Le polemiche su “Apocalypto” sono importanti per scoprire l’ ipocrisia di certa sinistra al caviale, ma anche per fare luce, come dire, sull’ “occhio antropologico” di Gibson. Come vedremo, il suo non è un approccio comune, soprattutto nell’ambito del cinema hollywoodiano, che di solito punta su una specie di “violenza democratica”, di largo consumo, e tutto sommato normalizzante. Gibson invece va in un'altra direzione.
Ma cominciamo dalla sinistra del bon ton morale.
Ora, si tratta di un sinistra, per un verso pronta a condannare verbalmente ogni forma di violenza. Si pensi alla stantia retorica sul bullismo che legioni di opinionisti “liberal” combattono, senza alcuna paura del ridicolo, come una forma di pericolosa “criptopropensione” al totalitarismo che può svilupparsi nell’adolescente. E per l’altro disposta a giustificare anche la morte violenta dei nemici (presuntivi) del sistema, come Saddam. Basti ricordare le contraddittorie prese di posizione di alcuni noti “umanitaristi” laici, come Mieli e Scalfari, contrari all’impiccagione dell’ex rais, ma favorevoli a forme di giustizia popolare a “caldo”.
A queste due inconsistenti posizioni “teoriche” va sommata la violenza mediatica, che quotidianamente penetra nelle case attraverso la televisione, favorendo passivamente negli stessi bambini e adolescenti, di cui però si teme il bullismo di ritorno, l’ accettazione della violenza, spesso più feroce, come normale componente dei rapporti sociali.
In tale contesto, a dir poco schizofrenico, “Apocalypto” di Gibson è stato attaccato da tutte le parti, e in modo particolare, da certa sinistra buonista, che pur odiando a parole la violenza, non si sarebbe dispiaciuta di una fine stile Piazzale Loreto per Saddam… Ma c’è dell’altro: questa sinistra “libertaria”, non era fino a poco tempo fa contraria a ogni forma di censura? O ha cambiato idea appena è uscito il film di Mel Gibson?
Propendiamo per la seconda ipotesi. Infatti, all’attore e cineasta americano la cultura “liberal” mondiale non ha ancora perdonato il successo di un film integralista, come "The Passion" . E perciò alla prima occasione ha chiesto a gran voce, come sta avvenendo in Italia, l’intervento della censura cinematografica.
Si tratta di una posizione che brilla per la sua ipocrisia. Vediamo perché
In primo luogo, libertà vuole, che sia lo stesso spettatore a decidere, e per il minore, i genitori. Se ci si batte per la libertà individuale, e si ritiene l’individuo libero di scegliere, la libertà deve valere per tutti e sempre. Non può essere condizionata dalle simpatie o antipatie culturali. E ciò la dice lunga sulla vera natura dello spirito libertario di cui certi “progressisti” si sono nominati depositari.
In secondo luogo, invocare il ruolo decisivo della censura cinematografica, significa fare un passo indietro. Vuol dire reintrodurre una specie di tutorato pubblico, e perciò anteporre, nel caso dei minori, una specie di Stato-Padrone alle famiglie. Il che fa dubitare sull’autenticità del liberalismo che anima la sinistra al caviale.
In terzo luogo, la violenza, che come abbiamo notato, viene veicolata quotidianamente dai media, e in particolare dalla televisione (perfino nei cartoni animati…), non può essere esorcizzata a colpi di divieti. Andrebbe invece studiata in rapporto al contesto in cui la si rappresenta: il vero punto della questione è costituito dal pericolo di rappresentarla - magari nelle sue forme estreme e sadiche - come una componente normale dei rapporti sociali. L’esempio classico è quello dell’incoraggiamento a farsi giustizia da soli per futili motivi… Un “approccio” che caratterizza in larga parte la cinematografia hollywoodiana, popolata appunto di serial killer, giustizieri della notte, eroi negativi, quasi sempre guardati con occhio benevolo, se non del tutto compiaciuto. Tutti film per i quali, i “liberal” delle due sponde dell’Oceano, difficilmente hanno invocato divieti.
