua presenza, il suo significato, ma solo perché dentro di loro comprendono che esso indica la sola via d’uscita dal formicaio, destinato alla rovina, nel quale vivono. E sanno che è il suo vigore che può purificare il pensiero ed impedire al loro mondo di affondare sotto il proprio peso morto”.
Vanno ricordati anche gli articoli di Davide Cecini (Api o maiali? (p. 2), dedicato alla critica del dilagante utilitarismo contemporaneo; di Pietro Romano (Riuscirà Giulio Tremonti? , p. 3). Dove si sottolinea la necessità di pronunciarsi politicamente sulla proprietà della Banca d’Italia, finita nelle mani delle banche private. Di qui l’interrogativo del titolo.
Interessanti anche le riflessioni di Giuliano Marchetti (Il grande fratello fiscale, p. 4), di Vincenzo Monda (Habeas corpus, p. 5), di Giuseppe Cariglia (Quis Custodem Custodiet, p. 5).
Notevole come sempre il contributo di Giano Accame (Io cerco la Titina, p. 6), dove viene analizzato il risultato delle ultime elezioni. Accame ritiene “che, anche per la scomparsa in ambito parlamentare di tutti i partiti dai quali fu sovraeccitata, ancor più che animata, la vita politica italiana nella seconda metà del secolo scorso, con le ultime elezioni si sia finalmente chiuso il lungo Novecento delle guerre civili e delle loro protratte parodie” . Speriamo.
Secondo Gian Franco Lami, professore di scienza politica (Partito unico, lista unica, p. 6), il “nostro ‘bipolarismo politico’ si è ridotto a un effettivo ‘bipartitismo’ “. E di riflesso “le due anime della nostra società si guardano ora con maggiore serenità interiore”. Anche qui, auguriamocelo.
Si segnalano inoltre Gòmez Dàvila. O dell’avversione assoluta (p. 7) di Anna K. Valerio, brillante anticipazione antologica da Pensieri antimoderni (Edizioni di Ar, 2008), nonché l' interessante rilettura di Roberto Valle, slavista, della Lolita di Nabokov (Lolita e i filistei, p. 8).
Da non perdere infine le stimolanti riflessioni di Piero Carattoli (1+1. Se facesse 3? ). Ma anche quelle di Giorgia Malorni (Se Clio dorme, p. 6) e di Vittoria Perroni (Cercasi donna disperatemente, p. 7), altrettanto interessanti. Gustosa, come la materia di cui si occupa , la rubrica di Veronica Gabbuti (“Saperi e Sapori”, p. 4): questa volta dedicata al professor Hermann Muller, filosofo incompiuto ma brillante enologo, padre del Muller-Thürgau.
In conclusione, e per rimanere in argomento "vino", un fascicolo tutto da bere… E ovviamente per intenditori.
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Una copia-saggio (gratuita) di “Pagine Libere” può essere richiesta al seguente indirizzo e-mail: dosispaginelibere@alice.it
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La quota annuale di adesione come socius litteratus è di 30 euro da versare in c.c.p. n. 83956979 intestato a D.O.S.I.S.onlus, indicando con chiarezza nome, cognome e indirizzo; oppure con bonifico bancario: coordinate IT-30-D-07601-03200-0000 83956979
La segreteria provvederà successivamente a inviare all’interessato la tessera sociale.

mercoledì, giugno 25, 2008

Il Papa Catricalà e la Teologia del Mercato

Della Relazione annuale al Parlamento di Antonio Catricalà, Presidente dell’Antitrust, va subito sottolineato questo passo:

“I cartelli non sono peccati veniali; sono gravi misfatti contro la società perché corrompono la libera competizione delle forze economiche sul mercato: negli Stati Uniti sono considerati fatti criminosi, puniti con la prigione”.
(
http://www.corriere.it/economia/08_giugno_24/catricala_banche_antitrust_345a1a18-41ce-11dd-b0b2-00144f02aabc.shtml)

Per quale ragione? Presto detto. Per il linguaggio di sapore religioso, se non addirittura teologico: Il “reato di leso mercato” come peccato mortale. Siamo di fronte a una concezione sacrale del mercato. Di qui la sanzione, legata alla “colpa” di “corruzione” della “libera competizione delle forze economiche”. Viste dunque queste ultime – altro tratto religioso - come forze del bene.
Ma il meglio deve ancora venire:

“Sarebbe ‘un errore imperdonabile rinunciare a politiche di liberalizzazione e apertura dei mercati’. Per questo, il presidente dell'Antitrust, Antonio Catricalà, esprime ‘l'auspicio di una veloce e definitiva approvazione’ delle misure varate dal Governo in sede parlamentare. Aprire e liberalizzare il mercato diventa fondamentale ‘soprattutto per l'Italia, che non gode di materie prime e di autonome risorse energetiche’, per la quale ‘una politica di chiusura sarebbe disastrosa’. Catricalà, evidenziando come ‘competizione non significhi indifferenza verso i più deboli’, cita il ‘pensiero cristiano’, che conduce al merito e all'impegno personale come passaggi necessari per l'applicazione del principio di sussidiarietà ‘ma anche’ la visione laica della cultura d'occidente ‘per la quale’ il mercato è una forma di garanzia rispetto a ogni integralismo ed estremismo “.
(
http://www.corriere.it/economia/08_giugno_24/catricala_banche_antitrust_345a1a18-41ce-11dd-b0b2-00144f02aabc.shtml)

Che dire? Soprattutto tralasciando la “pezza” finale sul pensiero laico, messa lì solo per accontentare "ecumenicamente" tutti… Che siamo davanti all’ennesimo impiego politico della religione. O se si preferisce: Ad Usum Delphini
Nel mare magno del pensiero e della pratica sociale cristiana è possibile rinvenire di tutto: liberali cattolici, socialisti cristiani, comunisti evangelici, corporativisti, eccetera. Perciò ai cattolici liberali, dalla cui parte sembra essere Catricalà, sarà sempre possibile opporre i cattolici comunisti, e così via… La stessa regola vale per l’ economia, dove non esistono leggi assolute, o sistemi economici perfetti: ieri tutti celebravano la pianificazione, oggi tocca al mercato, domani chissà…
Resta però un punto fermo (ovviamente per chi sia credente...). La Chiesa, come mostra qualsiasi raccolta dei suoi documenti sociali, ha sempre evitato di pronunciarsi a favore di questo o quel sistema economico. La Chiesa non ha avuto e non ha alcun sistema economico da privilegiare o imporre. Essa ha cercato, nel più diverse circostanze storiche, di [r]esistere ai prepotenti, testimoniando, oppure di sollecitare l’intervento dei governi, quando era in gioco la dignità morale e materiale dell’uomo. E sovente non ha neppure disdegnato di scendere in campo direttamente come provano i suoi martiri. La Chiesa, se ci si passa l’espressione molto forte, ha sempre e solo “assolutizzato” Dio. Il che può piacere o meno (soprattutto ai non cattolici). E attraverso Lui (Dio), la “persona”: l’essere umano in relazione con gli altri. E mai i sistemi economici, storicamente transeunti.
Pertanto, qui non si nega a nessuno il diritto di cimentarsi nel tentativo di individuare una linea teologica a “difesa” o “contro” il mercato. Me ne disapproviamo il carattere giudiziario e il richiamo a valori come il “peccato”, totalmente fuori luogo. Legati a loro volta a presunte leggi economiche che dividerebbero l’umanità in due: i buoni ( difensori del mercato) di qua, i cattivi ( nemici del mercato) di là. Da una parte gli eroici cattolici liberali difensori della proprietà, del profitto e del mercato. Dall’altra – come lascia intuire Catricalà - i teologi delle liberazione, i socialisti cristiani e gli altri biechi nemici della società aperta. O viceversa…
Si tratta insomma di impostazioni fuorvianti, non confutabili che non favoriscono alcuno studio e confronto, se non nei termini di un vano e deprimente dialogo tra sordi.

