martedì, ottobre 14, 2008

Perché occorre insegnare la sociologia fin dai primi cicli scolastici. Lezioni di sociologia economica
(Dedicato ai servi sciocchi del potere economico)
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L’illusione economicista
L’illusione economicista consiste nell’artificiale identificazione dell’agire economico in senso lato con l’agire economico dell’imprenditore capitalista.
Un atteggiamento culturale che implica sul piano logico l’attribuzione di un significato meramente formale alla scienza economica. Una disciplina che secondo la nota definzione di Lionel Robbins dovrebbe esclusivamente dedicarsi allo studio delle forme che “la condotta umana assume per disporre, in vista di scopi e usi alternativi, di mezzi che sono scarsi” (Saggio sulla natura e l’importanza delle scienza economica, Utet 1947, p. 19).
Dal punto di vista logico questo enunciato può essere definito al contempo vero e falso. Vero, poiché esso è giustificato e coerente, qualora lo si faccia discendere dall’assioma dell’ Homo oeconomicus; falso, se invece consideriamo, anche solo per un momento, la complessità dei moventi umani. In questo senso l’illusione economicista, mostra di essere viziata sotto il profilo argomentativo, da una fallacia di “composizione”. Un’errata inferenza logica che consiste nell’erroneo trasferimento delle proprietà delle singole parti di un tutto (nella fattispecie quelle del sottosistema economico) al tutto in se stesso (ovvero alla società nel suo insieme).
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La sociologia
Il sapere sociologico costituisce invece un efficace antidoto contro tale tipo di “argomentazione scorretta”, poiché esso consente di ricondurre, ampliandone la sfera cognitiva-causale, l’agire economico nel più largo alveo di una teoria sociale dell’azione sociale.
La sociologia ha infatti evidenziato tre importanti implicazioni socioculturali e sistemiche dell’agire economico. 1) le azioni sociali che dall’esterno sono giudicate non razionali rispetto allo scopo che l’attore dovrebbe perseguire, sono invece razionali rispetto al valore verso cui egli si sente obbligato (M. Weber); 2) l’azione sociale, e di riflesso l’agire economico, constano di tre componenti: a) essere umani in relazione; b) significati, valori, norme, atti a permettere l’interazione sociale; c) mezzi materiali e veicoli tramite i quali i sistemi di signficato sono oggettivati (P.A.Sorokin); 3) il sottosistema economico è solo uno dei quattro sottosistemi – economico, politico, societale e culturale – in cui la società è suddivisa (T. Parsons).
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La sociologia economica
Pertanto la sociologia economica studia l’azione economica come azione sociale. L’agire economico non è da essa visto riduttivamente come agire individuale orientato economicamente rispetto allo scopo, bensì anche quale esito sia di azioni razionali rispetto al valore, sia di orientamenti affettivi o di abitudini acquisite. Inoltre essa analizza il quadro istituzionale (culturale e materiale), dal quale l’azione economica scaturisce, individuandone gli aspetti processuali. Aspetti che derivano dal fatto che l’uomo dipende per la sua sopravvivenza, in termini non formali ma sostanziali, dall’interscambio con i propri simili e con l’ambiente naturale. Interscambio che ha lo scopo di procurare all’uomo i mezzi materiali per il soddisfacimento dei bisogni.
Dal punto di vista sostanziale (o funzionale) l’economia può perciò essere definita come la disciplina che studia l’organizzazione della sopravvivenza umana . “Sopravvivenza” cui si è storicamente provveduto, rispondendo di volta in volta a sfide ambientali e sociali sempre diverse, con la creazione di una pluralità di sistemi e formule economiche : economia domestica, economia cittadina, economia nazionale, economia socialista, economia capitalista (K. Polanyi).
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Istituzioni e processi sociali
L’organizzazione della sopravvivenza umana implica la presenza di istituzioni economico-sociali. Ciò è dovuto al fatto che ogni sistema economico presuppone amministrazione di beni, preoccupazione per l’avvenire come per il presente, saggia ripartizione del tempo, valutazione, regolamentazione, accumulazione, consumo di beni, e infine trasferimento generazionale delle conquiste economiche e civili. In questo senso le più diverse istituzioni, non solo economiche (dalla famiglia a quelle professionali e statuali), in forza di esigenze organizzative, non si limitano a regolare il comportamento umano, ma influiscono sull’uomo, esercitando un potere autonomo che lo esonera da continue incertezze decisionali, consentendogli di procedere “come da solo” , forte della consapevolezza di fare ciò che è naturale (A. Gehlen).
Va tuttavia sottolineato che esse sono sempre frutto di processi sociali . Per quanto concerne le istituzioni economiche i principali processi costitutivi che ne sono alle origini possono essere ricondotti alle azioni di appropriazione, divisione e distribuzione. Il sociologo dell’economia deve perciò sempre domandarsi, come e dove si svolgano gli atti del prendere, dividere, produrre, e quale sia il loro ordine di successione (C. Schmitt).
