Chissà che direbbero Marx e Pareto, redivivi, del capitalismo contemporaneo. Marx si lancerebbe in un ispirato elogio della globalizzazione, scorgendovi, la possibilità, dello sviluppo di un proletariato mondiale, capace finalmente di scatenare la rivoluzione finale. Pareto, invece, sbuffando, criticherebbe il capitalismo attuale, ancora meno trasparente di quello dei suoi tempi. Ed entrambi, pur discutendo, sarebbero d’accordo sulla sua prossima fine.
Si dirà, che Pareto e Marx erano due “apocalittici”, che mai si sarebbero “integrati”. I due, infatti, ritenevano che il capitalismo reale (così com’era) non fosse il migliore dei mondi possibili… Di qui però due differenti terapie d’urto: la rivoluzione proletaria per Marx, e la rinascita di una forte classe borghese per Pareto. Del resto entrambi diffidavano della politica, e pensavano, che il capitalismo, si sarebbe affondato o salvato da solo. Erano, in fondo, due “impolitici”.
Queste fantasticherie intellettuali ci sono venute in mente, leggendo il libro di Eduth Levi, Società a irresponsabilità illimitata. Tutta la verità sui manager italiani (Rubbettino 2007, pp. 205, euro 15,00). Un testo ben scritto (si legge d’un fiato), da un manager italiano, che ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo uno pseudonimo. Il libro si avvale anche di un’introduzione del sociologo Giulio Sapelli e di una ricca bibliografia.
Il quadro che Levi traccia dei manager è negativo, quanto quello di Pareto, feroce critico delle molli classi borghesi del suo tempo. Ma a differenza di Marx, Levi non scorge alcuna diabolica grandezza nei capitalismo attuale. Ovviamente, nel libro si parla solo del capitalismo made in Italy , ma per l’autore, sembra non goda buona salute neppure quello mondiale. Però attenzione: non si tratta di un libro anticapitalista, Levi è idealmente dalla parte di Pareto, e ritiene che il capitalismo, se solo volesse, potrebbe elevare concretamente, più di quanto abbia fatto finora, la vita di tutti: dagli imprenditori ai dipendenti, fino ai cittadini. Vedremo più avanti come. Prima entriamo nei dettagli del libro.
Il male del capitalismo attuale, per usare un’ espressione brutale, e nel pretendere da ogni sua attività, i famigerati “pochi, maledetti e subito”… Fuor di metafora: il male sarebbe nel profitto a breve termine. Frutto di una corrotta volontà di potenza, che oggi pervade le élite dirigenti, ripercuotendosi sui lavoratori e cittadini. Cosicché l’autore parla di “limiti interni” al sistema economico e di “limiti interni” alle persone. Ma lasciamo a lui la parola.
I “limiti interni” al sistema economico sono tre. Il primo è appunto “rappresentato dalla dimensione del profitto come unica rilevante per valutare il funzionamento delle aziende e conseguentemente l’operato del management. Il secondo è rappresentato dalla soddisfazione economica degli azionisti come unica categoria di stakeholder della quale preoccuparsi. Il terzo, che rappresenta in un certo senso il presupposto ma anche la conseguenza dei primi due, è dato dalla separazione dei fatti dai valori, o, detto in altro modo, dell’economia dall’etica” .
Quanti ai “limiti interni” alle persone, si parla di “atrofizzazione della relazionalità, profitto come unica dimensione valoriale, caduta della tensione morale ed etica, cinismo, egoismo, tutto e subito, senza assenza di limiti, assuefazione”.
Sembrano, insomma, finiti i tempi in cui il capitalismo, grazie alle risorse morali interne e ai suoi epici capitani d’industria, come nel XIX secolo, cresceva e si moltiplicava, guardando lontano Ora, invece, i capitalisti paiono vivere alla giornata, e spesso di profitti illeciti, spartendosi quel poco che resta… E ciò spiega il senso del titolo: Una “società a irresponsabilità illimitata”, dove manager e azionisti di riferimento, prima pensano a se stessi, truccando i bilanci (esemplari gli accenni al caso Parmalat, dove le anomalie contabili venivano considerate perfettamente normali). E poi, se ne resta, a dipendenti e consumatori . Quel che conta non è più la vendita del prodotto, ma il nesso fiduciario con le banche… Spesso frutto, come scrive Levi, di accordi interni a “un’economia dei compari” .