martedì, giugno 24, 2008

"L'allarme caldo" e i suoi amici

“MILANO - Scatta l'allarme rosso di livello 3 in otto città italiane. Da martedì a Bolzano, Verona e Brescia e da mercoledì a Bologna, Firenze, Perugia, Rieti e Roma, la Protezione civile prevede un'ondata di calore con condizioni meteorologiche che persistono per tre o più giorni consecutivi e la necessità di adottare interventi di prevenzione per anziani, bambini e soggetti a rischio. Le temperature massime percepite arriveranno a 37 gradi. La raccomandazione è sempre quella di evitare di uscire nelle ore più calde della giornata e di bere molta acqua. A Milano e Torino è previsto invece un allarme di livello (http://www.corriere.it/cronache/08_giugno_23/caldo_ondata_9834e732-410d-11dd-9ccf-00144f02aabc.shtml)

I lettori sanno che ci piace mangiare pane e razionalità. Non amiamo le teorie “complottogiche”. Ma questa eccessiva enfasi dei media sull’ “allarme caldo” è sospetta. E per una serie di ragioni.
In primo luogo, l’invito a restare a casa nelle ore calde - si parla di temperature “massime percepite” intorno ai 37 e non 45/50 gradi - è una forma di controllo sociale e più in particolare di polizia e dell'ordine pubblico (strade vuote, poca gente in giro, eccetera).
In secondo luogo, “l’allarme caldo” istituisce un clima di contagioso timore tra le persone circa il pericolo imminente di danni alla salute. Al quale si accompagna quel senso di angoscia che spesso si diffonde tra la popolazione. E, aggiungiamo, anche di autentica paura, soprattutto tra quegli anziani che si autoconvincono “ di non riuscire a farcela”.
In terzo luogo, “l’ allarme caldo” provoca un aumento dei consumi di energia e un incremento nell’acquisto di condizionatori, eccetera. E perciò favorisce la tanto ambita crescita del Pil.
In quarto luogo, “l’ allarme caldo” provoca un balzo in avanti dell’acquisto di acque minerali, bibite, eccetera. Favorendo gli industriali del settore e la celebrata crescita del Pil. Ma anche la possibilità di acquisire abitudini pericolose, ma remunerative per i produttori, come il bere gasato, eccetera.
Insomma, qualcuno “ci guadagna” sotto il profilo dell’ordine pubblico e dei consumi. E naturalmente i media, da cinghia di trasmissione del sistema, non possono non allinearsi, amplificando il messaggio.
Lascio al lettore il gusto di scoprire chi sia il fortunato.
Concludendo, a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca...

lunedì, giugno 23, 2008

Style: la filosofia prêt-à-porter

Style, il mensile glamour del Corriere della Sera ( Luglio 2008 - n. 7), “rilancia" la filosofia, con sette interviste, anzi otto, perché la copertina è dedicata a quel gigante del pensiero contemporaneo che risponde al nome di Michel Onfray (il filosofo ateo, i cui libri hanno invaso i supermercati). Seguono mini-interviste a Francesco Tomatis (forse il più normale), Roger Scruton, (il conservatore presentabile), Maurizio Ferraris (filosofo dei telefonini), (Giulio Giorello (la scienza un tanto al chilo), Tariq Ali ( quel pizzico di anti-imperialismo che fa chic), Stefano Zecchi (il re dei salotti televisivi) , Louise Kaplan (psicanalista sex and city, attenta studiosa del senso e significato dei tacchi a spillo).
E in buona sostanza che dicono? Si salvi chi può. Ma come? Rifugiandosi nella quotidianità; nei rassicuranti interstizi dei piccoli piaceri quotidiani: turismo, sesso, cucina . E, ovviamente, guai a metterla sul religioso...
Siamo davanti a un pensiero prêt-à-porter. Che in opposizione, diciamo così, all’ alta moda della filosofia (lo studio del classici), punta alla produzione di abiti realizzati non su misura per un cliente che voglia impegnarsi seriamente nello studio dei massimi sistemi, ma di abitini venduti finiti in taglie standard, belli e pronti per soddisfare il “bisogno” di filosofia pseudo-chic delle masse… Il massimo dell’antidemocrazia.
Alcune controindicazioni: ateismo per ateismo, invece di Onfray leggete Nietzsche; ermeneutica per ermeneutica, invece di Tomatis tuffatevi direttamente su Gadamer; conservatorismo per conservatorismo, tornate di corsa a Burke; leggerezza per leggerezza - si far per dire , invece di Ferraris leggete Baudrillard; scienza per scienza, invece di Giorello optate per il suo maestro Geymonat; anti-imperialismo per anti-imperialismo, a Tariq Ali preferite il buon vecchio Lenin; estetica per estetica, invece di Zecchi buttatevi su Adorno. E se proprio volete leggere di psicanalisi, andate alle origini, invece della Kaplan, studiate Freud.
Sono tutti pensatori dissacranti. Ma soprattutto veri. Non finti, o comunque di seconda mano, come quelli consigliati da Style.
P.S.
Ma perché anche Scruton si è fatto intruppare con gli altri?
Ancora P.S.
E invece di leggere Carlo Gambescia, Max Weber.

venerdì, giugno 20, 2008

La Carta sociale di Berlusconi, Tremonti e Sacconi : la carità invece dei diritti sociali


“Carta sociale. E' l'unico punto della manovra che riguarda il sociale. Ed è misura di cui il premier e Tremonti sono "eticamente molto fieri". Vediamo un po'. Si tratta di una carta prepagata, tipo carta di credito, che arriverà a un milione e duecentomila pensionati con mensili minimi e insufficienti per vivere. La carta, assegnata direttamente dal Tesoro, ha un valore di circa 400 euro l'anno e sarà utilizzabile per cibo e utenze. Ci saranno sconti garantiti dal settore privato (meno 10%) sugli acquisti effettuati con la carta e sulla bolletta elettrica (meno 20% pari a 50-100 euro l'anno in meno). Il costo per la finanza pubblica è di 500 milioni. E sarà distribuita il prima possibile”.
(
http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/conti-pubblici-72/dettaglio-manovra/dettaglio-manovra.html )


In Italia la soglia di povertà per una famiglia di quattro persone è di 1500 euro mensili, (meno di 20.000 euro all’anno). Inoltre 8 milioni di pensionati non arrivano a 750 euro al mese, l'80% dei quali non raggiunge neppure i 500 euro ( http://www.istat.it/sanita/assistenza/ ).
Ora, in questo contesto un provvedimento, come quello della carta prepagata, è semplicemente risibile e offensivo.
E’ risibile perché su 8 milioni di pensionati ne raggiungerà poco più del 10%. Sarà poi interessante scoprire a quali basi reddituali verrà collegata l’erogazione della card. Sicuramente a livello della pura sussistenza. Sotto i ponti.
E’ offensivo perché si tratta di un provvedimento che ideologicamente ricorda tanto quel "conservatorismo compassionevole" di stampo nordamericano. Si punta sulla carità, offendendo le persone in stato di bisogno, costringendole a richiedere una specie di nuova tessera di povertà. Invece di puntare sulla promozione sistematica del diritto sociale, quale diritto della persona ad essere trattata in modo dignitoso. Che amarezza.
Cari Berlusconi, Tremonti e Sacconi cominciamo molto male. Sembra infatti che certa destra non abbia rinunciato allo smantellamento dello Stato Sociale. Un’istituzione - mai dimenticarlo -fondata non sulla carità , una tantum, ma sui diritti sociali una semper .

giovedì, giugno 19, 2008

Il libro della settimana: Luigi Copertino, Spaghetticons. Le deriva neoconservatrice della destra cattolica italiana, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 2008, pp. 204, euro 18,00 - info@ilcerchio.it