Nel film di Gibson la violenza è contestualizzata nel quadro di una società, come quella Maya, dove come mostrano gli studi antropologici, la violenza più efferata, come totale monopolio delle classi dominanti, vi svolgeva un ruolo pari a quello che la “forza pubblica” (che non è altro che “violenza istituzionalizzata, o legale) svolge nelle nostre società. Insomma, Gibson descrive la “violenza dei Maya in modo esattamente contrario, a come in genere viene rappresentata la violenza dell’antieroe pulp. Nel caso dei Maya, la violenza scende dall’alto, e come tale viene contestualizzata visto che si tratta di una società castale. Mentre in certe truculente pellicole hollywoodiane, dove invece la violenza sale dal basso, l’omicidio finisce per acquisire una sua pericolosa “normalità democratica”…
Tuttavia la diversità non è solo nelle due società, ma anche nello sguardo del regista. Quello di Gibson, pur indulgendo su certi cliché del cinema americano, non è mai benevolo. Il suo è l’occhio dell’antropologo che fissa, senza ipocrisie, il Leviatano Maya. Come in precedenza ha fissato, senza assolverlo, quello di Roma antica.
Ma cominciamo dalla sinistra del bon ton morale.
Ora, si tratta di un sinistra, per un verso pronta a condannare verbalmente ogni forma di violenza. Si pensi alla stantia retorica sul bullismo che legioni di opinionisti “liberal” combattono, senza alcuna paura del ridicolo, come una forma di pericolosa “criptopropensione” al totalitarismo che può svilupparsi nell’adolescente. E per l’altro disposta a giustificare anche la morte violenta dei nemici (presuntivi) del sistema, come Saddam. Basti ricordare le contraddittorie prese di posizione di alcuni noti “umanitaristi” laici, come Mieli e Scalfari, contrari all’impiccagione dell’ex rais, ma favorevoli a forme di giustizia popolare a “caldo”.
A queste due inconsistenti posizioni “teoriche” va sommata la violenza mediatica, che quotidianamente penetra nelle case attraverso la televisione, favorendo passivamente negli stessi bambini e adolescenti, di cui però si teme il bullismo di ritorno, l’ accettazione della violenza, spesso più feroce, come normale componente dei rapporti sociali.
In tale contesto, a dir poco schizofrenico, “Apocalypto” di Gibson è stato attaccato da tutte le parti, e in modo particolare, da certa sinistra buonista, che pur odiando a parole la violenza, non si sarebbe dispiaciuta di una fine stile Piazzale Loreto per Saddam… Ma c’è dell’altro: questa sinistra “libertaria”, non era fino a poco tempo fa contraria a ogni forma di censura? O ha cambiato idea appena è uscito il film di Mel Gibson?
Propendiamo per la seconda ipotesi. Infatti, all’attore e cineasta americano la cultura “liberal” mondiale non ha ancora perdonato il successo di un film integralista, come "The Passion" . E perciò alla prima occasione ha chiesto a gran voce, come sta avvenendo in Italia, l’intervento della censura cinematografica.
Si tratta di una posizione che brilla per la sua ipocrisia. Vediamo perché
In primo luogo, libertà vuole, che sia lo stesso spettatore a decidere, e per il minore, i genitori. Se ci si batte per la libertà individuale, e si ritiene l’individuo libero di scegliere, la libertà deve valere per tutti e sempre. Non può essere condizionata dalle simpatie o antipatie culturali. E ciò la dice lunga sulla vera natura dello spirito libertario di cui certi “progressisti” si sono nominati depositari.
In secondo luogo, invocare il ruolo decisivo della censura cinematografica, significa fare un passo indietro. Vuol dire reintrodurre una specie di tutorato pubblico, e perciò anteporre, nel caso dei minori, una specie di Stato-Padrone alle famiglie. Il che fa dubitare sull’autenticità del liberalismo che anima la sinistra al caviale.