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Appropriazione, divisione, produzione
Il processo di appropriazione concerne il passaggio del x dalla mano di A a quella di B (con “mano” intendiamo organismi pubblici, persone private e imprese,), sia in senso fisico che economico. L’appropriazione può essere esito di transazioni gratuite, onerose, oppure di atti dispositivi.
Queste forme di transazione bilaterale possono essere effetto di donazioni reciproche, oppure di scambi basati su prezzi prefissati e contrattati. I prezzi prefissati indicano che l’appropriazione di beni è avvenuta in base a considerazioni extraeconomiche (religiose, politiche, amministrative). I prezzi contrattati indicano invece che il valore dei beni scambiati è fissato dai meccanismi di mercato. L’appropriazione che sorge da atti dispositivi unilaterali, indica infine che essa deriva da volizioni legate al comando della legge, del costume, oppure da meri rapporti di forza.
Il processo di divisione riguarda la spartizione tra i soggetti A,B,C,D…, del bene x, oppure la spartizione del bene y tra i soggetti A,B,C,D…, ad opera però di una entità ridistribuiva Z.
Il processo di produzione concerne la trasformazione di uno stock di risorse materiali da parte di un centro economico-politico Z, oppure da parte di una pluralità di soggetti economici A,B,C,D…, in flussi di beni atti a soddisfare bisogni collettivi e/o individuali.
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Reciprocità, ridistribuzione e scambio
Una volta che si è stabilito “come” avvengono, in termini materiali, i tre processi sopra indicati, essi vanno ricondotti, per quanto concerne il “dove” e “l’ordine di successione” nell’ambito di tre modelli istituzionali: reciprocità, ridistribuzione e scambio (K, Polanyi).
Lo schema della reciprocità indica che i processi di appropriazione, divisione, produzione sono ricondotti nell’alveo di una struttura sociale, fortemente coesa ma divisa in sottogruppi, come nell’economia cittadina, antica e medievale: sistemi economici in cui il momento di una equilibrata e reciproca appropriazione/ridistribuzione di incarichi, terre e funzioni, tra i membri dei diversi sottogruppi, precedeva quello della produzione.
Lo schema ridistribuivo denota che fra i tre processi sociali, tra i quali è temporaneamente prioritario quello di divisione (come accade nelle società socialiste o di welfare), sono subordinati, in nome del bene comune, storicamente inteso, a un potere centrale.
Lo schema dello scambio indica che i tre momenti dell’appropriazione, divisione, produzione, sono temporalmente simultanei e subordinati a un sistema di prezzi autoregolati dal mercato stesso, come avviene solo nella società a economia capitalistica pura.
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Le norme di reciprocità
Le forme dello scambio sociale sono dettate da quattro principi minimi (morali e relazionali) che possono essere sintetizzati nel seguente modo:
- gli uomini devono aiutarsi a vicenda (atteggiamento attivo altruistico, a prescindere).
- gli uomini devono aiutare coloro che li hanno aiutati (atteggiamento attivo condizionato).
- gli uomini non devono recare danno a coloro che non li hanno danneggiati (atteggiamento passivo).
- gli uomini devono fare del male a coloro da cui hanno ricevuto del male, oppure non devono aiutare coloro da cui non hanno avuto aiuto (“Legge del taglione”).
Questi quattro principi, che definiamo principi di reciprocità normativa, sono da sempre alla base del ciclo sociale del dare,ricevere, restutire ( M. Mauss). Per un verso essi sono facilmente individabili sotto il profilo descrittivo, in tutti gli schemi (dalla cooperazione al conflitto) che motivano e caratterizzano azioni, processi e modelli istituzionali, Per un altro verso, essi costituiscono l’innervatura normativa del conflitto tra le diverse forme di reciprocità (positiva e negativa) da cui appunto scaturisce la vita storica e sociale.
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Le forme dello scambio sociale
Dal punto di vista delle forme di scambio sociale i primi tre principi (quello sull’obbligo dell’aiuto reciproco, attivo e passivo) rappresentano la reciprocità positiva, vista quale strumento di coesione e crescita sociale. Mentre l’ultimo principio (quello, in pratica, dell’occhio per occhio, dente per dente) rappresenta la reciprocità negativa intesa come strumento di conflitto sociale (A.W. Gouldner).
Per brevità la reciprocità positiva può essere condensata in due formule: “dare qualcosa in cambio di nulla” (aiuto puro), oppure “dare e ricevere l’equivalente” (aiuto condizionato), Mentre la reciprocità negativa può essere riassunta in un “non dare nulla per nulla” (negare aiuto per principio, ma non l’idea di restituzione del male ricevuto), oppure, ancora peggio dal punto di vista morale, in un “ottenere impunemente qualcosa in cambio di nulla” (ossia negare aiuto, “restituire” un male che si è ricevuto, e ingannare il prossimo).