Si fa presto a dire cattolici neoconservatori… In realtà si tratta di un movimento molto articolato. Benché, qui in Italia, attualmente, il discrimine sia rappresentato dalla posizione assunta verso il neoconservatorismo americano di “impronta” cattolica. Semplificando, quello impersonato da Michael Novak e da Russell Kirk, autore il primo dell’Etica cattolica e lo spirito del capitalismo (trad. it. Einaudi 1999), in cui si celebrano le nozze tra cattolicesimo e mercato. Mentre al secondo, Kirk, dobbiamo Le radici dell’ordine americano. La tradizione europea nei valori del Nuovo Mondo ( (trad. it. Mondadori 1996), dove invece convolano a nozze Platone, il cattolicesimo medievale e i padri costituenti americani.
Ecco, in sintesi, i tre i punti critici che separano, al suo interno, la destra cattolica italiana. Le cui non folte schiere possono essere divise, a grandi linee, tra filoamericani e antiamericani.
Il primo è quello dell’identificazione, in nome dell’Occidente, fra Stati Uniti ed Europa. Sorvolando però, a detta degli antiamericani, su un dettaglio storico non secondario: quello della Riforma Protestante, profondamente anticattolica.
Il secondo è quello dello scontro di civiltà, sollevato da Huntington, e rinfocolatosi, in chiave anti-islamica, dopo l’attentato alle Torri Gemelli e negli anni della Presidenza di Bush jr. Celebrato dai filoamericani il “Nuovo Crociato”.
Il terzo è quello del capitalismo “globalizzatore”. Per i filoamericani sarebbe il vero “motore” delle libertà cristiane. Mentre per gli antiamericani solo un odioso rullo compressore. Di qui il diverso giudizio sul ruolo economico dello Stato: fonte di sprechi per i primi; sorgente di sostegno sociale per i secondi.
Il lettore si sarà accorto che non abbiamo fatto ancora nomi e cognomi. Per una ragione molto semplice: perché li fa Luigi Copertino, giornalista pubblicista e capace studioso del tradizionalismo cattolico italiano. E in un libro brillantemente prefato da Franco Cardini, il cui sarcastico titolo è tutto un programma: Spaghetticons. Le deriva neoconservatrice della destra cattolica italiana (Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini 2008, pp. 204, euro 18,00 - info@ilcerchio.it).
Va ricordato che Copertino è un “osservatore partecipante”. Nel senso che non nasconde il suo tradizionalismo e neppure la diffidenza verso il “Crociato Bush”. Tuttavia il libro non ne risente più di tanto. Come nota Franco Cardini nella bella prefazione, Luigi Copertino è “andato con pazienza alla ricerca delle tracce e delle prove” lasciate da certo cattolicesimo a stelle e strisce in salsa italiana. Aiutandoci a scoprire l’alto prezzo pagato per “questi passaggi sull’auto del vincitore” le cui “poltroncine e… strapuntini… costano salati”. Il punto è sapere, conclude Cardini, “se quell’autobus, che attualmente sembra arrivato a un capolinea. Farà un’altra corsa, e imbarcherà ancora i medesimi passeggeri , se il manovratore avrà ancora bisogno dei loro consigli teologico-politici o si rivolgerà ad altri”.
Adesso però bisogna fare qualche nome. Copertino, oltre a tracciare un esauriente ritratto dei neoconservatori americani, cattolici o meno, già abbastanza studiati in Italia (e sul quale perciò sorvoliamo), dedica pagine molto interessanti al cattolicesimo conservatore italiano pro-Bush, ben incarnato da eruditissimi teologi d’assalto come Gianni Baget Bozzo, e da certo giornalismo “ateo devoto”, targato Giuliano Ferrara.
Osserva Copertino: “ Certa destra cattolica, da Alleanza Cattolica a Comunione e Liberazione, dalla Associazione Tradizione Famiglia e Proprietà al Centro Culturale Lepanto, dai cattolici padani alla Borghezio al variegato mondo del tradizionalismo legittimista che confonde federalismo transnazionale e reticolare con la presunta restaurazione dei corpi intermedi dell’antica Cristianianità, guarda agli Stati Uniti… come al nuovo impero romano che la Chiesa dovrebbe battezzare come proprio ‘braccio secolare’. Gli Stati Uniti sarebbero, in tale prospettiva, il Nuovo Cesare provvidenzialmente suscitato da Dio per il trionfo del cristianesimo nel mondo” .
Sappiamo di metterla sul complicato, ma il lettore deve sapere che Copertino ragiona in termini piuttosto alti di teologia e storia delle idee. Il che però spiega la sua tesi che dietro la scelta del cattolicesimo neoconservatore italiano di sposare la prospettiva americana vi sia “la sottovalutazione delle radici protestanti dell’ordine americano”. Un errore madornale che esporrebbe “l’infatuata destra cattolica alla sostanziale accettazione dell’antropologia negativa, della sociologia contrattualista e del decisionismo ‘imperiale’ che caratterizza l’ideologia neocon statunitense, filiazione diretta della linea Lutero-Calvino-Hobbes-Schmitt che è la linea del pessimismo cosmico-antropologico”. Una corrente “contrapposta dialetticamente a quella dell’ottimismo cosmico antropologico Kant-Rousseau-Marx-Popper della quale è erede al sinistra liberal”.
Due linee ideali, prosegue Copertino, “che nascono certamente in Europa lungo i secoli del processo di scristianizzazione del vecchio continente, ma come variabili contrapposte e complementari”, all’interno del “pensiero politico moderno dell’immanentismo ateo. Ed è in esse che “l’ordine americano sia nella declinazione conservatrice che il quella liberal ha le sue radici”.
Insomma, semplificando, il neoconservatore cattolico che sposa le ragioni, dell’unità culturale euro-americana, dello scontro di civiltà e della necessità di una crescente globalizzazione capitalistica, accetta di muoversi idealmente in un contesto di tipo non cattolico ma protestante. E soprattutto all’interno di una visione individualistica in cui è l’uomo, materialmente, a farsi mondo, relegando Dio nell’ angolo.
Si dirà che l’impostazione di Copertino risale al pensiero controrivoluzionario dei Bonald, dei de Maistre, eccetera. Dunque nulla di nuovo. Tuttavia, l’autore applicandola agli “Spaghetticons”, mostra come in certi “atei devoti” alla Giuliano Ferrara, la religione cattolica sia esclusivamente considerata strumento di controllo sociale. Secondo una visione - ecco il punto - completamente secolarizzata del sociale di origine protestante, in cui ordine sociale religioso e morale sono identificati con le istituzioni esistenti del capitalismo americano. Il che rivela - facendo un passo ulteriore rispetto alla lezione controrivoluzionaria - come dietro il “liberalismo cattolico” dell’ateo devoto del dare a Cesare quel che è di Cesare, si nasconda, in realtà, un bruciare incenso sull’ara del Cesare americano, come supremo tutore dell’ordine politico e soprattutto economico.
Venendo infine ai rapporti con l’Islam, le tesi da “colomba” di Copertino sono condivisibili sotto l’aspetto storico e culturale. Dal momento che è storicamente giusto sostenere come le affinità culturali tra cristianesimo e Islam, proprio perché di lunga data, continuino a garantire una migliore conoscenza reciproca. E di riflesso, pur tra gli alti e bassi della storia, la possibilità di un’accettabile convivenza tra i due mondi: Cristianesimo e Islam, avrebbero, insomma, le carte in regola per intendersi, come del resto sostiene uno storico del calibro di Franco Cardini.
Tuttavia, sul versante politico immediato, potrebbero aver ragione i catto-conservatori filoamericani. Dal momento che ai cattolici, come Copertino, che in verità non sono molti ( e ai quali magari si potrebbe dedicare un altro libro, più piccolo…), è finora mancata una sponda politica “forte”, sia in Italia e in Europa che nel mondo Islamico. Di qui la necessità di una scelta “prudenziale”, come sostengono i filoamericani, in favore degli Usa.
In conclusione, i cattolici alla Copertino sperano nella ragioni profonde della storia, gli “Spaghetticons” in quelle, più a breve termine della politica. E tutti insieme si appellano a Dio. Che probabilmente è in tutt’altre faccende affaccendato.

