martedì, giugno 05, 2007

Uso sociale della forza, ed estetica della violenza.

Che cos’ è la forza? Che cos’ è la violenza?
In primo luogo sono due componenti dei processi sociali. Spesso le società nascono da atti di violenza fisica, in seguiti mitizzati ( si pensi al mito fratricida della Fondazione di Roma), e si mantengono nel tempo attraverso un uso accorto della forza fisica (si pensi alla repressione dei moti sociali ma anche della comune criminalità).
In secondo luogo, va fatta una distinzione analitica tra forza e violenza. La forza può essere messa al servizio dei deboli e socialmente regolata; la violenza, invece, implica un fattore di incontrollabilità. Il che significa che la forza, oltre un certo limite, può trasformarsi in violenza. Divenire perciò distruttiva. Ad esempio, nelle fasi prerivoluzionarie, la forza di istituzioni, ormai prive di legittimità giuridica e sociale, tende a trasformarsi in violenza, alla quale nella successiva fase rivoluzionaria, si oppone la violenza, spesso feroce delle folle rivoluzionarie. Dopo di che, una volta stabilizzatasi la situazione, e conquistato il potere e acquisito il consenso sociale, la violenza incontrollata del potere allo stato nascente, si trasforma, di nuovo in tranquilla forza istituzionale di pace di ordine civile.
In terzo luogo, quel che va sempre respinto sul piano intellettuale è l’estetica della violenza. Che cosa vogliamo dire? Che asserire la “bellezza”, dal punto di vista di una improbabile estetica dei valori morali, del sacrificio del kamikaze islamico, è molto pericoloso. Innanzitutto, perché si mostra di non conoscere i processi sociali, quell’alternarsi di violenza e forza, sopra accennato: di regola, coloro che condividono la causa di quel kamikaze, una volta giunti al potere, impediranno, attraverso l’uso istituzionale della forza, che altri kamikaze, di segno opposto, possano rivolgere la propria carica di violenza, prima “esteticamente bella", contro il “nuovo” ordine costituito. Inoltre, decantando le “virtù eroiche” del kamikaze, si fornisce un modello di vita, fondato, non tanto sul coraggio, quanto sulla temerarietà: il coraggio è frutto di un’energia fisica, che spinge razionalmente l’uomo ad affrontare il pericolo, valutandone le conseguenze dirette e indirette; la temerarietà è invece esito di un improvviso quanto labile surplus di energia fisica, che spinge irrazionalmente l’uomo a sfidare il pericolo, ignorando, in modo imprudente, le conseguenze dirette e indirette del suo gesto. Di più: la celebrazione del kamikaze, finisce inevitabilmente per privilegiare l’uso, non della forza, ma della violenza incontrollata. Ossia dell’inclinazione antisociale, presente in tutti gli uomini, a obbligare l'Altro a compiere certi atti, attraverso l’ uso spropositato della costrizione fisica. Che poi ci sia qualcosa di moralmente elevato e bello nel far soffrire le persone, è questione tutta da discutere…
Inoltre, che alcuni sostengano, che al grigio mondo di oggi, ci si può opporre solo con la violenza sacrificale per la causa “giusta”, indicando con esempi presi alla rinfusa, il kamikaze islamico, il nazionalsocialista, l’ebreo, l’immigrato, significa, purtroppo una cosa sola: che non si è compresa bene la distinzione tra forza istituzionale e violenza anti-istituzionale. E, soprattutto, che si assimila, concettualmente, lo status sociale del perseguitato a quello del persecutore… Il che può essere "sorelianamente" accettabile sul piano della lotta politica, ma non sul quello "paretiano", dell’analisi oggettiva dei fenomeni sociali. Inoltre, insistere sull’estetica della bella morte per la “giusta causa” e della violenza armata come “igiene del mondo” può solo innescare altra feroce violenza armata … E la logica “del tanto peggio tanto meglio” è nichilista. Cioè, alla stessa stregua del nichilismo storico, quello russo di fine Ottocento, tende, come per forza di gravità ideologica, alla soppressione violenta di ogni struttura politica. Il che non ha alcun fondamento storico e sociologico.
Oggi, il compito principale degli intellettuali, non è quello di riproporre “miti fratricidi" di fondazione, scambiandoli per ideali, allo scopo di far rinascere improbabili società eroiche, ma di opporsi al “grigiore” del nostro tempo, impugnando la sola spada della ragione e dell’analisi metapolitica oggettiva. Lasciando agli uomini di azione, se e quando verranno, il compito di raccogliere idee, analisi e sfide concrete.
Guai a quell’intellettuale che sogni di tramutarsi in esteta armato… Perché rischia di trasformarsi in una terribile minaccia per se stesso e per gli altri.

8 commenti:

Luca Ceccarelli ha detto...