Il libro offre anche una parte propositiva. L’autore indica alcune vie d’uscita. Quali? La partecipazione dei dipendenti alle decisioni strategiche; l’ economia di comunione, dove i profitti vengono equamente divisi tra incremento dell’azienda, aiuti ai bisognosi, formazione di nuove motivazioni etiche nei lavoratori. Infine Levi, riprendendo le note tesi di Luigino Bruni e Stefano Zamagni, propone un’ “economia civile”, fondata sulla reciprocità. Tradotto: sulla sincera volontà di collaborazione tra datori di lavoro e dipendenti. Però, a dirla tutta, tra la parte critica e propositiva, si scorge un vuoto. Non di documentazione (tra l’altro, le pagine dedicate alla partecipazione sono informate e sinceramente ispirate). Ma in termini argomentativi. E spieghiamo perché.
Se alla base del modello di capitalismo italiano (e crediamo anche mondiale), c’è una caduta di tensione morale, risulta evidente che si tratta di una crisi è esterna al sistema capitalistico: una crisi sociale e culturale. Eduth Levi sembra invece propendere per l’ipotesi della crisi interna (coinvolgendo le strutture morali del solo capitalismo, degli attori economici, ma non quelle della società nel suo insieme, che perciò, sostanzialmente, sarebbe sana…). Ma se è così, come mai la crisi attuale sembra approfondirsi? Probabilmente, perché l’economia del mordi e fuggi ha fagocitato anche la società civile, che infatti appare, e in misura crescente, utilitaristica e corrotta. Ecco allora il punto: dove trovare in questo deserto ( sociale e culturale) che avanza dentro di noi, le basi morali per la partecipazione e l’economia civile e di comunione?
Non è un problema da poco. Probabilmente un ruolo importante, anche se non risolutivo, potrebbe svolgerlo la politica: la grande politica. Ma Eduth Levi non tocca l’argomento. E questo, purtroppo, è il limite del libro. Benché, la scelta dell’impoliticità, avvicini Levi a Pareto e Marx. Il che, crediamo, non dispiacerà all’autore. Anzi.
Si dirà, che Pareto e Marx erano due “apocalittici”, che mai si sarebbero “integrati”. I due, infatti, ritenevano che il capitalismo reale (così com’era) non fosse il migliore dei mondi possibili… Di qui però due differenti terapie d’urto: la rivoluzione proletaria per Marx, e la rinascita di una forte classe borghese per Pareto. Del resto entrambi diffidavano della politica, e pensavano, che il capitalismo, si sarebbe affondato o salvato da solo. Erano, in fondo, due “impolitici”.
Queste fantasticherie intellettuali ci sono venute in mente, leggendo il libro di Eduth Levi, Società a irresponsabilità illimitata. Tutta la verità sui manager italiani (Rubbettino 2007, pp. 205, euro 15,00). Un testo ben scritto (si legge d’un fiato), da un manager italiano, che ha voluto mantenere l’anonimato, scegliendo uno pseudonimo. Il libro si avvale anche di un’introduzione del sociologo Giulio Sapelli e di una ricca bibliografia.
Il quadro che Levi traccia dei manager è negativo, quanto quello di Pareto, feroce critico delle molli classi borghesi del suo tempo. Ma a differenza di Marx, Levi non scorge alcuna diabolica grandezza nei capitalismo attuale. Ovviamente, nel libro si parla solo del capitalismo made in Italy , ma per l’autore, sembra non goda buona salute neppure quello mondiale. Però attenzione: non si tratta di un libro anticapitalista, Levi è idealmente dalla parte di Pareto, e ritiene che il capitalismo, se solo volesse, potrebbe elevare concretamente, più di quanto abbia fatto finora, la vita di tutti: dagli imprenditori ai dipendenti, fino ai cittadini. Vedremo più avanti come. Prima entriamo nei dettagli del libro.