mercoledì, giugno 18, 2008

Polemiche. Si ritorna a parlare di gramscismo di destra

Con la stessa periodicità delle coliche neonatali, si ritorna a parlare, e in toni polemici, del “gramscismo di destra”. Ripartendo dal de Benoist, anni Settanta. Il quale teorizzava, reiventando e non arruolando Gramsci, l’importanza per la destra di puntare preventivamente sull’egemonia culturale : “La maggioranza ideologica è più importante della maggioranza parlamentare … la prima annuncia sempre la seconda, mentre la seconda, senza la prima, è destinata a sfaldarsi” ( Visto da destra, trad. it., p. 632).
Il copione è il solito. Qualcuno da destra, il Ministro Mariastella Gelmini, cita Gramsci, magari a sproposito. E subito da sinistra qualcun altro, Lucia Annunziata, grida “Al ladro! al ladro!”. Dopo di che inizia da destra il fuoco di fila processuale pro o contro l’arruolabilità di Gramsci. Come ad esempio sul Giornale di venerdì scorso.
Da un lato l’accusa: Gianni Baget Bozzo (“Un cattivo maestro”); Geminello Alvi (“Una fama usurpata”). Dall’altro la difesa o quasi: Giordano Bruno Guerri ( come Bottai, Gramsci “era impegnato a delineare una nuova figura di intellettuale, capace di superare le inadeguatezze del sistema politico liberale”). E in mezzo la “parte civile”, rappresentata da un “debenoistiano di origine controllata”: Marco Tarchi (“La destra politica… non capì. Non lesse, non meditò, diffidò, Gramsci era pur sempre un comunista... ).
E che dire, infine, dell’ amico Luciano Lanna? Che sabato scorso, sul Secolo d’Italia, pur di spezzare una lancia in favore del gramscismo (di destra) in salsa aennina, ha messo insieme tutto e il contrario di tutto: Gramsci, Del Noce, Sarkozy e l’An di Fini…
Certo, è vero, come scrive, che Del Noce, già trent’anni fa aveva parlato bene di Gramsci come continuatore di Gentile, ma, se ci si passa il paragone, alla stregua di quei medici che parlano bene dell’uso terapeutico della cannabis: nel senso che secondo Del Noce lo storicismo gramsciano, sottaciuto da Lanna, una volta convertitosi negli epigoni in relativismo sociologista, avrebbe favorito “terapeuticamente” il suicidio di ogni religione basata sull’Assoluto (trascendente o immanente), inclusa quella gentiliana prima, e rivoluzionario-comunista dopo. E così è stato. Quanto al gramscismo di Fini e Sarkozy, meglio lasciar perdere… Roba da Novella Duemila. Certo Lanna, a differenza di altri, ha letto Gramsci. E scrive di cose che conosce. Tuttavia, crediamo gli sia sfuggito il carattere sociologico del concetto di egemonia. Sociologico perché privilegia il momento della socializzazione su quello della politicizzazione. Ma ci spieghiamo meglio.
Che cosa scrive Gramsci? “La supremazia di un gruppo sociale si manifesta in due modi, come ‘dominio’ e come ‘direzione morale e intellettuale’. Un gruppo sociale è dominante dei gruppi avversari che tende ‘a liquidare’ o a sottomettere anche con la forza armata ed è dirigente dei gruppi affini e alleati. Un gruppo sociale può e anzi deve essere dirigente già prima di conquistare il potere governativo (è questa una delle condizioni principali per la stessa conquista del potere); dopo, quando esercita il potere e anche se lo tiene fortemente in pugno, diventa dominante ma deve continuare ad essere anche ‘dirigente’ “ (Quaderni del carcere, p. 2010-2011, Einaudi, Torino 1975).
E’ qui rivenibile l’influenza, sicuramente ambientale, di due grandi sociologi, pur criticati da Gramsci, come Gaetano Mosca (padre del concetto di “formula politica” come forma di legittimazione culturale ) e Vilfredo Pareto ( studioso delle “derivazioni”, come giustificazioni ideologiche del potere).
In un punto però Gramsci si distanzia da Mosca e Pareto. Il pensatore comunista, a differenza degli uomini di destra, non accetta il carattere eterno della divisione della società in governanti e governati: crede nella socializzazione del potere, come “bene” che va distribuito equamente fra tutti i cittadini. Di conseguenza, l’egemonia culturale, proprio perché ha una valenza sociologica, deve condurre al riassorbimento della politica nella società. Nel senso, scrive Gramsci, “che si tratta, è vero, di lavorare alla elaborazione di una élite, ma questo lavoro non può essere staccato dal lavoro di educare le grandi masse, anzi le due attività sono in realtà una sola attività ed è appunto ciò che rende difficile il problema” (Quaderni , cit., p. 892).
La vera questione, almeno per il Gramsci “sociologo” suo malgrado (nella misura di un pensiero che riconduce sempre ogni problema al “sociale”), resta come creare una élite, con un’anima sociale e generosa, che al tempo stesso non la faccia sentire élite. Rendendola perciò capace di annullare, e per sempre, le distanze “sociali” tra governanti e governati.
Per farla breve, la differenza tra il gramscismo sociologico e quello di certa destra culturale aennina, che vuole arruolare per forza Gramsci, è nel fatto che per il pensatore comunista l’egemonia culturale rimane finalizzata alla “socializzazione”: e dunque ha un’anima. Mentre per la destra di cui sopra, l’egemonia culturale viene ancorata alla “politicizzazione”. Che consiste nell’assemblaggio di valori politici, anche i più diversi, ma di volta in volta capaci di essere funzionali solo alla conquista e conservazione del potere. Insomma niente anima… Neppure nei termini di quell’ “educazione delle masse”, secondo valori stabili e definiti, attuata dallo Stato, teorizzata da Gramsci e Bottai, giustamente ricordata da Guerri…
Pertanto nell’universo aennino l’uso strumentale del concetto di egemonia, non può che accrescere al tempo stesso la “disanimazione” culturale e la sudditanza a interessi politici contingenti. Dal momento che viene usato come una scatolone vuoto, dove in nome dell’ ”immaginario” (altra parola magica…), si può mettere dentro di tutto: dalla chitarra di Carla Bruni alle pinne subacquee di Gianfranco Fini.
Povero Gramsci.

martedì, giugno 17, 2008

A dieci giorni dalla scomparsa di Dino Risi. Alcune riflessioni sul “risismo”

Chi di noi non si è divertito vedendo film come Il sorpasso, Una vita difficile, I mostri, In nome del popolo italiano. Si usciva però dal cinema, con l’amaro in bocca. Perché?
Dino Risi, in fondo, non amava gli italiani in carne e ossa, con i loro pregi e difetti. In quei film, ma anche in altri suoi lavori, il regista ci dipingeva esclusivamente come imbroglioni, opportunisti, affamati di sesso e denaro. In una parola “mostri”. Non che non ce ne fossero, anche allora. Ma Risi non ammetteva sentenze di appello. E neppure vie d’uscita. Come se lui poi, vivesse su Marte e fosse immune da certi peccati.
Ma si sa all’intellettuale, soprattutto se radicaloide, si perdona tutto. E così, grazie a quei film, Risi a poco a poco è diventato, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, una specie di icona di certa sinistra giacobina, che da sempre ama contrapporre l’Italia dei buoni (laica, civile e progressista) a quella dei mascalzoni, fascisti per Dna, come il Bruno Cortona, del Sorpasso. Oppure come il costruttore truffaldino, di In nome del popolo italiano. Personaggi entrambi interpretati da un grandissimo Vittorio Gassman.
Chiunque ritenga che stiamo esagerando, si vada e leggere i coccodrilli “sociologici”, usciti sul Corriere, Repubblica, Stampa, Manifesto, eccetera. Dove si celebra la “sociologia” di Risi: come grande capacità di fustigare quel lazzarone dell’italiano medio. Del regista, insomma, si apprezza il manicheismo: quel gusto tutto cinematografico di dissacrare un italiano, certo “medio”, ma che, in realtà, nello stesso anno in cui Risi girava Il Sorpasso, il 1962, si spaccava la schiena per costruirsi, dopo una guerra disastrosa, un futuro migliore. Certo borghese, ma che c’era di male? Forse il fatto che il progresso economico fosse targato Democrazia Cristiana? Nessuno è perfetto.
Ora qui non si discute l’ ”arte” di Risi, ma la sua visione totalmente negativa dell’italiano piccolo piccolo. Perché delle due l’una: o i “mostri” descritti nei suoi film hanno caratteristiche universali. E quindi il suo è un “discorso” filosofico, sulla corrotta natura umana, eccetera… Il che può anche essere accettabile. Oppure quei “mostri” sono dentro ogni italiano, soprattutto se di estrazione, come si diceva un tempo, “popolare”. Scelta invece non accettabile, perché si rischia di sconfinare in una specie di razzismo intellettuale di derivazione giacobina. Lo stesso che ha distinto fascisti e antifascisti: tutti tesi a “fare” per forza “l’italiano nuovo”, a calci nel sedere… E qui avevano ragione Giacomo Noventa, e poi Augusto Del Noce. I quali ritenevano che l’antifascismo avesse conservato la stessa mentalità autoritaria del fascismo.
Ovviamente, Risi, uomo dotato di grandissima autoironia, non incoraggiava certe interpretazioni giacobine dei suoi film. Ma ormai il danno era fatto…
E qui vale la pena ricordare che in Nome del popolo italiano, film del 1974, il “gaglioffo” costruttore-Gassman, per una volta innocente, viene ugualmente perseguito dallo “scrupolosissimo” Giudice-Tognazzi. Il quale pur di condannarlo e toglierlo di mezzo, non esita a nascondere le prove della sua innocenza. Precorrendo così certe scorciatoie giustizialiste a noi vicine, poco rispettose delle regole dello stato di diritto.
In realtà quando ci si lascia andare intellettualmente verso derive antropologiche, quasi lombrosiane, di condanna di un intero popolo, il rischio è quello di fare di ogni erba un fascio. E così favorire ideologicamente l’uso di qualsiasi strumento pur di sradicare, come ogni tanto si legge, la malapianta dell’italiano.
In fondo, il “risismo” , e non tanto (o non solo) Risi, è una malattia infantile del radicalismo intellettuale italiano. Incapace di andare oltre certo giacobinismo in bianco e nero. Proprio come certi film di Risi.