Anche la religione cristiana nasce da un atto di violenza: la soppressione dell'innocente fatto crocifiggere. La stessa parola "sacro" rimanda alla violenza: il sacrificio, se non erro, etimologicamente è un "sacrum facere" attraverso l'uccisione violenta. Che si riverbera anche nella stessa celebrazione della santa messa: che è, teologicamente, rinnovazione della Santa Cena, e rinnovazione "reale", ancorché simbolica, del sacrificio del Cristo. E questo non solo nel vecchio rito, ma anche in quello postconciliare.
Il rito diventa così un modo di "collocare" la violenza e di "colloquiare" con la componente violenta e distruttiva che è in ogni uomo (che la psicoanalisi non ha scoperto, ma solo confermato).
La desacralizzazione del mondo odierno ha portato, sembra, a un aumento della violenza: non c'è più niente che sia degno di offrirsi in sacrificio. Il resto segue da ciò, direbbe Nietzsche.
Sia i facinorosi che bruciano le automobili e spaccano le vetrine per protestare contro il presidente Bush jr che i distinti pubblicisti che fanno capire che in fondo quello che contro gli "occidentali" non è lecito nei riguardi dei musulmani lo è. Sia coloro che inneggiano all'eversione armata delle Brigate Rosse nelle dimostrazioni che i libellisti à la Oriana Fallaci.
Ciao
Luca

cinghios ha detto...

Ciao Carlo,
sul ripudio dell'estetica della violenza, del mito dell'igene del mondo eccetera sono d'accordo, ma non si può ridurre la violenza ad una forza incontrollato. E penso che non si possa eliminare del tutto. E' possibile cambiare lo status quo senza violare le regole esistenti? E' possibile un conflitto assolutamente non violento?

l'approdo alla nonviolenza di gran parte della sinistra "radicale" sia eccessivo sul piano teorico. Concordo sul fatto che in questo periodo storico ogni guerra e ogni terrorismo facciano il gioco del "nemico" e quindi occorra avversarla, ma non penso questo in assoluto. E non penso che occorra essere non-violenti in assoluto (spero di non essere frainteso).

un saluto
cinghios

Anonimo ha detto...

Caro Carlo,
Condivido, ma aggiungo che c'è un processo speculare: il ridurre tutto al livello individuale. Quasi che de-estetizzando le ragioni del singolo kamikaze, si risolvesse il problema. La psicanalisi (o, per meglio dire, una sua variante da rotocalco) al posto dell'analisi storico-politica. Che richiede molto più studio e impegno, tanto all'intellettuale quanto al suo lettore, e fa vendere meno copie...
Un saluto da Marcello "Teofilatto" Bernacchia

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Luca, Cinghios e "Teofilatto".
Come sempre, scorgete aspetti, che a me sfuggono.
Un caro saluto,
Carlo

Massimo Maraviglia ha detto...

In un articolo in uscita sul prossimo numero di Behemoth su "Martirio e politica" tratto temi simili da una prospettiva molto simile alla sua...Lì tra le altre cose osservo che, curiosamente, nel classico saggio di Weber su "La politica come professione" non viene operata alcuna distinzione tra forza e violenza...E' a mio parere uno dei punti deboli della riflessione weberiana in merito.
Complimenti per il blog e per la qualità sempre altissima delle sua riflessioni.
Massimo Maraviglia

Carlo Gambescia ha detto...

Benvenuto Massimo Maraviglia!
Concordo con quanto dice a proposito del saggio di Weber. Ricevo regolarmente "Behemoth", e perciò la (ri)leggerò con interesse...
Ricambio la stima.
Carlo Gambescia

genseki ha detto...

Caro Gambescia,

prima di tutto grazie per la visita e per il commento. Sono d'accordo su quanto dici relativamente alla dialettica "forza-violenza" e al rifiuto dell'estetica della violenza medesima. Mi pare, tuttavia, che possa essere sottolineato come le forme di violenza suicida sembrino essere forme ricorrenti di confronto bellico quando societá di tipo tradizonale, a maggioranza contadina, o che si autorappresentano come tali, vengono a scontrarsi con la modernitá capitalistico-democratica, nelle sue forme liberali o coloniali. Qualche cosa di molto simili a quanto accade oggi nell'Islam accadde in Cina con i "boxer" che cercavano di cacciare gli occidentali lottando a mani nude, secondo le regole delle discipline delle scuole di arti marziali e che in qualche modo cercavano coscientemente il martirio. Penso alla battaglia della "piattaforma di bambú" nella Edo dell'era Meiji, in cui i Monaci Zen si lanciarono con spade e bastoni contro la mitraglia. (Ispiró lo splendido romanzo di Mishima: Cavalli in corsa).
Penso al famosissimo grido di Guerra dei Dakota, che si leggeva in tutti i fumetti di avventura: "Oggi è un buon giorno per morire" etc.
Mi rendo conto che questi esempi sono pochi per pretendere di stabilire un principio di ricorrenza, peró credo che siano esplicativi di quello che cerco di dire; come, cioé le forme di kamikazismo islamico si possano iscrivere in un quadro storico piú ampio e siano in qualche misura spiegabili con il tipo di conflitto in cui appaiono.
grazie per l'ospitalitá e a presto
genseki

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie della visita, Genseki. E soprattutto per le puntualizzazioni storiche. Spesso tendo a volare troppo alto...
Un caro saluto,
Carlo