Letture consigliate:
M. Weber
, Economia e società, Edizioni di Comunità 1968 (vol. I, pp, 3-206: concetti sociologici e categorie dell’agire economico); P.A. Sorokin, La dinamica sociale e culturale, Utet 1975, pp. 93-187: concetti e sistemi socioculturali); T. Parsons e N.J. Smelser, Economia e società, Angeli 1970 (cap. II: L’economia e il sistema sociale), K. Polanyi, Economie primitive, arcaiche e moderne, Einaudi 1980: cap. V: uomo e istituzioni); C. Schmitt, Le categorie del ‘politico’, il Mulino 1988 (pp. 295-312: appropriazione/ divisione/ distribuzione: lo studio dei fondamenti di ogni ordinamento economico-sociale a partire dal concetto di “nomos”); A. Gehlen, Prospettive antropologiche, il Mulino 1987 (capitolo V: uomo e istituzioni); M. Mauss, Essai sur le don, in Idem, Sociologie et anthropologie, Puf 1985, pp. 145-279); A.W. Gouldner, Per la sociologia, Liguori Editore 1977 (pp. 245-378: sulla norma di reciprocità:) J.T. Godbout in collab. con A. Caillé, Lo spirito del dono, Bollati Boringhieri 1993).
Noterella per i lettori: come sanno i lettori abituali, per una regola morale che ci siamo dati fin dall'inizio, non citiamo mai sul blog i nostri libri: la blogosfera non deve essere uno strumento di promozione individuale ma di confronto collettivo. Comunque se dovessimo pubblicare un e-book , e qualcosa si sta muovendo, promettiamo fin d'ora, visto che si tratterebbe di un "prodotto esclusivo" per la blogosfera, di annunciare "la cosa" ai lettori. (Carlo Gambescia)

10 commenti:

Corto Maltese ha detto...

Carlo, grazie mille per questo post:molto utile. Ti pongo solo un dubbio sull'utilizzo di weber per le finalità del tuo sunto. La sua dialettica razionale scopo/valori ha valenza solo per l'interazione interindividuale.Il che non comprende quella visione più ermeneutica che giustamente ci suggerisci.Un salutone.