lunedì, giugno 16, 2008

Rumor di sciabole? La decisione del governo di utilizzare le Forze Armate per fronteggiare le emergenze rifiuti e sicurezza

Sull’impiego dei “militari nelle città” c’è un “adagio” che più o meno fa così: “ I soldati una volta usciti dalle caserme, difficilmente vi rientrano”…
Pertanto la decisione del Ministro della Difesa, Ignazio La Russa assecondata dal Governo, di ricorrere alle Forze Armate, anche se in misura per ora ridotta, per fronteggiare le emergenze rifiuti e sicurezza è un primo passo, anche se timido, verso la “militarizzazione” della società italiana.
Su un punto però vorremmo invitare i lettori a riflettere. La scelta non ci sembra legata, o almeno non soltanto, al Dna militarista dell’attuale Ministro delle Difesa e del Governo, ma a tre fattori strutturali.
In primo luogo, alla presente situazione internazionale di guerra, asimmetrica quanto si vuole ma guerra, che vede coinvolta l’Italia. E, di regola, le situazioni in cui il ruolo dei militari rischia di diventare fondamentale, ne determinano il conseguente accrescimento di influenza e potere all’interno delle società di riferimento. Di riflesso una società occidentale, dunque inclusa anche quella italiana, che punti sulla guerra “globale al terrorismo”, non può non favorire l’ ascesa “globale” al potere dei militari, come gruppo sociale, caratterizzato da istituzioni rivolte di norma ( o comunque in ultima istanza) alla repressione armata di ogni forma di conflitto.
In secondo luogo, nelle situazione di guerra più o meno aperta, come quella in atto sul piano mondiale, si determina una polarizzazione del potere politico: in nome di una migliore gestione della situazione bellica le élite dirigenti civili impongono una centralizzazione di tutti i poteri. Ovviamente nell’interesse “supremo della nazione” o, come avviene oggi, "dell'Occidente". E all’interno di questo processo, di regola, i dirigenti militari finiscono gradualmente per sostituirsi a quelli civili, prima perché ritenuti “professionalmente” più adatti ad affrontare la situazione di “emergenza” bellica, e dopo perché divenuti insostituibili: siamo davanti al classico caso del potere che genere un altro potere, che a sua volta e nel tempo, tende a diventare predominante sul primo per ragioni funzionali, ovviamente nei limiti dei risultati positivi conseguiti. Inoltre la centralizzazione può divenire tanto più assoluta quanto più alla situazione di guerra esterna se ne affianchi una di guerra interna (ad esempio, come nel caso italiano, di “guerra” alla mafia, alla camorra, eccetera).
In terzo luogo, la graduale militarizzazione della società porta con sé la rivalorizzazione di un’etica di tipo militare fondata su valori come la gerarchia, l’obbedienza assoluta, il coraggio, l’onore. E soprattutto i primi due valori (gerarchia e obbedienza) non sono sicuramente in sintonia con quelli democratici. Di qui il pericolo di un mutamento valoriale, a danno della democrazia.
Di regola il mix tra istituzionalizzazione in ogni ambito della repressione armata, centralizzazione politica ed etica militare rafforza il potere dei militari e rende difficilissimo, come si diceva all’inizio, far “rientrare" l'esercito nelle caserme.
Naturalmente, ogni società, reagisce allo schema sociologico qui illustrato, secondo il peso delle proprie tradizioni storiche e socioculturali. Quanto più una società è democratica e pluralista (nel senso di una maggiore ricchezza sociale di istituzioni civili e contropoteri), tanto più il processo di militarizzazione può essere rallentato, perfino “bloccato”, o comunque tenuto sotto controllo.
Tuttavia, e concludiamo, per chi crede nella democrazia (come mezzo di risoluzione pacifica dei conflitti) e nel pluralismo sociale (che implica che i militari se ne stiano nelle caserme) questo “rumor di sciabole” non promette nulla buono.

venerdì, giugno 13, 2008

Le voci sulla conversione di George Bush jr al cattolicesimo… Qualche riflessione sociologica


La Repubblica butta in barzelletta le voci sulla possibile conversione di George Bush jr al cattolicesimo (http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/politica/bush-visita/giallo-conversione/giallo-conversione.html). Crediamo, invece che la questione, considerata anche la fresca conversione di Blair alla religione cattolica, sia degna di alcune riflessioni generali.
La storia europea dall’avvento del cristianesimo, nella sua “versione” cattolica (da Costantino in poi), è costellata di conversioni “ad alto livello politico”. Trono e Altare, al di là di alcuni brevi e occasionali crisi (in senso storico, ovviamente), hanno marciato di conserva fino alla Rivoluzione Francese. Un’analoga posizione "compromissoria", sotto l'aspetto politico, può essere storicamente attribuita, fatte salve alcune eccezioni, a quei gruppi sociali cristiani che definiamo, per farla breve, protestanti.
A seguito della Rivoluzione Francese la Chiesa Cattolica ( e la religione cristiana, più in generale, ma questa è un'altra storia...) viene progressivamente emarginata dalla politica. O se si preferisce formalmente esclusa dalla "stanza dei bottoni". Sintetizzando: dal punto di vista “quantitativo” in venti secoli di cristianesimo la Chiesa Cattolica (e per alcuni solo apparentemente) è “fuori gioco” da appena due.
Pertanto il fatto che alcuni leader politici, accettino tuttora di convertirsi al cattolicesimo, rappresenta la regola e non l’eccezione. Siamo, infatti, davanti a due costanti.
La prima è di tipo storico: i due gruppi sociali (religioso e politico) hanno mostrato storicamente una tendenza ad appoggiarsi l’uno all’altro, per ragioni di tipo funzionale e organizzativo rivolte al conseguimento della pace e del consenso sociali.
La seconda è di tipo sociologico: in genere le società, come insieme di gruppi sociali, fin quando possibile, cercano di allontanare, o se si preferisce “sedare”, il conflitto sociale. Di qui la possibilità di alleanze anche stabili, per ragioni infrasistemiche di autoconservazione, fra gruppi anche ideologicamente diversi. Naturalmente anche le "alleanze" non durano per sempre. Dal momento che nel tempo i rapporti di forza - cosa inevitabile – finiscono per mutare. Il che però, richiede, appunto, “tempo” (secoli in senso storico). Di conseguenza, fermo restando il fatto del non deterioramento delle basi materiali di una società, l’inerzia sociale, come accettazione collettiva dello status quo, gioca sempre un ruolo determinante nella conservazione di alcuni meccanismi sociali, come quelli legati al consenso. Per farla breve: la reiterazione dei comportamenti collettivi pro-sistemici, ne favorisce la crescente "pietrificazione" sociale, anche nei termini delle possibili ricadute individuali.
Pertanto, e concludiamo, l' eventuale conversione di Bush, rientrerebbe, diciamo così, nell’ordine naturale delle “cose sociologiche” e “storiche". Almeno per quel che concerne la sfera euro-americana.
Consigliamo perciò agli amici lettori laici di armarsi di “santa” pazienza… Anche perché la "fretta" è quasi sempre nemica del "bene"...

giovedì, giugno 12, 2008

I sei operai siciliani morti in una vasca di depurazione. Il solito triste copione

