La questione della vendita di Telecom “allo straniero”, può essere analizzata su tre piani.
Il primo è quello interno. E riguarda i problemi insoluti di Tronchetti Provera con la politica italiana, e in particolare con il centrosinistra. E più in dettaglio le sue scarse capacità imprenditoriali. Probabilmente Tronchetti Provera si aspettava più sostegno ( probabilmente da Fassino e D’Alema ). Commettendo così un errore di valutazione: in Italia, sostanzialmente, solo la Fiat ha goduto e gode di uno “statuto speciale”. E, ovviamente Torino non può, assolutamente permettere, per grette ragioni di controllo delle risorse, che i suoi privilegi siano estesi ad altri. Di qui il suo remare contro Tronchetti Provera, lungo le segrete vie del credito bancario. Il quale per ripicca ( e probabilmente anche per disperazione) vuole giocarsi contro il “sistema” la carta At&T e America Movil. Vedremo.
Il secondo piano è internazionale. E concerne il problema dei settori strategici e dell’impossibilità, nel presente clima liberista, di difenderli dallo “straniero”. Si pensi, ad esempio, alla strigliata che Sarkozy “il protezionista” ha ricevuto da Bruxelles. Un rimprovero che indica che le politiche economiche europee sono di fatto controllate dal “Commissario Europeo alla Concorrenza”. Il che, detto in soldoni, significa affidare le chiavi di casa nostra a uno che ruba negli appartamenti. Ora, se si ignora la cosa, si può essere scusati. Ma se invece non la si ignora, è puro autolesionismo.
Pertanto, in questo quadro è (e sarà) difficile contenere “l’assalto dello straniero”. Assalto che viene strumentalizzato, anche per ragioni interne ai singoli contesti nazionali. Si chiama lo straniero per farsi aiutare contro il nemico interno, o per ricattarlo. E qui sarebbe interessante poter leggere nella mente di Tronchetti Provera...
Il terzo piano di indagine è di tipo storico. Ma in senso lato. Nel 1494, Ludovico il Moro (Sforza) chiamò Carlo VIII, re di Francia, per combattere contro il Regno di Napoli, prima suo alleato, Di lì seguirono, l’ internazionalizzazione del conflitto italiano, e alcuni secoli di servitù. Dai quali, a voler essere cattivi, non ci siamo mai più ripresi.
Si dirà: banalità storiche. Dal momento che Tronchetti Provera è un moderno uomo d’affari, mentre Ludovico il Moro un piccolo tiranno rinascimentale… Decida il lettore. Dopo adeguata riflessione.
Il primo è quello interno. E riguarda i problemi insoluti di Tronchetti Provera con la politica italiana, e in particolare con il centrosinistra. E più in dettaglio le sue scarse capacità imprenditoriali. Probabilmente Tronchetti Provera si aspettava più sostegno ( probabilmente da Fassino e D’Alema ). Commettendo così un errore di valutazione: in Italia, sostanzialmente, solo la Fiat ha goduto e gode di uno “statuto speciale”. E, ovviamente Torino non può, assolutamente permettere, per grette ragioni di controllo delle risorse, che i suoi privilegi siano estesi ad altri. Di qui il suo remare contro Tronchetti Provera, lungo le segrete vie del credito bancario. Il quale per ripicca ( e probabilmente anche per disperazione) vuole giocarsi contro il “sistema” la carta At&T e America Movil. Vedremo.
Il secondo piano è internazionale. E concerne il problema dei settori strategici e dell’impossibilità, nel presente clima liberista, di difenderli dallo “straniero”. Si pensi, ad esempio, alla strigliata che Sarkozy “il protezionista” ha ricevuto da Bruxelles. Un rimprovero che indica che le politiche economiche europee sono di fatto controllate dal “Commissario Europeo alla Concorrenza”. Il che, detto in soldoni, significa affidare le chiavi di casa nostra a uno che ruba negli appartamenti. Ora, se si ignora la cosa, si può essere scusati. Ma se invece non la si ignora, è puro autolesionismo.
