mercoledì, aprile 25, 2007

Il 25 Aprile. Riflessioni sul concetto di memoria storica

Quando giunge la celebrazione del 25 Aprile è d'obbligo interrogarsi sulla memoria storica degli italiani, purtroppo ancora divisa. Il tema è delicato, ma non ci si può sottrarre. Prima però è necessario fare una premessa.
Non è facile parlare di memoria storica. Dal momento che si tratta di un concetto “ponte”, posto nello spazio tra due universi memoriali: quello individuale e collettivo. Dal punto di vista individuale la memoria riguarda il mondo soggettivo, i ricordi privati e le vicende personali. Da quello collettivo, concerne invece l’esperienza del gruppo sociale di cui l’individuo fa parte. E, ripetiamo, la memoria storica, vera e propria, rappresenta il ponte che unisce lo spazio che corre tra i due universi.
Facciamo perciò un esempio preciso, per iniziare a capire sotto l’aspetto socio-psicologico, non solo la questione della memoria storica in genere, ma anche perché l’Italia di oggi sia priva di una memoria storica condivisa.
Un soldato italiano della Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista soggettivo ricorderà le sensazioni individuali (voglia di battersi o di scappare, eccetera), avvertite durante la prova del fuoco, ma anche quelle legate alla vita di gruppo, con commilitoni e superiori (l’autodisciplina, il rispetto o meno della gerarchie e degli ordini, eccetera).
Il primo aspetto riguarda la memoria individuale, il secondo quella collettiva. La memoria storica è invece rappresentata dal senso attribuito al fatto di partecipare a un evento storico (la Seconda Guerra Mondiale). Attribuzione che è sempre esterna, e nel caso dei soldati italiani (come di ogni altro combattente), derivava e deriva dal grado di intensità della memoria, trasmessa e recepita, delle tradizioni nazionali (il ricordo storico delle precedenti vittorie, il culto della patria, il senso di appartenenza a un destino o missione nazionale, solo per indicare alcuni aspetti molto generali). Ora, nel soldato italiano, a un certo punto (l’8 Settembre 1943) venne meno - e certo non per sua colpa o mancanza di valore - il concetto di memoria storica condivisa. Infatti, la cosiddetta tematica della “morte della Patria”, sollevata oggi da alcuni storici, indica sul piano socio-psicologico la completa distruzione del “ponte” tra memoria individuale e collettiva.
Da allora l’Italia non ebbe più una memoria storica condivisa. A quel ponte crollato, per proseguire nella metafora, si tentò di sostituirne un altro: quello simbolicamente rappresentato dal 25 aprile, quale Festa della Liberazione dalla dittatura fascista e dall’occupazione militare nazionalsocialista. Dopo di che però l’Italia si ritrovò subito divisa, in un “prima” (l’Italia prefascista, non amata da cattolici e marxisti, o solo in parte, nelle tradizioni repubblicane e socialiste, da parte dei laici "azionisti"), in un “durante” da cancellare (l’Italia fascista, rivendicata dai fascisti e disprezzata dagli antifascisti, tutti) e in un “dopo” (l’Italia Repubblicana e antifascista, amata dagli antifascisti e disprezzata dai fascisti ). Per alcuni la vera Italia rimaneva quella tra le due guerre, per altri la storia d' Italia, iniziava nel 1945. Per alcuni la guerra era stata perduta, per altri la guerra era stata vinta. In realtà, tra le due memorie collettive (fascista e antifascista) non vi sarebbe più stato alcun ponte. Come non vi sarebbe più stato tra la storia dell ’Italia liberale, prefascista, (perché poco apprezzata, nella sua integralità, da entrambe le parti) e quella dell’Italia Repubblicana.
Negli anni successivi l’imposizione, per così dire, del pagamento di un pedaggio, quello dell’ ”abiura”, imposto dall’antifascismo, impedì qualsiasi ricomposizione di una memoria storica condivisa. Ma a dire il vero, neppure giovò alla ricomposizione, l’atteggiamento degli ex fascisti, molti dei quali, in modo sprezzante, continuarono a considerarsi orgogliosi esuli di Patria, spesso immaginarie, e comunque segnata da fratture storiche, altrettanto gravi (quella tra l'Italia Fascista e l'Italia Repubblicana). Per giunta, la cultura cattolica, universalista per eccellenza, non favorì lo sviluppo di alcun nuovo senso della Patria.
Una patria, è bene non dimenticarlo, che, al di là, delle celebrazioni postume, aveva cessato di vivere l’8 Settembre 1943, soprattutto con la vergognosa fuga dello Stato Maggiore e del Re, con la penosa dissoluzione dell’esercito italiano, e con lo svuotamento dei magazzini delle caserme da parte di militari e civili.
Di qui però due fenomeni socio-psicologici significativi che ci riportano ai nostri giorni.
In primo luogo, va evidenziata l’assenza tra gli italiani di oggi della memoria individuale della guerra. Anche per ragioni anagrafiche, ma non solo, come poi vedremo. Scomparsi i padri, o meglio i nonni, della partecipazione italiana alla Seconda Guerra mondiale, non restano più - almeno livello di massa - neppure i ricordi individuali.
In secondo luogo, oggi esistono differenti memorie di gruppo, che riflettono le diverse ideologie politiche prevalenti o in conflitto (soprattutto dopo la nascita della cosiddetta “Seconda Repubblica”). Si tratta di memorie di gruppo che rappresentano una visione “differente” (e dunque “ideologica”) della Seconda Guerra Mondiale. Di qui, da un lato quell’assenza di una memoria individuale del secondo conflitto, già segnalata; dall’altro la fastidiosa presenza di differenti memorie di gruppo.
Il che implica un altro fatto: oggi gli italiani vivono sospesi tra il vuoto individualistico e l’ideologizzazione più accesa: lo spazio socio-psicologico che corre tra memoria individuale e di gruppo si è dilatato enormemente. Anche a causa del disimpegno individuale e del culto, quasi religioso, di un individuo narciso (dedito ai divertimenti della vita privata), favorito ad arte dal sistema socio-economico. Ma anche a causa della forte ideologizzazione delle memorie “parziali”, propugnate dai più diversi gruppi politici (in particolare quelli di derivazione azionista e della sinistra e destra radicali), elevatisi a difensori di immaginarie “purezze patriottiche”. Insomma, per un verso viene favorito il disimpegno, e dunque la memoria individuale, per l’altro si susseguono scomuniche reciproche, tra i vari detentori delle diverse memorie di gruppo.
Resta però dominante il dato del disimpegno politico di massa. Infatti il conflitto tra le diverse memorie di gruppo riguarda alcune minoranze, ancora attive. E di riflesso il 25 Aprile viene ormai celebrato in un clima a metà strada tra la retorica ufficiale, coltivata dalle élite repubblicane, e il disinteresse delle masse, preoccupate solo di allungare il “ponte”, non della memoria storica. più meno condivisa, ma delle prime vacanze primaverili.
Per quel che concerne il disimpegno collettivo, con un gioco di parole, si può dire, che coloro che si vogliono divertire devono acconsentire, e che coloro che si divertono acconsentono. Dal momento che è difficile stabilire, considerata la forza mediatica, economica e politica del sistema oggi dominante, dove in realtà finisca la libera scelta dell’individuo e inizi l’imposizione dall’alto. Del resto chi si vuole solo divertire, non avverte alcun bisogno di sapere da dove viene e dove andrà. Chiede solo di vivere in un eterno presente.