Il male del capitalismo attuale, per usare un’ espressione brutale, e nel pretendere da ogni sua attività, i famigerati “pochi, maledetti e subito”… Fuor di metafora: il male sarebbe nel profitto a breve termine. Frutto di una corrotta volontà di potenza, che oggi pervade le élite dirigenti, ripercuotendosi sui lavoratori e cittadini. Cosicché l’autore parla di “limiti interni” al sistema economico e di “limiti interni” alle persone. Ma lasciamo a lui la parola.
I “limiti interni” al sistema economico sono tre. Il primo è appunto “rappresentato dalla dimensione del profitto come unica rilevante per valutare il funzionamento delle aziende e conseguentemente l’operato del management. Il secondo è rappresentato dalla soddisfazione economica degli azionisti come unica categoria di stakeholder della quale preoccuparsi. Il terzo, che rappresenta in un certo senso il presupposto ma anche la conseguenza dei primi due, è dato dalla separazione dei fatti dai valori, o, detto in altro modo, dell’economia dall’etica” .
Quanti ai “limiti interni” alle persone, si parla di “atrofizzazione della relazionalità, profitto come unica dimensione valoriale, caduta della tensione morale ed etica, cinismo, egoismo, tutto e subito, senza assenza di limiti, assuefazione”.
Sembrano, insomma, finiti i tempi in cui il capitalismo, grazie alle risorse morali interne e ai suoi epici capitani d’industria, come nel XIX secolo, cresceva e si moltiplicava, guardando lontano Ora, invece, i capitalisti paiono vivere alla giornata, e spesso di profitti illeciti, spartendosi quel poco che resta… E ciò spiega il senso del titolo: Una “società a irresponsabilità illimitata”, dove manager e azionisti di riferimento, prima pensano a se stessi, truccando i bilanci (esemplari gli accenni al caso Parmalat, dove le anomalie contabili venivano considerate perfettamente normali). E poi, se ne resta, a dipendenti e consumatori . Quel che conta non è più la vendita del prodotto, ma il nesso fiduciario con le banche… Spesso frutto, come scrive Levi, di accordi interni a “un’economia dei compari” .
Il libro offre anche una parte propositiva. L’autore indica alcune vie d’uscita. Quali? La partecipazione dei dipendenti alle decisioni strategiche; l’ economia di comunione, dove i profitti vengono equamente divisi tra incremento dell’azienda, aiuti ai bisognosi, formazione di nuove motivazioni etiche nei lavoratori. Infine Levi, riprendendo le note tesi di Luigino Bruni e Stefano Zamagni, propone un’ “economia civile”, fondata sulla reciprocità. Tradotto: sulla sincera volontà di collaborazione tra datori di lavoro e dipendenti. Però, a dirla tutta, tra la parte critica e propositiva, si scorge un vuoto. Non di documentazione (tra l’altro, le pagine dedicate alla partecipazione sono informate e sinceramente ispirate). Ma in termini argomentativi. E spieghiamo perché.
Se alla base del modello di capitalismo italiano (e crediamo anche mondiale), c’è una caduta di tensione morale, risulta evidente che si tratta di una crisi è esterna al sistema capitalistico: una crisi sociale e culturale. Eduth Levi sembra invece propendere per l’ipotesi della crisi interna (coinvolgendo le strutture morali del solo capitalismo, degli attori economici, ma non quelle della società nel suo insieme, che perciò, sostanzialmente, sarebbe sana…). Ma se è così, come mai la crisi attuale sembra approfondirsi? Probabilmente, perché l’economia del mordi e fuggi ha fagocitato anche la società civile, che infatti appare, e in misura crescente, utilitaristica e corrotta. Ecco allora il punto: dove trovare in questo deserto ( sociale e culturale) che avanza dentro di noi, le basi morali per la partecipazione e l’economia civile e di comunione?
