venerdì, aprile 06, 2007

"Involontariamente crudeli". Il suicidio di Matteo , liceale torinese

Ogni suicidio ha sempre un quid di indecifrabile. Si può risalire alle sue cause generali, indagarne i moventi sociali. Ma poi resta sempre una zona grigia, difficile da penetrare attraverso il pensiero razionale. Si muore “soli”, e si decide “da soli” di mettere fine alla propria vita. Ogni morte per suicidio ha una propria storia, spesso difficile da scoprire. Evidentemente, nel giovanissimo liceale torinese - del cui suicidio hanno riferito ieri i giornali - improvvisamente sono venute meno le linee di resistenza individuali. Di lì la scelta di porre fine alla propria vita. Difficile per noi ricostruirne, se non per linee astratte , i moventi interni. E’ invece più facile, come accennato, risalire alle cause generali. Anche per il singolo caso.
Su questo punto, quel che ci ha colpito della triste storia di Matteo è quanto ha dichiarato un "dirigente scolastico" del suo Liceo. Ascoltiamolo: “Purtroppo (…) a questa età, succede spesso che la sensibilità di un ragazzo non sia compresa dagli altri, ma non c’era alcun bullismo né l’intenzione di far male, solo degli sciocchi scherzi involontariamente crudeli” (Corriere della Sera , del 5-4-07).
Riflettiamo: Matteo, sedici anni, due fratelli, padre italiano e madre filippina, stanco di essere umiliato da suoi compagni, per una sua presunta diversità, all’improvviso dice basta, sottraendosi in modo radicale ai suoi persecutori. Ora, la sua morte può essere spiegata chiamando in causa “’involontaria crudeltà” dei compagni?
Assolutamente no. Sul piano sociale non esiste nulla di “involontario”, nel senso di un’attività che non sia socialmente e culturalmente determinata ( o condizionata). Certo, l’ “involontarietà” invocata dal "dirigente scolastico", può assolvere l’individuo (magari secondo il diritto penale), ma non la società. Dal momento, che l’involontarietà rinvia a un preciso meccanismo sociale reiterativo. Che mostra come l’individuo tenda in modo costitutivo a reiterare meccanicamente, prima per imitazione e poi per abitudine, determinati comportamenti (socioculturali). Che possono essere sociali o antisociali, come appunto quelli che hanno condotto Matteo al suicidio.
Perciò asserire che siamo davanti a un caso di crudeltà involontaria, significa ammettere che nella nostra società la crudeltà (come necessità diffusa di arrecare dolore e sofferenza all’altro, per il puro piacere dell’atto in sé) sia ormai abitudine consolidata: di tutti i giorni. Nessuno ci fa più caso, neppure il "dirigente scolastico" di cui sopra . Il che indica - ecco la nostra tesi - che la crudeltà è talmente penetrata nel tessuto sociale, che è perfettamente “normale”, una volta identificato il “nemico” (il diverso), comportarsi con lui in modo crudele.
Pertanto il vero problema, non è tanto (o solo) “omologare” culturalmente e giuridicamente il “diverso” (accettandone la diversità o meno), quanto ripensare, più in generale i valori di una società, come la nostra, dove il ruolo della “crudeltà applicata”, per abitudine, ha ormai raggiunto una diffusione metastatica.
Ma c’è dell’altro: non dare soluzione adeguata, e preventiva, a questo problema (indotto da modelli culturali competitivi e conflittuali, probabilmente di tipo nordamericano), significa mettere a rischio ogni possibile progresso sul piano dell’accettazione della diversità dell’altro anche in termini di diritti. Perché la “crudeltà come cultura” rischia di restare - se ci si passa la metafora - l’acqua in cui possono continuare a nuotare "beatamente", anche i pesci (o pesciolini) dei diritti formali, estesi a tutti.
Avere un diritto non basta. Soprattutto se prima non cambia la "testa" delle persone...

11 commenti:

IL RAGAZZACCIO ha detto...

D'accordissimo con te Carlo.

consiglio il Blondet pensiero su
http://www.effedieffe.com/
interventizeta.php?id=1883&
parametro=cultura

Ciao auguri di buona pasqua

a martedì ;-)

Anonimo ha detto...

A proposito di Durkheim, autore di uno studio importante sul suicidio... Ciao e buona Pasqua da Marcello "Teofilato" Bernacchia

Anonimo ha detto...

Ovviamente Teofilatto, con due t...

Carlo Gambescia ha detto...

Lo so. Grazie e non "filare" troppo lontano "Teo filato".


Grazie "Ragazzaccio del consiglio.

Ad entrambi, i miei Auguri di Buona Pasqua,

Carlo

ernesto scontento ha detto...

Auguri di pasqua a tutti

Biz ha detto...

Ieri ho insultato un pallone gonfiato che su questa vicenda ha scritto in forma di lettera a Pera, chiedendogli seriamente se la colpa di questo sfottò non fosse del Papa che parla contro gli omosessuali.
Pensa te.

Carlo Gambescia ha detto...

Sì, Biz, è sempre più difficile ragionare (criticamente) di certe cose...
Ciao
Carlo

Anonimo ha detto...

Non è certamente colpa del papa, ovvio, ma certamente il dibattito sugli omosessuali ritenuti peccatori non aiuta a superare l'avversità e il pregiudizio verso queste persone.

Credo che la radice principale e fondante vada ricercata nella valutazione dei generi, quello maschile è il genere per eccellenza che vale più dell'altro, al punto che nel corso del tempo, un lunghissimo tempo, ha modellato anche la lingua, si dice l'uomo, filosoficamente parlando per comprendere anche le donne, e non si dice forse piangere come una femminuccia?

Ma rimane lo stesso una certa influenza della religione ,e non solo quella cattolica ,che stigmatizza l'omosessualità, certamente in modo legittimo, ma con delle conseguenze.

Per il resto concordo con il tuo post,carlo.

maria

Carlo Gambescia ha detto...

Ti devo una spiegazione, Maria.
Nel post, ho cercato di offrire un quadro "culturalista": prima la cultura, poi l'individuo, per dirla rozzamente. Dopo di che ho cercato di evidenziare, all'interno della nostra cultura, quel che precede tutti gli altri "valori" ( come il cattolicesimo, la dialettica dei generi, eccetera). Probabilmente ho peccato di riduzionismo.
Ciao,
Carlo

Anonimo ha detto...

La vicenda di Matteo e delle frequenti "crudeltà involontarie" mi fa tornare in mente una bella teoria che il prof. Luigi Bagolini, docente di dottrina dello stato a Bologna (parlo di più di venti anni fa) faceva studiare ai suoi numerosi e molto distratti studenti. Ricordo che egli cercava di fondare un principio di solidarietà sull'istinto naturale della simpatia. Quell'istinto che dovrebbe portarci a sentire "per simpatia" il dolore dell'altro.

Credo che oggi prevale una cultura che riesce a cancellare questa tendenza ad immedesimarsi con la vittima. E credo anche che la perdita della simpatia lascia posto ad una tendenza fare branco.

Da una ricerca su Google ho visto che ci sono poche tracce del prof. Bagolini e nulla di questa sua teoria.

Tommaso Palermo

Carlo Gambescia ha detto...

Caro Palermo,
Concordo. E grazie.
Carlo