Che cos’è un copione? Non è solo il testo di un’opera teatrale o cinematografica, a uso e consumo di attori e registi. Ma è un preciso schema sociale di comportamento che gli uomini "recitano" in determinate situazioni. In genere, come si usa dire, "per salvare le apparenze sociali".
Ora, anche questa volta, dopo che sono morti sei operai, il circo politico-mediatico ci ripropone il solito triste copione. Quale? Facile, eccolo qui: "Basta con le tragedie!", “Bisogna intervenire subito!”, “Non si può morire ‘di lavoro’! “, eccetera, eccetera. Dopo di che scende il silenzio. Fino alla "tragedia" successiva
Perché? Probabilmente per un motivo molto semplice: la sicurezza sul lavoro, soprattutto a livello subordinato, nonostante i grandi proclami, “costa”. Sia in termini aziendali, sia per quel che riguarda i controlli pubblici. E come si legge, un giorno sì e un altro pure, i bilanci aziendali e statali, di questi (brutti) tempi (neo-liberisti), sono piuttosto magri... Di conseguenza si tira avanti alla giornata, soprattutto da parte di autorità di controllo, spesso prive di uomini e mezzi. Al massimo si procede a campione, nell'impossibilità di fare controlli a tappeto....
Fino ai prossimi sei morti, ovviamente. Dopo di che si tirerà fuori il solito e triste copione, da recitare a pappagallo. E così via.
Vergogna.

mercoledì, giugno 11, 2008

La direttiva Ue: lavorare di più? Mah…

La notizia è di oggi. Secondo una nuova direttiva Ue il lavoratore, se vorrà, potrà superare le 48 ore settimanali e arrivare fino a 60 ore (65 ore nei contratti a chiamata, che prevedono periodi di inattività). Ora l’ultima parola spetterà all’Europarlamento. (http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/economia/lavoro-orario/lavoro-orario/lavoro-orario.html).
Non è sede questa per un’analisi approfondita della questione, anche perché andrebbe prima esaminata nei dettagli la direttiva Ue. Ma una riflessione di principio, magari semplificando al massimo le cose, si può fare. Partendo però da alcune domande.
Il capitalismo non doveva essere accompagnato da una crescente riduzione dell’orario di lavoro? Negli ultimi due secoli nella sfera euro-americana non si era passati dalle novanta-cento ore settimanali ottocentesche alle meno di cinquanta di oggi ? Che cosa sta succedendo?
In primo luogo, va detto che l’orario di lavoro, pur decrescendo in Occidente, è cresciuto nel stesso periodo nel resto del mondo.
In secondo luogo, e soprattutto nell’ultimo trentennio del Novecento, il costo del lavoro è cresciuto in Occidente e diminuito altrove. Di qui l’attuale tentativo di riequilibrare i costi accrescendo le ore lavorate. E nessuno può prevedere quando questa "corsa", appena iniziata, si fermerà.
Il che significa, in terzo luogo, un possibile ritorno al capitalismo delle origini, fondato sul puro e semplice sfruttamento “temporale” della manodopera, come aveva intuito Marx grazie alla sua teoria del plusvalore. E questo a dispetto di tutte le decantate "conquiste tecnologiche"...
Ovviamente, per ora si tratta, di misure opzionali, soft. Il sindacato in Occidente, per quanto indebolito, gode comunque di rappresentatività sociale. Inoltre sussiste e influisce sul dibattito politico una approfondita cultura dei diritti sociali, largamente diffusa a livello collettivo.
Tuttavia la nuova direttiva Ue rappresenta un segnale inquietante: negli ambienti politici ed economici sta cambiando la percezione socioculturale del lavoro. Di qui il rischio di un meccanismo "a cascata". Perché c’è il pericolo che, magari con lo stesso consenso più o meno consapevole di un lavoratore sempre più flessibile (e quindi ricattabile o manipolabile), lo sfruttamento torni ad essere la “norma” come duecento anni fa...

martedì, giugno 10, 2008

“La clinica degli orrori” di Milano: un altro esempio di neo-liberismo straccione all' italiana

Quel che è accaduto alla clinica Santa Rita di Milano è veramente grave (http://www.repubblica.it/2008/06/sezioni/cronaca/medici-arrestati/medici-arrestati/medici-arrestati.html). Ma, attenzione, lo scandalo va imputato non tanto alla sanità privata in sé, ma a quel particolare regime che in Italia regola la cosiddetta sanità privata in convenzione pubblica. E che assicura corposi rimborsi ai privati per ogni paziente curato.
Non diciamo nulla di nuovo, ci sono studi di sociologia economica che dimostrano come corruzione e concussione allignino soprattutto in quella zona grigia, dove il privato viene a contatto con il pubblico. Pertanto il vero problema, e non solo nel campo dell’assistenza medica, non è la privatizzazione o la “pubblicizzazione” di un certo servizio, ma la “coesistenza” dei due sistemi, grazie a un sistema di rimborsi ai privati. Come nel caso della Clinica Santa Rita, dove si praticavano su persone in fin di vita operazioni chirurgiche inutili, per lucrare sui rimborsi regionali previsti dal sistema sanitario.
Personalmente siamo per la sanità pubblica e gratuita. Ma al tempo stesso, per chiunque possa permettersela e per un principio di libertà individuale, non siamo contrari a quella privata. Ma a una condizione: che sia totalmente privata. Chi la vuole se la paghi di tasca sua... Insomma, al privato non deve andare un solo centesimo proveniente dal bilancio della sanità pubblica.
Ovviamente, alla base della questione sanitaria italiana ci sono anni e anni di mancati investimenti pubblici nel settore sanitario. Per farla breve: in Italia non è mai esistita una sanità completamente pubblica per ragioni strutturali. Piuttosto che costruire ospedali pubblici si è preferito tenere in piedi un settore misto pubblico-privato, vantaggioso solo per il settore privato in convenzione (dalle cliniche agli ambulatori). E naturalmente per i "decisori" politici della spesa pubblica...
Ma c'è dell'altro: a partire dagli anni Novanta, la crescente regionalizzazione della sanità e la progressiva riduzione del ruolo direttivo del Ministero (oggi) della Salute, volute da tutte le forze politiche in nome del “neo-liberismo sanitario” , hanno ulteriormente ridotto i margini di manovra della sanità pubblica, senza però valorizzare realmente quella privata… Di qui un vivere alla giornata, all’interno di una zona grigia pubblica e privata al tempo stesso, segnato però da lucrose convenzioni tra regioni e strutture private. Definite come necessarie, stante la "carenza strutturale" del settore pubblico. In pratica il solito circolo vizioso...
Purtroppo le cose non cambieranno, almeno fin quando mancherà una politica nazionale della sanità pubblica, fatta di cose concrete, come la costruzione di ospedali confortevoli, e di scelte strutturali, come la formazione di un personale pubblico adeguato (medico e paramedico), ben retribuito e motivato.
Il male è nel regime di convenzione pubblico-privato. Frutto di un neo-liberismo straccione e, dispiace dirlo, tipicamente italiano.
Possibile che tutti, a cominciare dai politici, facciano ancora finta di niente?

lunedì, giugno 09, 2008

Berlusconi, il divieto di intercettare e la società della sorveglianza

Prima che la questione sollevata da Berlusconi sulla necessità di limitare solo ad alcuni reati l'uso delle intercettazioni telefoniche, si trasformi, come di regola, nel solito polverone italiano cerchiamo di fissare alcuni punti fermi.
Primo punto. Il Cavaliere, come al solito, “rema” per se stesso e pochi altri suoi sodali. Ad esempio cercare di tener fuori dalle intercettazioni le indagini sui reati di corruzione, significa soltanto dare una bella mano a certa Italia dei furbetti.
Secondo punto. La sinistra non può però usare la questione delle intercettazioni come un clava contro il governo di destra. Soprattutto perché il problema dell’uso strumentale di tali mezzi investigativi, riguarda il "prodotto (giornalistico) finale": le famigerate paginate ad hoc. Finora usate dai giornali per “intortare” gli avversari politici di chi paga il borderò: a destra come a sinistra… Ma non solo: fino ad oggi la pubblicazione a pioggia delle intercettazioni, si è spesso risolta nell'attacco all'onorabilità di persone estranee alle indagini. Il che, per usare un parolone, non è bello sotto l'aspetto etico-politico.
Terzo punto. Se, come abbiamo appena osservato, l’anello debole della catena è quello giudiziario-giornalistico, si dovrebbe intervenire, aumentando le pene, già previste, (ma non vietando le intercettazioni alla fonte, come vorrebbe il Cavaliere), per i giornalisti che le pubblicano, e soprattutto per le cosiddette “talpe”, interne all’ordinamento giudiziario, che forniscono sottobanco le intercettazioni ai giornali.
Quarto punto. Si critica, e giustamente, la cosiddetta “società della sorveglianza”. Inutile aggiungere che anche le intercettazioni telefoniche possono essere incluse tra gli strumenti di controllo a distanza. Si sostiene addirittura che due italiani su tre siano regolarmente intercettati… E’ probabile che si tratti di una esagerazione. Ma comunque sia, sarebbe necessario, come si dice, aprire un pacato dibattito giuridico e politico sulla questione. E purtroppo il governo Berlusconi, per le ragioni che tutti sappiamo, è il meno adatto al compito. Ecco un’altra contraddizione (per alcuni anomalia) italiana.
Sulla quale riflettere.

venerdì, giugno 06, 2008

Conferenza Fao, crisi alimentare e rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità. Alcune riflessioni.