Non è un problema da poco. Probabilmente un ruolo importante, anche se non risolutivo, potrebbe svolgerlo la politica: la grande politica. Ma Eduth Levi non tocca l’argomento. E questo, purtroppo, è il limite del libro. Benché, la scelta dell’impoliticità, avvicini Levi a Pareto e Marx. Il che, crediamo, non dispiacerà all’autore. Anzi.
12 commenti:
E' un libro interessante per molte ragioni.
Ne vorrei evidenziare solo due:
la morale del produttore e la condizione del consumatore.
Questi due aspetti di una stessa ragione ( necessità di cambiamneto) evidenziano la necessità di una forte presa di posizione dei soggetti che stanno sul campo.
La morale del produttore non è necessariamente la morale di chi detiene i mezzi di produzione ma di chi aspira a condividere i mezzi di produzione, il che equivale a dire un ripensamento dell'economia di mercato.
Se questa spinta arriva da chi già materialmente detiene i mezzi di produzione significa che la rinascita è possibile senza che vi sia uno scontro tra le parti.
Se la morale è quella del consumatore cioè di chi non sa pensarsi se non in funzione di passività (dove la funzione attiva è solo quella di saggiarne la bontà del prodotto) allora non vi può essere nessun ripensamento degli attuali sistemi.
Ecco perchè la lettura di questo libro la si può leggere con gli occhi di Sorel.
Sorel si spostò sul proletariato perchè non vedeva nella borghesia quella spinta sufficiente al cambiamento.
La sua visione era troppo ottimistica perchè credeva di dotare il proletariato di quella forza morale che non vedeva nella borghesia.
Nel libro di Levi si legge una possibilità di cambiamento per spinta di pochi "illuminati" manager.
Se lo leggiamo con gli occhi di Weber, sembrerebbe che la spinta etica di non guardare al profitto immediato ma a quello a lungo termine che, essendo più solido, farebbe gli interessi generali sia dei produttori che dei consumatori, non potrebbe avvenire per diversi ordini di ragioni.
Ne analizzo una solo per non dilungarmi troppo: il manager non è il proprietario capitalista di cui parlava Weber.
Il manager è qualcosa di profondamente diverso.
Ecco cosa manca all'analisi di Levi: comprendere i limiti di una simile possibilità.
Si legge una spropositata funzione del manager e non si capisce bene chi sono i detentori dei mezzi di produzione e sappiamo benissimo tutti, come pure Levi, che i centri di potere economico esistono e sono in mano di pochi soggetti.
Il libro però offre degli spunti interessanti e pone l'esigenza di andare alla ricerca di chi e come potrebbe invertire la rotta.
Sicuramente non i consumatori.
S.M.
Grazie Stefano, per il tempo che mi hai dedicato.
Ottima analisi.
Sorel è prezioso, anche come critico di certo utilitarismo borghese, "passivo", già diffuso, ai suoi tempi, all'interno dei partiti socialisti. In questo senso il pensiero sociale di Sorel è tuttora un ottimo strumento per studiare le reali motivazioni della politica all'interno della società dei consumi.
Un caro saluto,
Carlo
O.T. ma non troppo
Carlo oggi dialogando su un altro blog ho scritto quello che segue.
Non so se è in linea con il tuo articolo.
Ma comunque te lo avrei sottoposto comunque, nel senso per tè è possibile che il PD si unifichi sul concetto di responsabilità sociale in linea di massima come sotto esposto.
****
Il PD e il vero cambiamento.
Il mio sogno nascosto nel cassetto è vedere un PD che passa dalle responsabilità di classe alle responsabilità individuali.
Se l’economia di mercato solidale e responsabile,viene acquisita come un bene per la collettività, mi domando:
1 - Come è possibile far convivere imprenditori, professionisti, commercianti, Manager e lavoratori salariati?
2 – Come è possibile riformare lo stato sociale in un modello solidale di tipo Scandinavo?
3 – Come è possibile premiare il lavoro e, penalizzare i fannulloni ( per dirla come Ichino) con l’poggio del sindacato?