10 commenti:

nunzio ha detto...

Salve sig. Gambescia, dopo aver letto la sua riflessione, ho un quesito da porle:
chi come me, ha ormai perso i nonni che trasmettevano le loro memorie storiche, oltre ad informarsi storicamente dai dati reperibili e tenendo presente le diverse sfumature interpretative (il che di per sè non aiuta), come deve comportarsi in merito, chi non ha vissuto la guerra, le emozioni e la vita intorno a quel contesto storico?
Il ponte potrebbe essere "ristrutturato" senza correre il rischio che gli "architetti" ne facciano un'accozzaglia di stili diversi?

La saluto e le faccio i complimenti per il suo blog e per le notizie utili che vi contiene.

Carlo Gambescia ha detto...

Benvenuto Nunzio (lasci stare il sig. e mi chiami pure Carlo). E grazie.
Sarebbe necessaria una "religione civile" (senza per questo nulla togliere alla "religione religione"): un insieme di memorie, istituzioni e comportamenti condivisi, in cui tutti possano finalmente riconoscersi (pensi al ruolo che potrebbero svolgere la scuola e i media pubblici...)
Insomma, qualcosa di più che una semplice "ristrutturazione": qualcosa che non si può creare "a tavolino", ma che richiede tempo ( mentre ne è stato già sprecato tanto...) La "religione civile" impone una consapevolezza storica, che in Italia, per ora, piaccia o meno, manca.
Un grosso problema
Continui a seguirmi.
Carlo

Stefano Moracchi ha detto...