Due premesse.
In primo luogo non pretendiamo di risolvere con un post il problema, come si diceva un tempo, della fame nel mondo, acuitosi alla luce dell’attuale rialzo dei prezzi dei beni di prima necessità, soprattutto nel Sud del mondo, ma soltanto di proporre alcune riflessioni.
In secondo luogo, già una settimana fa, sapevamo perfettamente che il vertice Fao di Roma non avrebbe cavato il classico ragno dal buco. Il lettore penserà che non ci voleva molto... E' vero, ma veniamo al punto.
L’ economia mondiale per migliaia di anni, e grosso modo fino all’inizio dell’Ottocento, si è basata sull’autoconsumo e gli scambi locali. Nel mondo pre-capitalistico la quota di commercio estero riguardava, soprattutto per l’Occidente europeo, alcuni prodotti di lusso, riservati soltanto alle classi elevate, importati dalle “Indie” e dall’America Spagnola.
La vera e propria rivoluzione dei consumi di massa (con conseguente fine dell’autoconsumo e del piccolo commercio interno) risale perciò all’ascesa dell’Inghilterra imperiale, post-napoleonica, e a quella degli Stati Uniti, avvenute rispettivamente nel corso dell’Ottocento e del Novecento. Naturalmente semplifichiamo.
L’imperialismo britannico e americano, funzionali alla marcia di un capitalismo fondato sulla borsa e sulla necessaria e progressiva estensione dei commerci internazionali di qualsiasi tipo di bene (dall’oro al grano), hanno progressivamente smantellato, per Dna interno, ogni forma di autoconsumo e commercio locale.
Il che ha permesso all’Occidente euro-americano, forte del suo predominio politico e militare, di svilupparsi a spese del Sud del mondo. In che modo? Controllando politicamente, militarmente ed economicamente il mercato delle materie prime, di tutte le materie prime. Affidandosi, prima e dopo la colonizzazione, a borghesie locali corrotte, schiave ben pagate dell’Occidente. Il che ha implicato in molti paesi del Sud del mondo la nascita di monoculture per l’esportazione a danno del soddisfacimento del consumo interno. Oppure a forme di progressivo sostegno agli agricoltori del Nord del mondo, perché producessero sempre di meno, favorendo così le importazioni, a buon mercato, dal Sud del mondo. Attivando così quei meccanismi speculativi, capaci di far arricchire enormemente soltanto le grandi società transnazionali, ad esempio, nel settore alimentare: autentiche tenaglie economiche dell’Occidente euro-americano. Dove - è bene ricordarlo - economia e politica sono sempre andate di pari passo, grazie alla comune base sociale e culturale di riferimento, segnata da una forma di cattivo illuminismo, a sfondo materialista ed economicista.
Il prodotto “finale” era ed è molto semplice: il Nord che sfrutta il Sud del mondo perché più forte politicamente, militarmente ed economicamente. Ma, ovviamente, per il suo bene...
Ora, si legge, che lo sviluppo del capitalismo nel Sud del mondo, a cominciare da una Cina affamata di consumi, sembra mettere in discussione questi meccanismi, grazie alla galoppante crescita del prezzo dei beni di prima necessità. Legata all'aumento della loro domanda. Di qui gli attuali venti di crisi mondiale, anche politica.
Il punto è che eventualmente si tratterebbe di dare sfogo a una “guerra”, per ora economica, tra capitalismi, e non tra forme politiche e sociali differenti. Al massimo, potremmo pertanto parlare di un regolamento di conti tra vecchi e nuovi imperialismi, a danno, però, dei paesi realmente poveri.
In realtà la vera via d’uscita dalla attuale crisi è una sola: ritorno all’ autoconsumo e al commercio locale, naturalmente per grandi aree regionali. Che cosa intendiamo dire? Che, come insegna la storia economica pre-capitalista, in un quadro, segnato da un’economia “localizzata” e incentrato sui bisogni non di astratti consumatori “mondializzati” ma di uomini e donne in carne e ossa, prima, come è avvenuto per secoli, si provvede al consumo interno, e dopo, alla commercializzione, dell’eventuale surplus. Ma, ripetiamo, solo dopo aver soddisfatto la domanda interna.
Si tratta di una scelta che implica la fuoriuscita, per grandi blocchi geopolitici, dal mercato mondiale, oggi controllato dagli Stati Uniti e dalle grandi società transnazionali.
Il che, dispiace dirlo, potrebbe richiedere l’uso della forza. Altro che Fao...

giovedì, giugno 05, 2008

Il libro della settimana: Julien Freund, La guerra nelle società moderne, a cura di Alessandro Campi, Marco Editore, Lungro di Cosenza 2008, pp. 126 euro 16,00 – www.costanet.it/marcoeditore - marcoeditore@tiscalinet.it

Ecco un libro che dovrebbero leggere tutti. Anche coloro che si riconoscono negli ideali arcobaleno del pacifismo. Del resto gli antichi romani che se ne intendevano asserivano solennemente si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra). Dal momento che avevano capito che pace e guerra sono eventi collegati e storicamente ricorrenti, stante la natura “pericolosa” dell’uomo. Di qui la necessità di considerare la guerra una eventualità sempre incombente e alla quale prepararsi.
Dobbiamo perciò essere grati ad Alessandro Campi per aver curato la pubblicazione italiana di questo magnifico testo di Julien Freund, La guerra nelle società moderne (Marco Editore, Lungo di Cosenza 2008, pp. 126. euro 16,00). Dove il grande sociologo francese, scomparso nel 1993, appena settantenne, vicino a Carl Schmitt e allievo di Raymond Aron, tratteggia brillantemente forme, funzioni e significato della guerra moderna. E, attenzione, dal punto di vista di una sociologia realista: che non concede nulla alle utopie pacifiste come a quelle belliciste.
Qual è la sua tesi di fondo? Quella di imparare a conoscere la guerra, studiandola, e così ridurne la portata distruttiva. Partendo però da un presupposto: che “la guerra è una forma specifica di controversia socio-politica e che “pace” significa assenza di guerra”. Ma attenzione, non “assenza di conflitti”. Che a loro volta, se riguardano gli stati, possono, sfociare in guerra. E così via.
“Sarebbe ridicolo - scrive Freund - da parte di uno studioso condannare in nome dell’etica o di un’ideologia, un’eruzione vulcanica o la legge di gravità” . E la stessa cosa - aggiunge - vale per la guerra, che, come forma estrema di conflitto, può essere assimilata a un’ eruzione vulcanica, di cui si possono conoscere le modalità e perfino, entro certi limiti, la periodicità. Senza per questo poter ( o dover) cancellarla dalla sfera di una “eruttiva” naturalità delle cose sociali.
Pertanto se la realtà è quel che è, l’unica cosa che resta da fare è prenderne atto, cercando preventivamente di limitare, fin dove possibile, il ricorso alle armi. Indagando, da sociologo, e non da “sociogogo” (nuova versione della demogogia), la realtà sociale.
Ma in che modo? Secondo Freund si deve cercare di evitare che il conflitto si radicalizzi sulla base di due soli contendenti. E’ sempre necessario, a suo avviso, che vi sia un Terzo soggetto, capace di mediare tra i due in conflitto. Ci spieghiamo meglio.
Secondo Freund in politica il Terzo, come elemento mediatore, arbitro, intermediario, giudice, eccetera, è un fattore di equilibrio. Di conseguenza la sua scomparsa può determinare un dualismo pericolosissimo. E qui si pensi al radicalismo ideologico in bianco e nero delle guerre novecentesche.
Attualizzando la tesi di Freund si può ritenere che il presente conflitto tra Anglo-America e mondo Arabo-Islamico sia frutto dell’assenza di un Terzo: l’Europa. Come unità geopolitica capace di mediare e ricondurre alla ragione i due contendenti. Perciò fin quando l’Europa non riacquisterà la sua indipendenza economica, politica e militare difficilmente il conflitto tra Occidente americano e Islam cesserà.
Ovviamente il libro è interessante anche per due ragioni. In primo luogo, perché ci fa (ri)scoprire il pensiero di Freund, così ricco di profonde riflessioni storiche e sociologiche, al punto da sbalordire il lettore. Freund è tuttora poco noto in Italia, benché conosciuto e stimato soprattutto a destra: in molti ricordano le sue presenze ai convegni anni Settanta della Fondazione Volpe
In secondo luogo, la lettura di Freund, autore di una tra le maggiori opere di scienza politica della seconda metà del Novecento (L’Essence du politique, 1965), resta un ottimo vaccino contro gli estremismi del pacifismo e del bellicismo. Il suo è un sano realismo che indica le cose per quello che sono. Il che di questi tempi non è poco.