4 – come sgominare I baroni di ogni tipo per premiare il merito?
Mi fermo per non fare un commento lungo, ma se nel 900 la lotta è stata una lotta di classe e i partiti erano partiti di classe, che combattevano le classi avverse.
Nel XXI secolo i partiti sono fatti da cittadini Responsabili, è le responsabilità dei cittadini sono individuali.
Allora la difesa sarà sulle regole rompendo l’egemonia di classe CHE NON AVRà Più MOTIVO DI ESISTERE.
La diversità fra i due poli maggioritari di CXD e di CXS ( chiamiamoli così percodificazione dialettica) sarà solo su chi vuole meno stato e socialità in economia è, chi invece vuole più socialità nche con la presenza dello stato ove occorra.
Tradotto misurare il successo del proprio essere con il conto in banca, o misurare il successo del proprio essere dove il conto in banca è, solo una parte del tutto.
Il vero riformista democratico agisce secondo l’etica della responsabilità.
Mentre Mussi lasciando i DS dice: esiste l’etica della convinzione (cita M.Weber).
******
Definizione delle tue etiche introdotte da M. Weber.
“Ma l’etica assoluta ( della convinzione) non si preoccupa delle conseguenze”, e come tale il politico non può farla propria. L’etica della convinzione è tipica del rivoluzionario.
Chi invece segue l’etica della responsabilità assume come massima: “queste conseguenze saranno imputate al mio operato”, non scaricate sulle spalle di altri.
Quando parla di etica della responsabilità Weber sottintende che essa sia preceduta da un momento di convincimento, ovvero che sia stato scelto un fine da perseguire e rispetto al quale misurare i mezzi; in caso contrario si tratterebbe di puro opportunismo.
Non è una contraddizione: l’etica della responsabilità implica un’etica della convinzione, ma non viceversa.
La vera etica della responsabilità è quella in cui le convinzioni vengono commisurate ai mezzi. L’etica della convinzione invece è unilaterale.
Anche in questo caso siamo di fronte a una concezione tipico-ideale, perché tipologicamente si tratta di due etiche inconciliabili, ma ciò non implica che chi segue l’etica della responsabilità sia privo di convinzione..
Carlo, la crisi del capitalismo Italiano è la crisi di un sistema di non valori.
Siamo un paese povero che è diventato un paese industrializzato perchè trasformava le materie prime altrui.
Inoltre le risorse finanziarie sono sempre state ad appannaggio della grande industria ( FIAT & co) con il Bene placido di tutti.
Una certa evasione diffusa che serviva per far crescere chi beneficiava di meno soldi pubblici.
I Politici degli ultimi 20 anni che tutto sono tranne che Politici ( D'Alema in Barca mi sembra il Raul Gardini dei poveri).
Tutti hanno tirato a far cassetta politici e grnde azienda.
Lo stato è tuttora presente nell'economia ma senza essere la Grande IRI dei tempi d'oro che faceva scuola d'impresa.
I manager statali sono pagati senza essere legati alla produttività è all'efficenza che,DEVE ESSERE RAGGIUNTA CON IL VINCOLO DELLA RESPONSABILITà SOCIALE CHE VUOL DIRE RISPETTO DELLE REGOLE.
insomma anche i Comunisti sono miliardari e amici di Milton Fridman.
Cosa occorre ritrovare?, l'etica della responsabilità sociale vera e non camuffata.
Responsabilità vuol dire trovare il miglior equilibrio fra mezzi e fini per convivere in comunità che è la Democrazia.
I politici italiani attuali sono in politica da 30 anni, ma quando parlano sempbrano delle vergini la colpa è, sempre degli altri.
Quali esempi imitare se Coppola siede in mediobanca!
Se i furbetti sono tutti amici degli amici dei politici, mi dici cosa ne viene fuori...chi osserva, ho è dotato di una forte persinalità dell'essere è rispetta se steso ( i suoi valori non tremano, e non cedono alle apparenze).
Ma i giovani da questa classe dirigente, sia politica che manageriale, quali esempi anno?