Pertanto, in questo quadro è (e sarà) difficile contenere “l’assalto dello straniero”. Assalto che viene strumentalizzato, anche per ragioni interne ai singoli contesti nazionali. Si chiama lo straniero per farsi aiutare contro il nemico interno, o per ricattarlo. E qui sarebbe interessante poter leggere nella mente di Tronchetti Provera...
Il terzo piano di indagine è di tipo storico. Ma in senso lato. Nel 1494, Ludovico il Moro (Sforza) chiamò Carlo VIII, re di Francia, per combattere contro il Regno di Napoli, prima suo alleato, Di lì seguirono, l’ internazionalizzazione del conflitto italiano, e alcuni secoli di servitù. Dai quali, a voler essere cattivi, non ci siamo mai più ripresi.
Si dirà: banalità storiche. Dal momento che Tronchetti Provera è un moderno uomo d’affari, mentre Ludovico il Moro un piccolo tiranno rinascimentale… Decida il lettore. Dopo adeguata riflessione.
8 commenti:
La Telecom doveva rimanere pubblica, così come Trenitalia ,Poste ed Enel...
privatizzandolA prima a Colannino e poi Tronchetti la SIP è diventata un colabrodo:scarsi servizi, lavoro precario, aumento tariffe e giungla di offerte.
Adesso arrivano pure gli americani :(
ciao
Telecom, Alitalia: si riaprono i giochi
“Francia o Spagna Purchè si Magna” potrebbe essere una mezza verità…..nel senso che noi Italiani per natura probabilmente ci adattiamo ( Carlo, ma siamo solo noi Italiani o è una prerogativa dell’essere umano in genere), basta tirare a campare.
Comunque il tuo Post è molto complesso per essere risolto in poche righe perlomeno per il sottoscritto che non ha il dono della sintesi.
Infatti dovremmo analizzare la storia dell’industria Italiana dal dopoguerra ad oggi e, del suo Capitalismo.
Analisi che dovrebbe tenere in considerazione anche le peculiarità Italiane che è un paese senza risorse naturali ( ad eccezione del genio, dell’arte, e del paesaggio).
Se ci metti che io sono convinto che l’attuale classe politica impara le regole del libero mercato a spese dello stato Italiano ( la privatizzazione di Telecom fa scuola) ed è, per questo motivo che io spesso dico che sono solo confusi.
La domanda è “ quale capitalismo esiste in Italia”
A questa domanda nemmeno Romano Prodi ha saputo rispondere, nel suo saggi Il capitalismo temperato ( edito dal mulino nella prima esperienza dell’ulivo) Prodi si interroga sul capitalismo anglosassone, su quello renano, su quello fiammingo, per concludere che in Italia non c’è un modello che si può importare ed adattare, ma si deve scegliere di volta in volta.
L’economista Bonomi, per L’Italia invece ha coniato la formula di Capitalismo di territorio, ma avverte che e un capitalismo corto sia per relazioni che per capitali.
Se in Italia il 95% delle imprese è una piccola impresa, con prevalenza di micro imprese che non supera i tre dipendenti, qualcosa vorrà dire???
Quindi ribadisco che sono confusi, che un capitalismo per crescere deve essere riconosciuto come funzionale alla società e, quindi deve avere un territorio fertile.
Lo stato In Italia doveva attuare politiche Kenesyane di crescita ( che non vuol dire alti stipendi a Cimoli) è, accompagnare nella crescita le imprese.
Doveva mantenere la proprietà degli Asset strategici.
Se non abbiamo materie prime industriali, forse potevamo sfruttare meglio il mercato interno in un circuito virtuoso ( anche qui non vuol dire monopolio dove pagano i contribuenti).