mercoledì, giugno 04, 2008

Tremonti, i petrolieri, e la destra che vuole fare una politica sociale di sinistra

“L’idea è di ragionare sui profitti e non di applicazione dell’Iva alla pompa", dal momento che “tra il prezzo alla pompa e quello che c’è dietro in mezzo c’è il barile con sopra una bottiglia di champagne, che è la speculazione”. Per ora “non c’è nulla di definitivo, ma a noi sembra che dato il drammatico bisogno degli strati più deboli questo tipo di prelievo Robin Hood abbia senso” (http://www.corriere.it/economia/08_giugno_03/ue_
robin_hood_tax_c05d4e1a-315a-11dd-a85a-00144f02aabc.shtml).
Le parole sono di Tremonti. Che dire di un politico di destra che parla, come è evidente, un linguaggio di sinistra?
Finge? E dunque non se ne farà niente? Oppure, Tremonti "ci crede" e così per la prima volta, dai tempi di Enrico Mattei, si ritorna a fare le pulci ai petrolieri?
Da un paio d’anni a questa parte, Tremonti, dal punto di vista culturale, va dicendo cose interessanti. Il libro La paura e la speranza rappresenta qualcosa di autenticamente nuovo nell’ambito del dibattito economico italiano. Diciamo che Tremonti mostra di avere la visione e la cultura per impostare una nuova politica economica di maggior controllo sociale dell’economia. E dunque, semplificando, di sinistra... E l’ ”uscita” sui petrolieri, in qualità di Ministro dell’Economia e non di puro e semplice accademico, rafforza l’ impressione di un politico dotato di eccellente visione d’insieme e capace di andare oltre gli schemi. E di porre (e porsi) problemi autentici circa la natura politica e redistributiva dell’economia. Una visione, ad esempio, assente in Prodi. Il quale, benché a capo di una maggioranza di centrosinistra, si è sempre ben guardato, anche solo a parole, dal turbare gli equilibri economici e politici esistenti.
Ovviamente Tremonti si muove nell’alveo di un visione infrasistemica, cioè interna all’attuale sistema economico: per il nostro professore il capitalismo resta il migliore dei mondi possibili. E questo è il limite del suo no-globalismo di destra. Tuttavia la critica politica dei poteri forti, cui si spera dovrebbero seguire misure specifiche, è indubbiamente un fatto nuovo.
Qualcosa da seguire con interesse. Anche perché in Italia, sorvolando sul già citato Enrico Mattei, le ultime critiche militanti ai sovrapprofitti dei petrolieri risalgono a quelle (sciaguratissime) delle “armi”, legate al terrorismo brigatista e sanguinosamente attuate negli anni Settanta del Novecento, sparando alle gambe, se ricordiamo bene, dell'allora presidente dell'Unione Petrolifera Italiana.
Ora, il vero problema, è capire se Berlusconi, consentirà a Tremonti di “tassare” i petrolieri. Il Cavaliere non è uomo da guerre di classe tra ricchi. E sembra contentarsi, per ora, soltanto dei "bagni di folla", celebrativi della sua vittoria... Di qui due possibilità: o porrà un veto, oppure acconsentirà, ma concedendo ai “signori del petrolio” qualcosa in cambio.
Resta comunque un' indicazione storica e sociologica importante: una destra che voglia “durare” al governo e guadagnare consensi deve fare una politica sociale di sinistra. E qui si pensi all’opera di grandissimi statisti conservatori del passato come Disraeli, Bismarck, Theodore Roosevelt, Giolitti, Ma pure alla politica tedesca del secondo dopoguerra di Adenauer e Herard, fondata sull’economia sociale di mercato. In Italia anche De Gasperi ed Einaudi ebbero sensibilità sociale, ma in misura minore rispetto agli statisti sopra ricordati. Anche il famigerato Tambroni, uomo della destra democristiana, prima di cadere nel giugno del 1960, aveva tentato di inaugurare una politica sociale di sinistra, ma nel contesto storico sbagliato, già segnato dalla volontà di apertura a sinistra della democrazia cristiana.
Ora Tremonti, così sembra, vuole tentare di nuovo. Auguri.

martedì, giugno 03, 2008

L’Onu, la Chiesa, l’Italia e il reato di immigrazione clandestina

Le critiche dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani Louise Arbour e del Vaticano a proposito della politica del governo italiano nei confronti degli immigrati clandestini pongono alcuni seri problemi (http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/sicurezza-politica-6/vaticano-2giu/vaticano-2giu.html).
Personalmente siamo contrari all’introduzione di questo reato. Si tratta di un provvedimento moralmente e giuridicamente improprio. Ci appare come una legittimazione dell’ “eccesso di legittima difesa” (dall’immigrazione). Inoltre si tratta di una misura, come alcuni osservatori sostengono, che servirebbe solo a riempire prigioni, già affollate e invivibili.
Però al tempo stesso ci infastidiscono le intromissioni esterne, soprattutto internazionali. Non tanto quella della Chiesa Cattolica: “potenza spirituale” che non dispone di alcun esercito. E che dunque ha tutto il diritto di perorare "culturalmente" certe cause, tra l’altro giuste come questa. Ben diversa è la posizione dell’Onu, che invece dispone di forze armate. E che soprattutto riflette uno schieramento di forze, rivolto ad azzerare, in nome di un pericoloso universalismo politico, sociale ed economico, oggi a guida statunitense - domani chissà - ogni sovranità particolare.
Non amiamo i nazionalismi. Ma al tempo stesso non ci piacciono gli universalismi armati , anche quelli fondati sui cosiddetti "buoni principi". Basati sulla visione di un supergoverno mondiale dei "buoni", con compiti di polizia universale. E, di regola, per arrestare quei "cattivi", di volta in volta, scelti con grande cura...
In realtà, come la storia insegna, si tratta di un universalismo volto a coprire ben altri, e concreti, interessi politici ed economici. In questo caso, probabilmente dipendenti da un sistema capitalistico, per ora a guida americana, che punta per ragioni legate alla volontà di fruire di flussi di manodopera a basso costo, a una liberalizzazione dei flussi migratori. Ovviamente non negli Stati Uniti, ma nel resto del mondo. E soprattutto nella rivale Europa, perché - ecco affacciarsi anche un movente politico - un’Europa “sovraffollata” e con le mani legate sulle questioni interne, come la gestione sovrana dell’immigrazione - potrebbe rappresentare un avversario molto più malleabile…
La nostra è solo un’ipotesi.
Resta però il fatto che l’introduzione del reato di immigrazione clandestina è moralmente deprecabile, oltre che giuridicamente discutibile (ad esempio alla luce dei principi costituzionali italiani). Insomma siamo davanti al classico dilemma tra etica dei principi ed etica della responsabilità. Oppure, se si preferisce, all'eterno ritorno delle leggi del Politico.
Dal momento che ciclicamente la politica può imporre, in nome del male minore (in questo caso la difesa della sovranità nazionale dalla rapacità del capitalismo a guida americana), scelte moralmente difficili, se non addirittura deprecabili, proprio in nome dell'etica della responsabiltà. O no?