Ma non lo vedi che ci stanno cinesizzando e,sono incapaci di creare uno sviluppo di qualità.
La politica è l'arte di dirigere e amministrare la cosa pubblica, ma per dirigere e amministrare devi dare l'esempio positivo del credere per farti seguire.
Solo con esempi sani quando uno sgarra, la comunità acquisice il senso del pudore.
Oggi nessuno più si stupisce, nemmeno quando sterminano i popoli, figurati se si stupiscono per un po di soldi.
Ciao ernesto
PS: il libro comunque lo comprerò.
Grazie Ernesto per gli impegnativi contributi.
Condivido la tua tesi sull'importanza etica della"responsabilità sociale". La questione è come "farla crescere" in un società, come scrive Stefano(Moracchi)di "passivi" consumatori.
L'esempio, anche di pochi, può essere un buon inizio.
Quanto al capitalismo credo sia difficile scindere la crisi interna (al capitalismo italiano) dalla crisi esterna (della società italiana).
Un amichevole saluto,
Carlo
Sto lavorando al progetto di una rivista mensile dove trattare compiutamente i temi che quotidianamente solleviamo.
Credo possa essere un piccolo inizio Carlo.
A proposito, a quando il caffè?
Ciao,
S.M.
... Presto!
Ciao,
Carlo
Non sarà che la responsabilità è illimitata, e magari anche indefinita, e impossibile da attribuire, perché la stessa percezione di proprietà si è ormai profondamente trasformata?
I Buddenbrokk, ma anche tutti i grandi capitalisti del Novecento, si affacciavano a una finestra, contemplavano una distesa di stabilimenti a perdita d'occhio, e potevano dire all'erede di turno "un giorno tutto questo sarà tuo".
Te lo immagini Marco Tronchetti Provera che si affaccia da un balcone (quale?) e dice all'erede (ma ha un erede) un giorno tutto questo sarà tuo?
Questo cosa? La scatolina cinese nella scatola cinese nella scatola cinese, ecc. ecc.? Arriva un patto di sindacato, una Opa, e sei a gambe all'aria, magari con una bella sine cura e una ricchezza sterminata, ma senza contare più niente.
Ah, i vecchi tempi, quando i sistemi industriali si fondavano sulla "roba"...
Ciao
Luca
Carlo, in edicola c'è una serie di libri sulla psicologia.
La seconda uscita di oggi è Erich Fromm, L'arte di Amare - Avere o Essere ?
Che dici sono in sintonia per con il POST.
Potrebbero essere consigliati come letture obbligatorie per ogni corso di Managememt ?????
Saluti Ernesto
Giusto.
Ciao Luca e grazie.
Carlo
Ciao Carlo,
a mio modo di vedere quelli che l'autore indica come "limiti interni" del capitalismo sono invece i principi fondanti.
Un capitalismo che non mettesse al primo posto il profitto non sarebbe "morale". Il capitalismo è sano quando i dirigenti fanno al 100% gli interessi degli azionisti. Questa è l'etica del capitalismo, giusta o sbagliata che sia.
Gli scandali del capitalismo italiano non sono delle eccezioni, ma al massimo delle estremizzazioni delle caratteristiche del capitalismo (dovute più che altro alla mancanza di capitali).
Penso che il titolo sia altamente fuorviante...come se ci fosse un capitalismo socialmente responsabile!
Tutti i provvedimenti all'apparenza "sociali" o "ambientalisti" sono sempre strumentali ad una buona pubblicità, a creare il consenso nell'opinione pubblica ed in ultima analisi (giustamente dal punto di vista capiatista) a creare maggior profitto per gli azionisti.
un saluto
cinghios
Grazie Cinghios del puntuale contributo. Concordo. Del resto Levi, sostanzialmente, ritiene il capitalismo il migliore dei mondi possibili (insomma, a prescindere, come diceva Totò)... Di qui le sue distinzioni (e critiche) tra un capitalismo ideale e reale. Che però, come giustamente fai notare tu, non non può non badare solo al profitto.
Ciao.
Carlo
Posta un commento