In terzo luogo, la violenza, che come abbiamo notato, viene veicolata quotidianamente dai media, e in particolare dalla televisione (perfino nei cartoni animati…), non può essere esorcizzata a colpi di divieti. Andrebbe invece studiata in rapporto al contesto in cui la si rappresenta: il vero punto della questione è costituito dal pericolo di rappresentarla - magari nelle sue forme estreme e sadiche - come una componente normale dei rapporti sociali. L’esempio classico è quello dell’incoraggiamento a farsi giustizia da soli per futili motivi… Un “approccio” che caratterizza in larga parte la cinematografia hollywoodiana, popolata appunto di serial killer, giustizieri della notte, eroi negativi, quasi sempre guardati con occhio benevolo, se non del tutto compiaciuto. Tutti film per i quali, i “liberal” delle due sponde dell’Oceano, difficilmente hanno invocato divieti.
Nel film di Gibson la violenza è contestualizzata nel quadro di una società, come quella Maya, dove come mostrano gli studi antropologici, la violenza più efferata, come totale monopolio delle classi dominanti, vi svolgeva un ruolo pari a quello che la “forza pubblica” (che non è altro che “violenza istituzionalizzata, o legale) svolge nelle nostre società. Insomma, Gibson descrive la “violenza dei Maya in modo esattamente contrario, a come in genere viene rappresentata la violenza dell’antieroe pulp. Nel caso dei Maya, la violenza scende dall’alto, e come tale viene contestualizzata visto che si tratta di una società castale. Mentre in certe truculente pellicole hollywoodiane, dove invece la violenza sale dal basso, l’omicidio finisce per acquisire una sua pericolosa “normalità democratica”…
Tuttavia la diversità non è solo nelle due società, ma anche nello sguardo del regista. Quello di Gibson, pur indulgendo su certi cliché del cinema americano, non è mai benevolo. Il suo è l’occhio dell’antropologo che fissa, senza ipocrisie, il Leviatano Maya. Come in precedenza ha fissato, senza assolverlo, quello di Roma antica.
13 commenti:
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Caro Gambescia,
A volte occorre passare all'azione, quando l'ingiustizia e l'ipocrisia diventano impossibili da tollerare. Non ho visto "Apocalypto", ma disgustato dal tono di certe polemiche "di sinistra", sono andato apposta a vedere "The Passion" (e mi è anche piaciuto).
Ma questa è la sinistra al caviale e sionizzata che ci ritroviamo. Quella stessa sinistra che ha preso sul serio la Lega Antidiffamazione, una delle organizzazioni più rumorosamente contrarie al film di Gibson. L'Adl si segnalò a suo tempo perché collezionava dossier sugli attivisti filopalestinesi e antiapartheid, rivendendoli poi ai governi israliano e sudafricano di allora. Non solo: premiò Berlusconi come migliore statista dell'anno, nonostante l'uscità sul "kapò" e le dichiarazioni negazioniste sulla Cecenia. Dopo tutto, Berlusconi si era pur sempre rifiutato di incontrare Arafat, e Schulz "lo aveva provocato". Se la sinistra stile Unità prende sul serio gente del genere, vien quasi voglia di buttarsi a destra (per citare Totò), benché lì le cose siano anche peggiori...
Un saluto da Marcello "Teofilatto" Bernacchia
e' un gran film! Soprattutto se lo si legge tra le righe...
Non c'è niente da fare gran parte della classe politica di sinistra non resiste alla tentazione di rivelarsi per quella che è: falsa moralista!
Io ne conosco uno che dice di essere di sinistra che è la quintessenza dell'ipocrisia moralista di sinistra. Mi ricordo le sue memorabili 'battaglie'(a parole) contro il clientelismo, la corruzione, la criminalità organizzata etc etc... Poi per aver portato al suo partito un bel po' di voti al partito della 'questione morale' fu ricompensato con un bell'incarico in una società pubblico-privata controllata dai partiti...Questo 'Che Guevara de noantri' lo sento ancora parlare di 'questione morale', di 'etica', di lotta al clientelismo(sic!!!!)....Berlinguer è morto ed insieme a lui la 'questione morale'. Sono rimasti i falsi moralisti!