Riflessione ( almeno si spera):
Cosa c’è di male, in uno stato che gestisce dei monopoli naturali con efficienza e, che rinveste nella comunità i proventi, al fine di mantenere e sostenere l’occupazione è, il disagio sociale.,
J.S.Mill. considerato da molti uno dei padri del Riformismo nel suo saggio Principi di economia politica, sostiene che ci sono monopoli naturali, o attività che devono essere gestite dallo stato.
Mill, mette in guardia dal rischio in maniera da circoscriverlo infatti nel capitolo sulle S.P.A. dirà “ la gestione dei Manager darà sempre un grado di inefficienza, in quanto non gestiscono la cosa loro, quindi avranno sempre un interesse minore a far funzionare bene le cose rispetto a chi è proprietario della cosa”.
Oggi per sopperire a questo si grida all’Italianità delle grandi aziende ex pubbliche, cercando cordate con i soliti noti.
Poi l’Italianità a cui grida il governo è diversa dall’Italianità di Fazio???? ( il concetto non il suo realizzo)
Non solo, ma un piccolo o grande imprenditore che sia,deve sentire anche falsi profeti ( i politici) che,danno lezioni di gestione di impresa ” che gli imprenditori Italiani siano tali”.
La differenza che esiste fra una mentalità vera di mercato è una falsa, è che quella vera ragiona in termini di comunità responsabile, quella falsa predica ma quando agisce pensa di fare un regalo all’imprenditore di turno.
In fondo forse siamo ancora troppo comunisti ( comunismo = comunione dei beni di produzione).
L’efficienza del sistema, non può prevaricare il diritto al lavoro!!!!
Una politica di sinistra è tale (e di conseguenza il politico) se sa mettere in pratica l’equilibrio migliore fra efficienza e solidarietà / o dignità della persona.
NON SI PUO’ PASSARE DA LENIN A MILTON FRIEDIMAN CON UN SOLO SALTO.
Se non ricordo male ( ma penso proprio di no) per sapere le prossime liberalizzazioni di Bersani, basta leggere Capitalismo è Libertà di M. Friedman .
Ma Friedman in economia è stato un liberista convinto , più volte definito l’anti-Keynes, per il suo rifiuto verso qualsiasi intervento dello Stato nell’economia, ed il suo sostegno convinto, a favore del libero mercato e della politica del laissez-faire.
Le sue teorie hanno esercitato una forte influenza sulle scelte del governo inglese della Thatcher e di quello americano di Reagan, che decisero gran parte della politica economica degli anni ottanta. Le sue idee sono ancora oggi oggetto di accesi dibattiti: ad esempio, rigettò la stakeholder view e la responsabilità sociale d’impresa, sul piano economico ed etico, sostenendo che i manager sono agenti per conto terzi e dipendenti dei proprietari-azionisti, e che devono agire nell’interesse esclusivo di questi ultimi (per lui utilizzare il denaro degli azionisti per risolvere problemi sociali, pur se l’impresa ne è causa, significa fare della beneficienza con i soldi degli altri, senza averne il permesso e tassarli senza dare un corrispondente servizio, violando il principio del «no taxation without rapresentation»).
*****
PS:
Carlo, cosa pensi del pensiero di A. SEN.
Caro Carlo,
come dicono dalle mie parti, lei invita un'oca a bere.
Certo, lo schema è lo stesso: rissosi particolarismi signorili + universalismi mondialisti + solidarietà di ceto dei dirigenti sconfitti nell'arena europea = ce la prendiamo in tasca per altri trecento anni come minimo.
Gradirei tanto, però, che il ricorso storico ci presentasse almeno (in ordine di preferenza)
a) una reincarnazione di Francesco Guicciardini, stratega della Lega Santa
b) una reincarnazione di Giovanni dalle Bande Nere
(e qui non posso trattenermi dal notare, en passant, che Ermanno Olmi, persona tutt'altro che stupida, è riuscito a dedicargli un bel film SENZA ACCORGERSI che la morte di Giovanni in battaglia fu correttamente interpretata, anche dai contemporanei, come la morte delle speranze degli Italiani di rimediare una patria anche esterna alle biblioteche)
c) una reincarnazione della commedia dell'arte: la esatta diagnosi della situazione italiana dopo la sconfitta epocale di fine Cinquecento.