La memoria storica, il ponte tra l'individuale e il collettivo richiedono consapevolezza ma anche impegno. La consapevolezza e l'impegno richiedono coerenza. Per avere coerenza bisogna sapersi sacrificare in nome dei pricipii in cui si crede.
Ma come ben dici, Carlo, per chi vuole divertirsi, non avverte alcun bisogno di sapere da dove viene e dove vuole andare.
L'eterno presente in cui chiede di vivere è decorato da buonismo, finta fratellanza. I pacificatori sociali hanno eretto un muro ideologico per non fare uscire nessuna determinazione.
Gli indeterminati, per determinarsi, tirano fuori dal cassetto della storia le icone del passato per potersi rappresentare di quando in quando.
Le idee forti e le idee guida divengono maschere da indossare occasionalmente.
Basta che il tutto non impegni troppo e, soprattutto, non interferisca nei giochi.
E' questa la grande pacificazione a cui siamo arrivati: nessun valore e ideale da affermare se richiede un sacrificio.
E' la nuova religione indeterminata che ha sopperito sia quella civile, che quella religiosa (nel mondo occidentale).
Una religione che anestetizza ogni conflitto, ogni determinazione possibile.
In fondo che c'è di più bello della fratellanza, anche fosse solo quella dell'inconsistenza?
Ciao,
S.M.

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Stefano del denso contributo.
Sarebbe interessante approfondire il collegamento, in termini filosofici e politici, tra l' idea di "fratellanza nell'inconsistenza", a uso interno, da te così brillantemente richiamata, con l'idea di fratellanza (coattiva) armata, a uso esterno, per esportare, come oggi accade, la fratellanza a uso interno.
Ciao,
Carlo

Luca Ceccarelli ha detto...

Interessante riflessione. La festa del 25 aprile è, in effetti, sempre più imbarazzante, per la sua sempre maggiore lontananza da noi.
Sarei tentato di ipotizzare che un giorno potrebbe sparire, ma mi sento portato a escluderlo: se fosse abolita verrebbe abolito con essa anche il "ponte lungo" (25 aprile-1 maggio). Ciò non accadrà, in un futuro immaginabile, e non certo perché qualcuno abbia a cuore che l'Italia che lavora si prenda un meritato riposo, ma bensì perché moltissimi hanno a cuore che si celebri il ponte con gite, viaggi, last minute in varie e amene località turistiche d'Italia, d'Europa e anche fuori dell'Europa.
In quanto al rapporto con il 25 aprile, esso è sì complicato e contrastato, ma lo è forse molto di più di quanto lo sia il rapporto di altri popoli a noi vicini con la propria storia?
Si può dire che i francesi abbiano sciolto i nodi del rapporto con la loro Resistenza e con il regime di Vichy? O i tedeschi con il nazismo (e il comunismo, nella parte orientale)? E gli spagnoli con il franchismo, che, si direbbe, si sono tenuti per quarant'anni ma ora negano nella pratica?
La questione appare vasta, dunque, e probabilmente non sarà mai realmente affrontata...
Ciao
Luca

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Luca.
Sono d'accordo. Ovviamente, la dimensione dei "nodi" da sciogliere varia in relazione all'"anzianità" dello stato-nazione e al tipo di rapporto (o se vuoi di compromissione) intrattenuto dalle diverse culture politiche nazionali con la tentazione totalitaria novecentesca...
Ciao,
Carlo

roberto buffagni ha detto...

Chi ci libererà dai liberatori?

Carlo Gambescia ha detto...

E chi ci libererà dai liberatori del liberatori?
Ciao,
Carlo

Anonimo ha detto...

ciao...sono una ragazzina di 16anni...e volevo solo dirvi che è prorpio vero che questo 25 aprile non è più sentito come in effetti andrebbbe dovuto percepire..A scuola i professori,anche di licei ottimi tipo il classico,che faccio io,non insegnano più la storia dell'Italia...e se la spiegano.. spiegano quando ancora c'era Giulio Cesare al tempo dei romani...i partigini,le resistenza,la lotta,la repressione,il coraggio e l'amore per il prorpio paese..non viene più vissuto...e di questo mi rammarico...ciao noemi

Carlo Gambescia ha detto...

Grazie Noemi dell'interessante testimonianza.
Condivido il tuo rammarico,
Ciao,
Carlo