D'accordo su tutta la linea. Quando Gibson girò "Braveheart", tutti si sdilinquirono per la lotta independentista scozzese contro l' imperialismo inglese (vietcong contro States, insomma..), ma "The passion" non gliel' hanno mai perdonato. Sono gli stessi "sinistrati" che emettono gridolini isterici, con la boccuccia a culo di gallina, agitando le manine inanellate, quando esce l' ultima porcheria di Tarantino. Ma già, dimenticavo, lì la violenza è ironica, corrosiva..."democratica", come l' ha brillantemente definita tu, Carlo.
Un caro saluto a tutti
Massimo bis
Grazie a "Teofilatto" (amico di Dio, ma spero nel mio piccolo, anche mio), ad Anonimo Acculturato (è uno che legge tra le righe...), a Massimo e Massimo Bis, quest'ultimo agguerito, come il suo omonimo.
Carlo
P.S.
Nella fretta - devo uscire - mi sono mangiato una erre... Si legga perciò agguerrito e non...
Chiedo scusa a tutti.
Carlo
Gibson ce la mette tutta per rendere la violenza ripugnante: se i ragazzini lo trovano "figo" non è problema del film in sè. Anzi, tutto questo cancan attorno al fatto che "è violento" attirerà più adolescenti ai videonoleggi. Proibisci una cosa e la rendi popolare, che faccia davvero male o che sia solo moralismo.
Dei film (mi è piaciuto "Apocalypto", mentre "La Passione", e "Braveheart" non mi sono piaciuti per nulla, troppa retorica che nell'ultimo film, forse perché Gibson ha un distacco maggiore dall'argomento, evita maggiomente, cadendo un po' sul finale), si può criticare una certa pesantezza filologica aggiunta appunto ai cliché tipici del cinema holliwoodiano (ad esempio, la musica angosciosa martellante, che dopo un po' causa più sbadigli che paura), che messi insieme tendono a rendere ancora più pesanti film pesanti per gli argomenti trattati. La voglia di abbandonare la sedia del cinema viene, ma non per la violenza.
Riguardo certo moralismo, non è la prima volta: ricordate quando uscì il cartone animato di Dario Fo (non ricordo il titolo), ambientato nel Medioevo, in cui un personaggio parlando degli ebrei dice "sono come noi cristiani ma di un'altra razza"? Al di là della qualità del cartone (non l'ho ancora visto ma mi dicono che anche questo fosse pesantemente filologico con le solite strizzate d'occhio al botteghino), i soliti benpensanti (non solo di sinistra, quella volta) saltarono su chiedendo di bandire il cartone "antisemita". Cosa credevano che una persona nel Medioevo pensasse degli ebrei? Lunghi predicozzi sulla bellezza della cultura giudeo-cristiana?
alex
Condivido, ottima analisi. (anche se faccio parte di quelli che accettano il tirannicidio "a caldo" e non "a freddo" :-).
Nessuno ha detto niente del fatto che film come "Sin city" abbiano nella scatola del DVD la scritta "film per tutti" (incredibile), e poi tutti a tromboneggiare per Mel Gibson.
Solo per lui. Già ...
Guido
Ti ho citato nel mio ultimo post
Per Alex:
Grazie. Non ricordavo l'episodio Fo. Ha fatto bene a segnalarlo. E, naturalmente, condivido le sue conclusioni sui "predicozzi".
Per Biz:
Nessun problema: quel che è importante è liberarsi (in qualche modo) dei tiranni, a cominciare da quelli interiori. Anche perché altra cosa è l'uso politico delle esecuzioni... Come è facilmente intuibile.
Grazie della citazione. Ne sono onorato.
Carlo G.
Caro Gambescia,
ho riprodotto il post nel mio sito. Se ci sono problemi non esiti a contattarmi.
Cordialità
Stefano Borselli
Caro Borselli, mi dispiace, ho risposto subito, ma evidentemente, qualcosa non ha "funzionato".
Nessun problema. Grazie. Ne sono onorato.
E complimenti per il raffinato e interessante sito. Che ho subito visitato. E continuerò a visitare.
Carlo G.
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