Nel mio piccolo, faccio quel che posso per realizzare l'ipotesi c).
(Ma quanto preferirei che si realizzassero la a) e la b)!)
Cordialmente, RB
O.T.
Carlo, una domanda, tu come spenderesti il tesoretto Italiano?
-Lo distribuiresti verso i ceti più deboli, ma una tantum.
-Oppure abbatteresti il debito pubblico, al fine di creare dei risparmi strutturali da rinvestire in politiche sociali durature e strutturali.
Se dovessimo dare un giudizio a questi due modi di agire, secondo te quale il meno egoista, raginando in termini di comunità responsabile.
Scusami per O.T. e per i miei commenti spesso troppo lunghi, ma non mi capita spesso di dialogare con un sociologo che è, esperto delle vicende umane (o sbaglio).
Grazie "Ragazzaccio". Concordo.
Ciao,
Carlo
Grazie, Ernesto, del sensato e documentato contributo.
Quanto a Sen, e scusami per l'autocitazione, vai al mio post del 13.12.06.
Quanto al "Tesoretto", purtroppo, è il solito falso problema, per imbrattare qualche pagina. Le due opzioni da te indicate, e che in questi giorni sono in discussione, anche se venissero applicate separatamente, non risolverebbero, alcun problema strutturale.
Invece il problema della responsabilità comunitaria, che tu giustamente poni, è più profondo. Ed è legato a quello della temporalità del sociale. Ed è praticamente irrisolvibile, storicamente parlando. La decisione che è resposabile a breve, può non esserlo a lungo termine. E viceversa. Anche perché il mutamento sociale può essere spiegato in termini di distonia tra le due temporalità. Pensa, ad esempio, alla discontinuità di giudizio storico su uomini politici, come Giolitti, De Gasperi, eccetera. Oppure al famigerato "si stava meglio quando si stava peggio"...
Cordiali saluti,
Carlo
Caro Roberto,
Concordo sulla A e sulla B. Grazie della "chiosa" come sempre scoppiettante.
Un caro saluto,
Carlo
Caro Carlo, mi sono sempre ritenuto un perfetto ignorante in campo economico/finanziario. Materia ostica, inconcreta e soprattutto imperfetta. Sul Corriere di oggi viene riportato il dato relativo al rapporto deficit pil che però non teneva conto del valore degli swap (!?). Adesso mi si spieghi l'etimologia di quest'ultima parola anglosassone. Da cronico appassionato di informatica quale sono, ho sempre saputo che lo swap è quella porzione di spazio fisico che sul disco fisso viene riservata alla RAM quando risulta piena. Da curioso ho provato su Wikipedia a cercarne il significato anche in termini finanziari, ma sono sincero, ne ho tradotto veramente poco.
Il mondo dell'economia e della finanza appare sempre più incomprensibile e distaccato dalla realtà che un uomo qualunque può vivere: volutamente lontano dalla compresione popolare. Così come la politica. I centri di potere adottano queste strategie per continuare a perpetrare quell'enigmatico intreccio di speculazioni ed interessi che coinvolgono banchieri, politici, imprenditori e organismi internazionali.
Quante di quelle che oggi stiamo vivendo come notizie quotidiane sono operazioni a suo tempo decise sul fatidico panfilo Britannia?
Caro Giuseppe,
Bisognerebbe porre la domanda a un raffinato economista come Paolo Cento, sottosegretario all'Economia...
Hai ragione su tutta la linea.
Ciao, Carlo
X Ernesto Scontento:
Mi scuso, per Sen il riferimento giusto è 11-10-06.
Carlo
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