Matilde ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
Matteo ha detto...

bendetto! ;)

Carlo Gambescia ha detto...

Giacomo, Giacomo, la famosa linguetta :-) Tra l'altro nel momento in cui si dovrebbe restare uniti...
Comunque sia, mi permetto di ricordati, immodestamente, che posso anche permettermi, dopo trent'annì di studi, il lusso di rileggere Weber, secondo categorie dissonanti rispetto alla vulgata dell'individualismo metodologico. Oggi imperante. Che ha rimosso, completamente, il fatto che Weber proviene per formazione intellettuale dalla scuola storica economica tedesca. Gli storicisti italiani, da Croce ad Antoni, gli rimproveravano l'esatto contrario: di ragionare per categorie collettivistiche. Diciamo che, io studiando a fondo, sia gli storicisti tedeschi che quelli italiani, ho fatto tesoro, rovesciandole, delle critiche di questi ultimi.
Un consiglio: lascia perdere Antiseri e compagnia cantante.
Un caro saluto,
Carlo

Grazie Matteo,
Un abbraccio

Corto Maltese ha detto...

Interessante questa tua cosa su Weber, Carlo;si capisce quindi come in ambito universitario la sociologia segua pre-concetti precisi;cmq la mia curiosità era solo scientifica, la scelta Weber-Durkheim è un po' come Coppi-Bartali x noi neofiti...poi se ci fanno studiare le interpretazioni popperiane non è colpa mia:)salutoni

Anonimo ha detto...

Ciao Carlo, devo dire che il tuo Post lo letto con molta attenzione durante la pausa pranzo, (sapevo che mi avrebbe aiutato).

Mi rendo conto che qui spesso scrivono e commentano persone esperte di sociologia quindi la mi riflessione è quella di una persona che si sta appassionando alla sociologia da quando frequenta questo blog.

Ma dove mi sei stato utile?

L'altro giorno ti ho segnalato una riedizione delle "lezioni di economia politica" di F.Caffè.

Caffè nel capitolo uno chiarisce che cosa è per lui la Politica economica e afferma " la politica economica e quella scienza interdisciplinare composta da economia, sociologia e scienza della finanza. La collaborazione fra queste tre discipline per comprendere e spiegare determinati fenomeni, e far uso della scienza come guida dell'azione dei fenomeni economici, per guidarli verso un indirizzo desiderato fra "ciò che è" e "ciò che dovrebbe essere".

( ps. sono andato a memoria, ma il senso è chiaro)

Il tuo post mi aiuta a capire meglio cosa voleva dire Caffè.

Toglimi una curiosità Carlo, cosa pensa il sociologo Gambescia di Veblen e della sua teoria sulla classe agiata.

Ti invio una recensione che si trova in rete sul saggio di Veblen che potrebbe essere visto come lo zoccolo duro ad una società che riesca collaborare per fini puramente egualitari o ridistributivi.

Ci sarà sempre qualcuno che sta meglio e che si vuole emulare?

http://www.siculiana.net/uploads/File/200509-teoriaclasseagiata.pdf

Ernesto Scontento

Anonimo ha detto...

Caro Carlo,
Mi copio e incollo il tuo post (riferimenti bibliografici compresi), che prima o poi mi verrà utile nelle mie lezioni. E attendo con curiosità e impazienza notizie sull'e-book.
Ciao da Marcello Teofilatto

Anonimo ha detto...

P.S. Hai segnalato uno dei tanti errori di ragionamento che si fanno, spesso inconsapevolmente. Io insegnerei fin dai primi cicli scolastici anche logica e teoria dell'argomentazione. Il problema è che molti talk show dovrebbero chiudere in quattro e quattr'otto...
Di nuovo, ciao da Marcello Teofilatto

(A)A904462 ha detto...

Anch'io in impaziente attesa dell'e-book.

Un saluto

Alfredo

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie amici vi terrò informati.
Ernesto, Veblen è un classico :-)
Un caro saluto,
Carlo